La lettera del giudice Guido Salvini a Insorgenze, «non credo al complotto nel rapimento Moro, ma non tutto è chiaro»

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Vi scrive Guido Salvini giudice del Tribunale di Milano. Ho letto la vostra intervista a Matteo Antonio Albanese autore del libro Tondini di ferro e bossoli di piombo. Ho trovato interessanti le riflessioni sui rapporti tormentati che vi furono tra il Pci e il mondo delle Brigate rosse ai suoi inizi e sull’intuizione da parte di queste ultime del fenomeno della globalizzazione. In una domanda posta dall’intervistatore mi sono però attribuite, anche in modo inutilmente sgarbato, opinioni sul sequestro Moro che non ho mai avuto e che non ho mai espresso e che al più possono essere proprie di qualche parlamentare componente della seconda Commissione Moro per la quale ho lavorato in completa autonomia come consulente. Infatti non ho mai pensato né scritto, come è facile verificare, che il sequestro Moro sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60- ‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose. Queste sono opinioni di altri che l’articolo non cita

Credo tuttavia che soprattutto negli ultimi giorni del sequestro vi siano state in entrambe le parti, lo Stato e le Brigate Rosse, incertezze e imbarazzi su come affrontare la possibile liberazione dell’ostaggio da un lato e come portare a termine l’operazione dall’altro e che questa situazione, in cui i due attori dovevano necessariamente compiere scelte di interesse e forse auspicate anche da realtà esterne al sequestro, abbia in entrambi provocato in alcuni passaggi un’amputazione della narrazione di quanto avvenuto. Mi riferisco, ad esempio, per quanto riguarda lo Stato, all’incertezza se fare di tutto perché Moro fosse recuperato vivo e alla contemporanea assillante ricerca dei memoriali dello statista giudicati pericolosi per gli equilibri dell’epoca. Per quanto concerne le Brigate Rosse mi riferisco alle non convincenti versioni in merito al luogo o ai luoghi ove l’ostaggio fu tenuto prigioniero e alle modalità con le quali, mentre erano ancora in corso contatti ed iniziative, ha trascorso le ultime ore e con le quali è stato ucciso. Su questi passaggi vi sono probabilmente ancora alcune verità e forse il ruolo di alcune persone da proteggere. Spero di essermi spiegato in queste poche righe e forse la lettura del libro potrà spingermi a tornare in modo più ampio sull’argomento sul mio sito guido.salvini.it

Vi ringrazio per l’attenzione.
cordialità
Guido Salvini

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Dott. Salvini,
Registro con favore il giudizio anticomplottista da lei espresso sul sequestro Moro, cito le sue parole: «il sequestro Moro non sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60-‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose».

La mia valutazione negativa del suo lavoro di consulente nella commissione Moro 2 era tuttavia fondata sull’analisi delle sue attività: escussioni di testimoni, indagini perlustrative, proposte di piste da indagare che manifestavano un consolidato pregiudizio dietrologico. Mi riferisco all’endorsement del libro di un personaggio imbarazzante come Paolo Cucchiarelli (20 giugno 2016, n. prot. 2060 e 682/1), nel quale si individuavano almeno 4 spunti di indagine da seguire, tra cui le dichiarazioni di un pentito della ‘ndrangheta Fonti, anche lui replicante di fake news, come la presenza di Moro nell’angusto monolocale di via Gradoli in una fase del sequestro (circostanza smentita dalle evidenze genetiche delle analisi sulla tracce di Dna, condotta dalla stessa commissione), oppure su un presunto ruolo di Giustino De Vuono in via Fani e nella esecuzione del presidente del consiglio nazionale della Dc. O ancora l’articolo fiction dello scrittore Pietro De Donato apparso nel novembre 1978 su Penthause, rivista glamour notoriamente specializzata sul tema. E ancora la richiesta di sentire, protocollo 519/1, il collaboratore di giustizia, sempre della ‘ndrangheta, Stefano Carmine Serpa che nulla mai aveva detto sulle Brigate rosse e il rapimento Moro, ma in una deposizione del 2010 aveva riferito dei rapporti tra il generale dei Cc Delfino e Antonio Nirta, altro affiliato alle cosche ‘ndranghestite. L’ulteriore sostegno ai testi (28 dic 2018, prot. 2497 – e 844/1) di Mario Josè Cerenghino, autore di libri in coppia con Giovanni Fasanella, la cui ossessione complottista non ha bisogno di presentazioni, o ancora di Rocco Turi, autore di una storia segreta del Pci, dai partigiani al caso Moro, sostenitore di una tesi dietrologica diametralmente opposta alla precedente, che intravede nelle Repubblica popolare cecoslovacca una funzione promotrice dell’attività delle Brigate rosse, fino fantasticare l’addestramento in campi dell’Europa orientale dei militanti Br. Potrei continuare, ma non serve.

Nella seconda parte della lettera, contradicendo quanto affermato all’inizio, solleva nuovi dubbi sugli ultimi momenti del sequestro. Convengo con lei che da parte dello Stato, ed in modo particolare delle due maggiori forze politiche protagoniste della linea della fermezza, Democrazia cristiana e Partito comunista, vi siano ancora moltissime cose da scoprire sulla decisione ostinata e sui comportamenti messi in campo per evitare, fino a sabotare, qualsiasi iniziativa di mediazione e negoziato in favore della liberazione dell’ostaggio. Mi riferisco, per esempio, all’impegno preso e non mantenuto dal senatore Fanfani di intervenire il 7 maggio 1978, con un messaggio di apertura all’interno di una dichiarazione pubblica. 
Ritengo che da parte brigatista i dubbi da lei espressi non trovino fondamento. Cosa c’è di poco chiaro e non trasparente nella telefonata del 30 aprile realizzata da Mario Moretti alla famiglia Moro? Consapevole della necessità di uscire dal vicolo cieco in cui si era infilata la vicenda, il responsabile dell’esecutivo brigatista tentò una mediazione finale che ridimensionava le precedenti rivendicazioni, la liberazione di uno o più prigionieri politici, e chiedeva un semplice segnale di apertura, che nella trattativa che sarebbe seguita dopo la sospensione della sentenza poteva vertere nel miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri. Perché questo aspetto continua ad essere evitato, sottovalutato e poco studiato, avvalorando contorte ipotesi di trattative parallele, somme di denaro o altro, rifiutate in principio dalle Br? Forse perché la responsabilità di chi si è sottratto a tutto ciò non è ancora politicamente sostenibile?
Ed ancora, sull’ipotesi dello spostamento dell’ostaggio, la invito a studiare tutti i sequestri, politici o a scopo di finanziamento, realizzati dalle Brigate rosse. Mi dica se c’è un solo caso dove l’ostaggio viene traslocato durante la prigionia? Approntare una base-prigione è cosa molto complessa e se non si comprende qual era il modo di approntare la logistica nelle Br si può cadere in facili giochi di fantasia.
Infine, tra i temi che la commissione ha rifiutato di affrontare c’è quello della tortura, verità indicibile di questo Paese. Un commissario aveva presentato un’articolata richiesta di approfondimento della vicenda di Enrico Triaca, il tipografo di via Pio Foà arrestato e torturato il 17 maggio 1978, una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro, con una lista di testimoni da ascoltare, tra cui Nicola Ciocia, il funzionario dell’Ucigos soprannominato “dottor De Tormentis”, esperto in waterboarding. Sorprende che lei non se ne sia interessato sollecitando spunti d’inchiesta, audizioni o proponendo materiali e sentenze della magistratura presenti sulla questione? Dottor Salvini, ha perso davvero una grande occasione.
Cordialmente, Paolo Persichetti

Il “Patto di omertà”? Un falso come il protocollo dei saggi di Sion

Si avvicina il 16 marzo. Fabbricato ormai dai poteri pubblici e amplificato dai media ha preso forma un ricordo spettrale di quel periodo cadenzato da solenni rituali commemorativi, giornate della memoria e cerimonie istituzionali. Marc Bloch invitava a capovolgere l’idea di un presente in lotta perenne per divincolarsi dalle eredità dei tempi andati. È il passato ad essere il più delle volte ostaggio di ciò che viene dopo. Se c’è oggi un’epoca prigioniera del presente, questa riguarda in particolare gli anni 70. Per contrastare questa memoria in bianco e nero che evoca immagini sbiadite di violenza politica e cancella i colori vivi della storia, proveremo a proporvi un modo diverso di guardare a quei fatti e quegli anni attraverso una serie di articoli editi e inediti /Prima puntata

Pecchioli e il Memoriale Morucci, oltre a Cossiga anche il Pci sapeva

di Marco Clementi e Paolo Persichetti

Pecchioli

«Non intendiamo proporre una sorta di insussistente storiografia parlamentare né, tanto meno, vogliamo avvalorare l’uso pubblico della storia da parte della politica» (1), con questa premessa contenuta nella relazione sul primo anno di attività svolto, la terza Commissione di inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro ha inteso spiegare il metodo di lavoro finora seguito: un modello ispirato alle caratteristiche peculiari di un organo inquirente, che mira negli intenti dichiarati ad acquisire «prove giuridicamente apprezzabili anche in sede giudiziaria», piuttosto che fare un lavoro di ricerca storico-politica.
Cosa significa? Surrogare l’attività della magistratura non toglie alla Commissione l’essenza politica della sua natura! In altre parole siamo di fronte ad un ibrido che persiste ostinatamente anche a fronte delle tecniche forensi, garanzia solo apparente di oggettività.

Una commissione senza storia
IMG_3667Lo dimostra il fatto che questa Commissione non ha mai rinunciato alle sue premesse politiche: nata sull’onda emotiva di una sensazionalistica campagna mediatica di fronte alla quale la politica ha facilmente ceduto, sedotta dalle teorie del complotto che egemonizzano da decenni la narrazione pubblica sul rapimento Moro e più in generale sugli “anni Settanta”, si è subito ritrovata orfana dei misteri che ne avrebbero dovuto giustificare la ragione sociale perché nel frattempo la magistratura era intervenuta scoperchiando i depistaggi e le millanterie che si celavano dietro le ultime (di allora) sortite dietrologiche.
Lo dimostra ancor di più l’atteggiamento dei consulenti e di quei commissari che sorpresi e infastiditi dai risultati inaspettati delle nuove perizie (la ricostruzione tridimensionale e la nuova perizia balistica della Polizia sull’azione di via Fani confermano la ricostruzione fatta dai brigatisti; le analisi del Ris sulle tracce di Dna escludono la presenza di Moro nella base brigatista di via Gradoli, per fare solo alcuni esempi), hanno lavorato sistematicamente per domesticarne il significato dirompente rispetto alle premesse iniziali: più le ipotesi dietrologiche e gli scenari complottisti si sfaldavano, maggiore è apparso lo sforzo nel cercare puntelli e rattoppi che continuassero a tenerli in piedi.
E le premesse iniziali sono rimaste sempre le stesse, ribadite con forza dal presidente Fioroni anche durante la conferenza stampa tenutasi lo scorso 10 dicembre: dimostrare che la «vulgata brigatista» del rapimento Moro sia una verità artefatta, nella migliore delle ipotesi “parziale”, una versione aggiustata, «condivisa», contrattata, mediata, con un fantomatico “potere” (come se la Commissione parlamentare d’inchiesta non ne fosse essa stessa una emanazione) in cambio di vantaggi (audite audite!) giudiziari e penitenziari.

Il depositario della verità
Non una ricerca a tutto campo dunque (la Commissione ha scelto di non essere un cantiere aperto), ma un insieme di assiomi e postulati che delimitano come un recinto di filo spinato il terreno da manipolare, ovvero quella «versione brigatista» ritenuta soltanto la parte di «verità dicibile», altrimenti detto una “verità di comodo” a fronte di una verità nascosta, quella “verità vera” di cui esisterebbe almeno un depositario. Si tratta dell’ex senatore Sergio Flamigni, sulle cui suggestioni la commissione ha fatto sponda, alla ricerca di un punto di riferimento.
Un appiattimento, a dire il vero, poco apprezzato dallo stesso ex senatore e dal suo entourage che non hanno esitato a prenderne le distanze, come ha sottolineato Benedetta Tobagi in una compiacente recensione del suo ultimo libro, apparsa su Repubblica del 26 ottobre 2015: «La nuova Commissione Moro, agli occhi degli addetti ai lavori, sembra dedita principalmente a confondere le acque e sfornare scoop di dubbia fondatezza con pretese di scientificità (clamorosa la ricostruzione 3D della strage di via Fani che fa a pugni con le perizie)».
Flamigni rimprovera ai Commissari il dilettantismo, quella voglia di strafare che ha prodotto risultati esattamente opposti a quelli ricercati invece di attestarsi prudentemente sul gioco delle estrapolazioni parziali, delle deformazioni, dei documenti letti a metà, o addirittura sfuggiti, recitando per un verso il consueto vittimismo sulle fonti ancora tenute nascoste per poi, al contempo, approfittare di questo presunto vuoto per trasformare una narrazione al condizionale, infarcita di illazioni, supposizioni, ipotesi ipotetiche, autoconvincimenti, idiosincrasie, sospetti, in una storia declinata al passato prossimo.


Il memoriale dei dissociati e il racconto degli altri brigatisti
brigateRosseUnaStoriaItaliaQuello che prende il nome di memoriale Morucci-Faranda (un collage di deposizioni rese in sede istruttoria e processuale in tempi diversi, interpolato di considerazioni successive dello stesso Morucci e dell’allora direttore del Popolo, Remigio Cavedon, con allegati la ricostruzione fatta in sede processuale da altri protagonisti come Franco Bonisoli, Alberto Franceschini e altri brigatisti dissociati), oggetto del libro di Flamigni, Patto di Omertà, Kaos edizioni 2015, non è la sola ricostruzione dei 55 giorni del rapimento, come ha inteso l’autore e anche la Commissione.
In ordine di tempo, Mario Moretti nel 1993, Anna Laura Braghetti, nel 2003, Raffaele Fiore nel 2007, Prospero Gallinari nel 2008, hanno pubblicato libri in cui ricostruiscono, a partire dal ruolo che hanno avuto, l’intera vicenda del rapimento e della uccisione del leader democristiano. A loro vanno aggiunte le dichiarazioni di  Germano Maccari davanti all’autorità giudiziaria. Nonostante la sostanziale coincidenza dei racconti in punto di fatto, esiste una importante differenza politica con le  versioni di Morucci e Faranda: Moretti, Fiore e Gallinari non parlano da dissociati, né erano usciti dalle Br prima di dichiarare, nel 1989, che la lotta armata era conclusa. Come hanno scritto Mosca e Rossanda nella loro prefazione al libro intervista con Moretti nel 1993, fino a quel momento le ricostruzioni dell’assalto di via Fani e dei 55 giorni o erano state del tutto assenti, o erano state fatte da dissociati e pentiti. Insomma, fino al 1993, nessuno dei brigatisti non dissociati aveva mai raccontato quelle vicende.

20060426 - ROMA - SPE - IL LIBRO DEL GIORNO: UN CONTADINO NELLA METROPOLI - La copertina del libro del giorno

Ipostatizzare il racconto primigenio di Morucci, presentandolo come la versione ufficiale della narrazione brigatista, cosa che fa Flamigni e dietro di lui la Commissione, «la “verità ”morucciana avallata da Moretti» (p. 57), è dunque un falso storico, un grave errore metodologico e di merito che diventa inevitabilmente fuorviante per chi si sforza di capire. Quando decidono di parlare Morucci e Faranda oltre ad essersi posizionati sul piano inclinato della collaborazione giudiziaria, come detto non appartengono più da molti anni alle Brigate rosse, da cui erano usciti con clamore e code polemiche prima del loro arresto nel 1979. E dunque, a nome delle Brigate rosse non avrebbero potuto negoziare nessun patto omissivo e del silenzio.
La scelta di collaborare con la giustizia, che è cosa diversa dalla ricostruzione storica dei fatti, è una loro decisione personale che non ebbe implicazioni organizzative poiché in quel frangente i due rappresentano unicamente se stessi, non una organizzazione o una parte di essa. Questo contesto nulla toglie al contenuto fattuale del memoriale, ma ne offre un diverso significato politico per nulla convergente con la posizione dei militanti che hanno rifiutato di collaborare con l’autorità giudiziaria serbando una propria autonomia politica.

Storicizzare e uscire dall’emergenza: la proposta che chiude il ciclo politico della lotta armata
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Morucci e Faranda collaborano per ottenere sconti di pena e una più agevole collocazione penitenziaria, avvalendosi della legislazione premiale preesistente, adottata dallo Stato in modo indipendente dalle loro dichiarazioni e che si sviluppa ulteriormente sotto la spinta generale della dissociazione carceraria che vede una presenza massiccia di militanti di altre organizzazioni combattenti, come Prima linea ad esempio, che nulla hanno a che vedere con il rapimento Moro. Aderiscono alla retorica riabilitativa e riconoscono i valori dello Stato vincitore. Nel farlo tuttavia ripudiano le letture dietrologiche degli eventi (atteggiamento che li distingue dalla quasi totalità degli altri collaboratori), amplificando il valore etico e la portata politica della loro dissidenza interna, addossando furbescamente l’esito finale del rapimento ad una presunata cecità politica delle Brigate rosse, individuando – non a torto – nel Pci l’elemento forte della politica della fermezza (forse è proprio questo che da fastidio a Flamigni) rispetto ad una Dc più cedevole ma ricattata.
Perché, allora, insistere tanto su questo scritto? In altre parole, se l’obiettivo era quello di smontare le versioni brigatiste sul rapimento Moro perché non misurarsi direttamente con i racconti di Moretti e Gallinari?
Forse perché ad una Rossanda che gli chiede a conclusione del libro: «Se un angelo cattivo ti offrisse su un piatto libertà e oblio, e su un altro carcere e memoria, che cosa prenderesti?», Mario Moretti risponde: «Non esistono angeli perfidi, solo gli uomini propongono due modi ugualmente crudeli di morire. Comunque gli direi: dammi la libertà e la memoria. Se non sei capace di tanto, mio caro angelo, allora voli basso, neanche all’altezza della nostra sconfitta» (in Brigate rosse, una storia italiana, p. 258 prima edizione Anabasi 1994).
Nessuno scambio dunque, nessuna trattativa “di vertice” col potere su inesistenti segreti, solo il riconoscimento della fine di un ciclo politico, quello della lotta armata, le cui proporzioni con migliaia di detenuti incarcerati, l’azione di oltre 40 gruppi combattenti che hanno oltrepassato lo spazio di un decennio, parlano da sole e pongono il problema dell’avvio un processo di storicizzazione e di una chiusura dell’emergenza giudiziaria. Questa è la loro posizione.
Non a caso Flamigni è costretto ad antidatare l’origine del presunto patto di omertà ai giorni del sequestro, con 12 anni di anticipo sul memoriale Morucci (p. 44). La mancata diffusione del memoriale Moro, poi, è per Flamigni il frutto di un accordo stipulato con i Servizi segreti. Patto che oltre un decennio più tardi si sarebbe concretizzato nel memoriale Morucci. Una intesa che, stando a questa azzardata ricostruzione, sarebbe avvenuta prima dell’uccisione di Moro. Ma se Moro era ancora vivo, perché non trattare la sua liberazione anziché farlo uccidere (cosa che i brigatisti, se fosse stata questa la loro intenzione, avrebbero potuto fare agevolmente in via Fani senza tirarla per le lunghe e correre così tanti rischi), per poi prendere possesso dei suoi scritti? Tanto valeva averlo vivo. E poi Moro i servizi segreti li conosceva molto bene, li aveva diretti, aveva uomini di fiducia al suo interno. Per sapere i segreti di Moro i servizi non avevano alcun bisogno delle sue carte scritte durante il sequestro.

Lo scambio che non c’è
FullSizeRender-1Insomma il movente alla base del patto ipotizzato da Flamigni fa acqua da tutte le parti. E poi gli accordi prevedono uno scambio: non si capisce, per esempio, che vantaggi avrebbe ottenuto l’ergastolano Moretti in cambio del silenzio. L’ex dirigente brigatista è tuttora un detenuto in regime di semilibertà, con 34 anni di prigionia sulle spalle (Miguel Gotor in Il memoriale della Repubblica (p. 478), pur di tenere in piedi la teoria del patto del silenzio incorre in un grossolano incidente, imperdonabile per uno storico: confonde alcuni giorni di permesso fuori dal carcere concessi a Moretti nel 1994 con una inesistente ammissione alla libertà condizionale). Prospero Gallinari, un altro dei possibili beneficiari del patto, è morto nel gennaio 2013 in regime di esecuzione pena agli arresti domiciliari, concessi a causa di una gravissima patologia cardiaca che lo aveva reso incompatibile con la detenzione dopo lunghi anni di carcere speciale.
Senza scambio non c’è patto. E poi, a ben vedere, le Br non avevano affatto rinunciato alla diffusione del memoriale del presidente democristiano. Avevano soltanto stabilito tempi più lunghi di quelli inizialmente annunciati. Per farlo avevano messo in piedi una base, via Montenevoso a Milano, dato l’incarico ad una militante, Nadia Mantovani, di predisporre la versione da rendere pubblica. La sua pubblicazione sarebbe servita a prolungare la campagna di primavera con una offensiva rivolta contro nuovi obiettivi da colpire(2). I carabinieri arrivarono prima smantellando gran parte della colonna milanese, e metà dell’esecutivo. Era il 1° ottobre 1978, non il 1985!

La calunnia
Flamigni si spinge fino a indicare in Moretti una spia all’origine della delazione che ha portato in carcere Germano Maccari (p.34). L’accusa ha la funzione di rafforzare la tesi dello scambio di favori con il potere, in questo caso non più attraverso il silenzio omertoso ma la denuncia plateale di un proprio compagno. Ancora una volta la circostanza è del tutto falsa: ad indicare Maccari fu Adriana Faranda nel corso di un drammatico interrogatorio svoltosi nell’ottobre del 1993. (3)
Durante un interrogatorio, Faranda rispondendo a una precisa domanda su Maccari possibile quarto uomo di via Montalcini inizialmente disse: «Non lo escludo». Quindi, fuori dal palazzo di giustizia, riconobbe davanti al personale Digos che Maccari era davvero il quarto uomo. Ricondotta davanti al magistrato mise a verbale questa dichiarazione ed aggiunse che su Moro spararono Moretti e Maccari. Al fine di proteggere la fonte, si legge nello stesso documento, sarebbe stato quanto prima interrogato Maccari per ottenere «piena confessione».

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C’è anche è un’altra importante circostanza che stranamente non trova traccia nel libro di Flamigni.
Il memoriale Morucci che suor Teresilla Barillà, una religiosa collaboratrice dei Servizi, fece pervenire il 13 marzo del 1990 al presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Testo che il Quirinale invierà al ministro dell’Interno Antonio Gava il 26 aprile e che quest’ultimo trasmetterà il giorno successivo alla procura della Repubblica, ha un precedente.

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Pecchioli sapeva ma Flamigni non lo dice
L’11 luglio 1985 il segretario generale della Presidenza della Repubblica Antonio Maccanico inviò all’allora ministro degli interni, Oscar Luigi Scalfaro, su incarico del presidente della Repubblica Cossiga, una copia del pro-memoria consegnato dallo stesso Cossiga al giudice Ferdinando Imposimato il giorno prima. Nel testo, datato 10 luglio 1985, leggiamo che attraverso una fonte riservata la religiosa suor Teresilla aveva fatto pervenire al presidente un messaggio di Morucci e Faranda. Questi desideravano «dire la verità sul rapimento a condizione che le notizie fornite non vengano pubblicate».

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In passato, sempre secondo il documento, una simile richiesta era stata formulata, per il tramite del giudice Imposimato, nella forma di un colloquio riservato sia allo stesso Cossiga, all’epoca presidente del Senato, sia al senatore Ugo Pecchioli (un importante dirigente di Botteghe Oscure che svolgeva il ruolo di “ministro dell’Interno ombra del Pci”, responsabile della sezione problemi dello Stato). All’epoca Cossiga si disse disponibile all’incontro, ma dopo attenta considerazione «e valutati i rischi politici in ordine ai procedimenti in corso, di tale iniziativa si convenne, sia da parte del prof. avv. Francesco Cossiga e sia da parte del sen. Ugo Pecchioli, di non dare corso alla richiesta avanzata», cosa sulla quale «consentì il giudice Imposimato».
Questo documento, allegato al fascicolo del memoriale Morucci, situato presso l’Archivio Centrale dello Stato (4) dimostra come il lavorìo preparatorio di quello che poi prese il nome di “memoriale Morucci” era noto alla magistratura, nella veste del magistrato istruttore Imposimato, ma anche alla maggiore forza politica di opposizione, ossia il Partito comunista italiano, che venne coinvolto nella persona di uno dei suoi massimi rappresentanti.
Se trattativa e patto di omertà ci furono, come poté restare in silenzio il Pci, sapendo del precedente del 1985? E se patto ci fu, e il Pci non sollevò obiezioni, allora sorge spontanea la domanda: quali segreti voleva preservare il Pci?

Note

  1. Le parole riprese nella relazione sono del senatore Paolo Corsini che le aveva espresse nel corso del dibattito sulla proposta di istituzione della commissione.
  2. Testimonianza di Lauro Azzolini agli autori.
  3. Ministero degli interni, Caso Moro, Gabinetto speciale, busta 24
  4. Ministero degli interni, Caso Moro, Gabinetto speciale, busta 20

Per saperne di più
Diario del sequestro Moro

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16 marzo 1978, un gruppo di operai e precari rapisce Moro. Erano le Brigate rosse /1

A quarant’anni di distanza nell’immaginario riprodotto dalle narrazioni complottiste la mattina del 16 marzo 1978 via Fani appare un luogo spettrale presidiato dai servizi segreti, un segmento di città privo di vita urbana dove si aggirano misteriose presenze. Eppure la documentazione storica in nostro possesso ci dice che la realtà di quella mattina è molto diversa. Intorno alle nove, in quel piccolo quadrante residenziale di Roma transitavano numerosi passanti e in strada circolavano diversi veicoli, tanto che alle varie fasi dell’azione brigatista, avvicinamento, assalto e sganciamento, assistono da posizioni diverse più di trenta testimoni. Nella stragrande maggioranza confermano la ricostruzione fatta dai militanti delle Brigate rosse che vi parteciparono. Di seguito il racconto di quella mattina ripreso dal capitolo 6 del libro, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Derviveapprodi, marzo 2017

 

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_br_copEra ancora l’alba quando a Roma, il 16 marzo del 1978, un gruppo di dieci brigatisti si immerse nel traffico per raggiungere il luogo dell’appuntamento. Si trattava di un contadino, un tecnico, un assistente di sostegno, un artigiano, uno studente, due disoccupati, un commerciante e due operai. Appartenevano alle Colonne di Roma, Milano, Torino ed erano intenzionati a compiere un’azione armata senza precedenti: il rapimento di Aldo Moro come massima esemplificazione dell’«attacco al cuore dello Stato». L’appuntamento era all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa. Il piano prevedeva l’annientamento della scorta di Moro composta da tre poliziotti e due carabinieri: gli agenti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e il caposcorta Francesco Zizzi, il maresciallo Oreste Leonardi e l’appuntato Domenico Ricci (1).
Tutto era stato meticolosamente pianificato in mesi e mesi di preparazione. Quel commando di dieci militanti, di età compresa tra i 20 e i 32 anni, diede prova di una notevole determinazione nel condurre a termine un’operazione che segnò la storia del Paese, un’operazione il cui investimento economico, per paradosso, non superò le 700.000 lire, appena l’equivalente di tre salari di allora di un operaio metalmeccanico (2).

La pianificazione
Una brigatista posizionata nella parte alta di via Fani avrebbe dovuto segnalare l’arrivo del convoglio di Moro alzando un mazzo di fiori per poi allontanarsi dal luogo. Di conseguenza un altro brigatista, fermo con la sua auto poco dopo l’incrocio con via San Gemini si sarebbe immediatamente mosso con la sua auto per posizionarsi davanti all’automobile che trasportava Moro e a quella della scorta che seguiva. Allo stop con via Stresa si sarebbe normalmente fermato. In quel momento altri quattro brigatisti divisi in due sottonuclei sarebbero entrati in azione sparando di sorpresa per eliminare gli agenti che proteggevano Moro. Mentre una brigatista tra via Stresa e via Fani doveva bloccare l’accesso al luogo dell’assalto (il «cancelletto inferiore»), un altro brigatista doveva entrare a marcia indietro da via Stresa in via Fani per caricare l’ostaggio. Gli ultimi due dovevano chiudere via Fani nella parte alta, operando il cosiddetto «cancelletto superiore», per tenere lontano dall’azione chiunque fosse sopraggiunto. I sottonuclei del gruppo di fuoco avevano compiti prestabiliti: il primo doveva colpirei carabinieri che accompagnavano Moro, il maresciallo Leonardi, ritenuto pericoloso per la sua esperienza, e l’autista, l’appuntato Ricci. Il secondo sottonucleo doveva attaccare la scorta della Pubblica sicurezza che occupava la seconda auto (Zizzi, Iozzino e Rivera). Contemporaneamente, il conducente della macchina ferma allo stop sarebbe sceso per rinforzare il «cancelletto inferiore». Alla fine della sparatoria i brigatisti avrebbero prelevato Moro e lasciato immediatamente la zona su tre auto dirette in una stessa direzione. La macchina ferma allo stop sarebbe stata abbandonata all’incrocio della sparatoria assieme a una quinta vettura dell’organizzazione, che serviva come riserva, parcheggiata poco più avanti su via Stresa.

Il primo progetto
In un primo momento le Brigate rosse avevano pensato di prelevare Moro all’interno della chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici. Il piano, «al quale era molto affezionato Morucci» (3), venne scartato perché il rischio di innescare un conflitto a fuoco in una zona che vedeva la presenza di una scuola elementare venne considerato troppo alto. La scorta infatti mostrava di essere molto vigile e reattiva quando Moro era fuori dalla sua macchina. Durante l’inchiesta una delle militanti dell’organizzazione che poi partecipò all’azione di via Fani si era introdotta nella luogo di culto fingendo di essere una devota recatasi a pregare. Inginocchiata a pochi passi dal Presidente del Consiglio nazionale della Dc aveva potuto osservare il comportamento degli agenti che proteggevano Moro. Abbandonati i banchi di preghiera per guadagnare l’uscita si era accorta che il poliziotto posizionato all’entrata della chiesa aveva subito portato la mano alla pistola. Agendo in quel luogo difficilmente i brigatisti avrebbero potuto avvalersi dell’effetto sorpresa.
Anche se misero da parte il piano iniziale, come vedremo più avanti i brigatisti preservarono lo stesso criterio che aveva ispirato la loro prima ipotesi di via di fuga: la scelta di un itinerario fuori dalle vie principali, su strade utilizzate solo dal traffico locale o addirittura private. Lo sganciamento sarebbe dovuto avvenire percorrendo via Riccardo Zandonai, una via chiusa da un condominio con due cancelli e una zona interna carrabile, che avrebbe permesso alle auto del commando di scomparire dalla vista, arrivando dopo il secondo cancello fino all’imbocco con via della Camilluccia, «a circa cinquanta metri dal largo tra il Cimitero Francese e via dei Colli della Farnesina», e da qui arrivare successivamente in via Trionfale, percorrendo un itinerario opposto a quello, ritenuto prevedibile, di eventuali inseguitori (4).

Via Fani, una vecchia conoscenza (il progetto di attentato a Pino Rauti)
Il punto stradale successivamente scelto per l’azione, l’incrocio tra via Fani e via Stresa, era conosciuto da due militanti della Colonna romana presenti la mattina del 16 marzo 1978 che avevano avuto modo di studiarlo poco meno di quattro anni prima in occasione di una inchiesta condotta contro Pino Rauti, figura di spicco della destra neofascista della capitale. Nel giugno del 1974 un gruppo di militanti provenienti da Potere operaio romano e che avviava i primi passi verso la lotta armata, meditava di compiere un attentato contro Rauti. L’azione era stata concepita come rappresaglia perla strage compiuta il 28 maggio precedente in piazza della Loggia a Brescia, nel corso di una manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal locale Comitato antifascista, che costò la vita ad 8 persone e ne ferì 102 (5). L’esponente missino abitava in via Stresa, a ridosso dell’incrocio con via Fani, tanto che il 16 marzo 1978 fu tra i primi a telefonare al centralino della questura per dare l’allarme: alle 9.15 dichiarò di aver sentito alcune raffiche di mitra e visto due uomini in divisa da ufficiali dell’aeronautica e una Fiat 132 blu allontanarsi dal luogo dell’agguato (6). Osservando i movimenti di Rauti, il gruppo aveva notato che quando lasciava la propria abitazione percorreva via Stresa nel breve tratto che si immette su via della Camilluccia, dove a causa di uno stop la sua automobile era costretta a sostare. Di fronte allo stop, sul lato opposto della via, era fissato un grosso cartellone pubblicitario dietro al quale uno del gruppo si sarebbe appostato con un fucile di precisione Sig Sauer. L’attacco, preparato nei minimi dettagli, era giunto fino alla fase operativa ma il giorno previsto, arrivato sul luogo di raduno nel quartiere Prati, il responsabile militare del commando informò gli altri componenti che l’azione era stata annullata. Non sappiamo quanto l’inchiesta del 1974 abbia significato nell’economia del piano per rapire Moro, ma è un fatto che gli esponenti della Colonna romana erano già pratici della zona.

Schizzo di Mario Moretti

La preparazione
Nel pomeriggio del 15 marzo 1978 vennero disposte lungo la via di fuga prescelta le vetture necessarie per effettuare il cambio macchine, più i due furgoni previsti per i trasbordi del rapito. Il furgoncino 850 Fiat color beige con doppio portellone laterale (per fare fronte a ogni evenienza e caricare il rapito da ambo i lati), pensato per il primo trasbordo da effettuare in piazza Madonna del Cenacolo, fu rubato da Bruno Seghetti in piazza dell’Orologio (Morucci nel suo “Memoriale” commette un errore di memoria e parla di piazza San Cosimato, luogo dove invece fu lasciato dopo l’azione). Tale furgone venne parcheggiato in via Bitossi, angolo via Bernardini, strada che taglia trasversalmente via dei Massimi. Si tratta di un quadrante tuttora estremamente appartato e tranquillo con circolazione prevalentemente locale. La Citroën Dyane azzurra che doveva aprire la strada al furgoncino Fiat 850 con a bordo Moro fu parcheggiata sul lato sinistro di via dei Massimi, dopo l’incrocio con via Bitossi. Il furgone previsto per il secondo trasbordo, probabilmente un Fiat 238 di colore chiaro, fu parcheggiato nella seconda parte della via di fuga, in zona Valle Aurelia, in uno slargo tra le vie Moricca, via Gaudino e via Vitelli. Anche le due Fiat 128 (una bianca ed una blu) furono lasciate in via Fani nel pomeriggio precedente l’azione, ciò perché si sarebbe corso il rischio di non poterle mettere nella giusta posizione la mattina successiva (7). La sera del 15 marzo furono distribuiti i giubbotti antiproiettile, i soprabiti da pilota, le mostrine, i berretti e le armi (8). Seghetti e Fiore si recarono sotto l’abitazione del fioraio Antonio Spiriticchio, in via Brunetti 42, per squarciare le gomme del suo furgone Ford Transit e impedirgli così di essere presente in via Fani, nei pressi dell’angolo con via Stresa al momento dell’azione. La Braghetti, in attesa nella base di via Montalcini che sarebbe diventata la prigione di Moro, ha scritto che non le era stato comunicato alcun piano di riserva:

«[…] sapevo solo che dovevo restare a casa, e tenermi pronta. Però avevo intuito che, nel caso di un esito parzialmente disastroso per noi, qualcuno, Valerio Morucci o Bruno Seghetti, avrebbe caricato Moro su una macchina e l’avrebbe portato in un altro appartamento dell’organizzazione, meno sicuro del nostro ma comunque “coperto” abbastanza per reggere un giorno e una notte. La mattina dopo avrebbero recuperato me in ufficio, dove mi era stato detto di tornare in qualunque circostanza, e Moro sarebbe infine arrivato dove ora si trovava .Una volta nascosto Moro, un compagno dell’esecutivo brigatista sarebbe arrivato a riempire i posti rimasti vacanti» (9).

La base di riserva
In effetti, un piano del genere esisteva. La base era quella di via Chiabrera 74 (soprannominato “l’Ufficio”), l’appartamento dove durante il sequestro si tennero tutte le riunioni di Colonna (10).

 

L’avvicinamento
I brigatisti giunsero in via Fani per strade diverse. L’Autobianchi A112 con cui Morucci e Bonisoli si recarono sul posto fu presa dopo un cambio macchina nella zona retrostante il mercato di via Andrea Doria, dove erano giunti partendo dalla base di via Chiabrera a bordo di una 127 (11). La A112, lasciata senza persone a bordo, serviva come mezzo di riserva nel caso fosse sorto un problema con le altre autovetture previste per lo sganciamento. La Fiat 128 Giardinetta bianca con targa diplomatica fu portata da Moretti e Balzerani intorno alle 7.00 (12). Usciti dalla base di via Gradoli passarono davanti all’abitazione di Moro per accertarsi che la scorta fosse sul posto, quindi l’auto venne parcheggiata con Moretti alla guida «sulla destra di via Fani subito dopo via Sangemini, venendo da via Trionfale e con il muso dell’auto in direzione dell’incrocio con via Stresa» (13). Da quel punto di osservazione l’ingresso in via Fani è visibile perché dopo via Sangemini la strada va in discesa. Sulla Fiat 132 blu che avrebbe portato via Moro giunsero Seghetti e Fiore provenienti dalla base di Borgo Pio. L’auto era stata rubata nei giorni precedenti tra via Cola di Rienzo e via Crescenzio. Fiore scese prima e Seghetti posizionò la 132 in via Stresa sull’angolo sinistro, a qualche metro dall’incrocio di via Fani, di fronte al bar Olivetti, con la posizione di guida rivolta verso l’alto di via Stresa, pronto a portarsi con una manovra di retromarcia accanto alla Fiat 130 di Moro. Dopo le prime raffiche riuscì a vedere Morucci intento a disinceppare il mitra e l’autista della Fiat 130 che tentava con ripetute manovre di trovare un varco, quindi scorse la raffica mortale (14). La Fiat 128 bianca con Casimirri al volante e Loiacono al suo fianco era posizionata sul lato destro di via Fani, poco più avanti della Fiat 128 targata Corpo diplomatico, con la direzione di guida rivolta verso il basso della via in modo da poter attivare la posizione di «cancelletto superiore» al momento dell’attacco (15). I due erano irregolari e arrivarono separatamente sul luogo con i mezzi pubblici. La Fiat 128 blu si trovava sul lato destro di via Fani, nella parte bassa, in prossimità dello stop «superato l’incrocio con via Stresa e in direzione contraria, con il muso dell’auto rivolto verso la direzione di provenienza delle auto di Moro» (16). Al suo interno c’era la Balzerani, pronta a uscire appena scattata l’azione per attivare il «cancelletto inferiore». Anche Gallinari arrivò sul posto con i mezzi pubblici. Da rilevare che per l’attacco e il primo allontanamento furono impiegate solo autovetture italiane di marca Fiat, più una eventuale di scorta modello Autobianchi. Dal momento del trasbordo in piazza Madonna del Cenacolo le vetture impiegate nel proseguimento dell’operazione, fatta eccezione per i furgoni che non erano in via Fani, sarebbero state solo modelli francesi: una Citroën Dyane e una Ami 8. La cosa fu pensata per depistare possibili segnalazioni di testimoni.

L’attacco
Via Fani, poco dopo le 9.00. «Marzia» (nome di battaglia di Rita Algranati) vide giungere le due macchine con Moro e la scorta (una Fiat 130 e un’Alfa Romeo). Segnalò ai suoi compagni l’arrivo dell’obiettivo con il gesto convenuto – il movimento di un mazzo di fiori – e lasciò la sua postazione su una Vespa 50. «Maurizio» (Mario Moretti) si immise come previsto con la sua auto (una Fiat 128 Giardinetta con targa Corpo diplomatico) nella careggiata, ponendosi alla testa del convoglio di Moro nel frattempo sopraggiunto. Scendendo lungo via Fani si trovò davanti una Fiat 500 che procedeva lentamente. Prima che le macchine del convoglio, abituate a viaggiare a velocità sostenuta, decidessero di superare entrambi, «Maurizio» effettuò la manovra di sorpasso e lo stesso fecero le due auto di Stato. Quel gesto forse facilitò la riuscita dell’azione: la naturalezza di quel sorpasso ingannò la scorta, fugando il sospetto sulla vera funzione che la Giardinetta avrebbe svolto qualche attimo dopo. L’effetto sorpresa fu determinante (17). Giunto allo stop «Maurizio» si fermò, così come fecero la Fiat 130 e l’Alfa Romeo. Immediatamente i quattro brigatisti in attesa, «Matteo» (Valerio Morucci), «Marcello» (Raffaele Fiore), «Giuseppe» (Prospero Gallinari) e «Luigi» (Franco Bonisoli) aprirono il fuoco, mentre la brigatista addetta al «cancelletto inferiore», «Sara» (Barbara Balzerani) fermava con il mitra una Fiat 500 appena sopraggiunta dalla parte bassa di via Fani guidata, lo si seppe poi, dal poliziotto Giovanni Intrevado, in quel momento fuori servizio. Contemporaneamente, sulla parte alta della via veniva formato il «cancelletto superiore»: «Camillo» (Alessio Casimirri) e «Otello» (Alvaro Loiacono) – che si era calato un sottocasco del tipo «mephisto» sul volto perché in passato era stato arrestato e il suo viso era fotosegnalato – bloccavano con una Fiat 128 ogni accesso armati di un fucile M1 Winchester. I primi spari colpirono l’autista dell’Alfetta che fece un balzo in avanti andando a tamponare la 130. L’appuntato Ricci, alla guida della 130, cominciò a suonare all’auto di «Maurizio» ferma davanti alla sua affinché ripartisse. Nel frattempo il mitra che doveva sparare a Ricci si inceppò (18), così come si inceppò anche l’altro che pochi istanti prima aveva ucciso il maresciallo Leonardi. Ricci ebbe il tempo di tentare una disperata manovra per portare in sicurezza la macchina, cercando di passare alla destra della 128. Per ostacolare quel tentativo «Maurizio», invece di scendere dall’auto come previsto per rafforzare il «cancelletto inferiore», rimase sull’auto premendo il piede sul freno e impedendo così alla 130 di forzare la morsa nella quale era finita. Poi anche Ricci venne raggiunto da alcuni colpi. Nel frattempo si inceppò anche un terzo mitra che stava sparando contro l’Alfetta e ciò permise a un componente della scorta, l’agente Iozzino, probabilmente già ferito, di scendere e tentare una reazione. Sparò verso un brigatista, ma venne ripetutamente colpito e cadde (19). Quando gli spari cessarono, «Maurizio» scese dalla 128 e prelevò Moro insieme a Matteo dalla 130 (secondo il piano doveva essere solo «Matteo» a farlo) trasferendolo poi nell’auto giunta in retromarcia da via Stresa guidata da «Claudio» (Bruno Seghetti) (20).

Da quel momento cominciò la seconda fase dell’operazione, la fuga, la cui pianificazione era stata affidata alla Colonna romana che aveva elaborato un itinerario fuori dagli assi di circolazione principali, su strade poco trafficate, viottoli, vie private.

 

 

 

Note

1 Il maresciallo Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera morirono in via Fani. Il capo scorta Francesco Zizzi fu ricoverato in ospedale gravemente ferito, ma spirò alle 12.35 al Policlinico Gemelli. Si veda il referto medico in Commissione Moro 1, vol. 30, p. 327, f.to Giuliano Pelosi. Mario Moretti, Bruno Seghetti e Barbara Balzerani hanno ricostruito con gli autori del libro i momenti del sequestro nel corso di una serie di conversazioni tra il 2010 e il 2016.

2 Valerio Morucci, Memoriale Morucci, ACS, MIGS, busta 20, p. 34: «Il costo dell’azione di via Fani, escluso il costo dell’appartamento di via Montalcini, già in dotazione delle Brigate rosse, può farsi ammontare a circa700.000 lire. Esso risulta in parte dal biglietto, ritrovato in via Gradoli intestato a Fritz. In quel biglietto sono riportate le spese effettuate per le sirene, le tronchesi, le borse, gli impermeabili, i berretti e il resto necessari all’azione». Fritz era il nome convenzionale per indicare Moro tra coloro che si occuparono del sequestro.

3 Barbara Balzerani, colloquio con gli autori.

4 Ecco il racconto dettagliato del piano fatto da Valerio Morucci, Memoriale, op. cit., p. 22: «La macchina con Moro e quella di appoggio avrebbe dovuto percorrere via Zandonai che è una strada senza uscita (o meglio che ha un fondo cieco dopo una o due traverse laterali). In fondo a via Zandonai c’è un complesso residenziale con una porta metallica a scorrimento elettrico che consentiva il passaggio all’interno del complesso e lo sbocco successivo in via della Camilluccia, a circa cinquanta metri dal largo tra il Cimitero Francese evia dei Colli della Farnesina. Per l’accesso al residence era stata fatta una chiave falsa, ricavata da una chiave di lucchetto del telefono. La chiave serviva ad aprire la porta automatica del residence. Una volta superato, con le due auto, l’ingresso del residence dalla parte di via Zandonai, il cancello si sarebbe richiuso automaticamente impedendo il passaggio degli inseguitori, e si sarebbe arrivati (una volta usciti dall’altro cancello del residence), percorrendo via della Camilluccia, in via Trionfale; in una direzione opposta a quella prevedibile (da parte di eventuali inseguitori, e che sarebbe dovuta logicamente essere) via Zandonai, via del Nuoto, via Nemea, proseguendo fino a ponte Milvio».

5 Colloquio con Bruno Seghetti, 3 maggio 2016. Si tratta di quell’area politica che nei mesi successivi avrebbe dato vita a sigle come Fac (Formazioni armate comuniste) e Lapp (Lotta armata per il potere proletario) che operavano all’ombra del Comitato comunista centocelle (Cococe).

6 In una interrogazione parlamentare, la n. 3-02549, depositata il 17 marzo 1978 presso la Camera dei deputati, Pino Rauti riferiva di essere stato testimone oculare dopo la sparatoria della ««fuga» di un’auto ad altissima velocità lungo via Stresa, auto sulla quale poi – come subito dopo si è appreso – era stato «caricato» l’onorevole Moro», per poi lamentare la difficoltà riscontrata nel riuscire a mettersi in contatto con il 113e la sala operativa della questura, intasate dalle numerose chiamate che pervenivano in quel momento.

7 Sulla Fiat 128 blu Valerio Morucci fornisce una versione diversa, come si può leggere più avanti, V. Morucci, Memoriale, cit., p. 27.

8 Ivi, p. 28, «Ogni componente del nucleo arrivò in via Fani munito dell’arma da fuoco personale e del mitra. Ai due irregolari partecipanti all’azione le armi furono consegnate la mattina stessa del 16 marzo (da Seghetti)». Versione confermata anche dagli altri componenti dell’azione.

9 Anna Laura Braghetti con Paola Tavella in, Il prigioniero, Feltrinelli 2003 (prima edizione Mondadori1998), pp. 8-9.

10 Colloquio di Bruno Seghetti con gli autori.

11 Si veda in particolare la ricostruzione di Valerio Morucci: «Ci siamo spostati con la 127 bianca, che era inmia dotazione, con targa e documenti duplicati da un’auto appartenente ai servizi commerciali della Sip. I primi numeri di targa erano R2… Con questa auto arrivammo nella zona retrostante il mercato di via Andrea Doria. Qui lasciata la 127, prendemmo la A 112 con la quale ci recammo direttamente in via Stresa»; V. Morucci, op. cit., p. 27.

12 Valerio Morucci riferisce una versione contrastante corretta da Balzerani: «Il n. 1 (Moretti) arrivò in via Fani con la Fiat 128 blu assieme a Barbara Balzerani e risalì a piedi, senza fare alcun cenno e senza dare a vedere di conoscere gli altri, tutta via Fani controllando che tutti i componenti del nucleo fossero presenti»; Valerio Morucci, Memoriale, p. 27.

13 Barbara Balzerani, colloquio con gli autori.

14 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori.

15 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori. Una ricostruzione analoga viene fatta da Valerio Morucci, Memoriale, p. 29.

16 Le commissioni parlamentari d’inchiesta, compresa l’ultima, per spiegare il successo dell’attacco brigatista hanno a nostro giudizio sopravvalutato l’effetto del volume di fuoco proveniente da uno dei quattro mitra, l’ultimo in alto, nonostante l’imprecisione dei colpi da esso sparati. La circostanza, è stato ipotizzato, dimostrerebbe la presenza nel commando di un tiratore professionista, un «superkiller», la cui identità di volta in volta è stata attribuita ai Servizi, alla criminalità organizzata o alla Raf (Rote Armee Fraktion) tedesca. Il fatto che nella fase conclusiva dell’attacco, quando i primi tre brigatisti avevano cessato il fuoco, il quarto componente del sottonucleo superiore abbia aggirato il retro dell’Alfetta, portandosi sulla parte destra di via Fani, dove ha continuato a esplodere colpi con la sua pistola, ha fatto ipotizzare anche la presenza di un quinto sparatore addirittura «addestrato al tiro incrociato». Al contrario, elementi quali l’effetto sorpresa, il camuffamento della Fiat 128 Giardinetta con targa diplomatica che ha bloccato lo stop, la mimetizzazione dei quattro uomini del nucleo di fuoco sono stati sottovalutati.

17 R. Fiore, L’ultimo brigatista, con A. Grandi, Rizzoli, Milano 2007, p. 121.

18 Una chiazza di sangue venne rinvenuta sul sedile occupato dall’agente.

19 Conversazione degli autori con Mario Moretti tra il 2010 e il 2014. Un disegno dell’azione di via Fani realizzato da Moretti è agli atti della seconda Commissione di inchiesta sul Caso Moro; risale al 2006. Altri tre militanti ebbero un ruolo fondamentale nel sequestro: «Alexandra», (Adriana Faranda), che oltre alle fasi preparatorie, all’«inchiesta» e al logistico, fu insieme a Morucci la «postina» che recapitò i Comunicati dell’organizzazione e le lettere di Moro; «Camilla» (Anna Laura Braghetti), intestataria dell’appartamento di via Montalcini 8 nel quale venne imprigionato Moro nei 55 giorni del sequestro e «Gulliver» (Germano Maccari), il «quarto uomo» che prese parte alla logistica del sequestro, presidiò l’appartamento durante i 55 giorni interpretando il ruolo di marito della Braghetti, e prese parte alla esecuzione del presidente Dc nel garage dell’abitazione.

20 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori.

Sullo stesso tema
Diario del sequestro Moro
Da via Fani alla fontana del Prigione dove venne abbandonato il furgone utilizzato dalle Br per trasportare Moro /2

La falsa vittima di via Fani

Riceviamo e volentieri riprendiamo questa approfondita e puntigliosa inchiesta sulle ripetute bugie sostenute dal falso testimone primigenio da cui hanno avuto origine tutte le dietrologie sul rapimento Moro. Il 22 maggio 2014, ascoltato come teste informato sui fatti, Alessandro Marini ribadiva ancora una volta davanti al Procuratore generale Luigi Ciampoli la sua mistificata versione di quanto avvenuto in via Fani. Da questa analisi emerge il fondato dubbio che Marini abbia mentito non solo sulla dinamica di fatti ma anche sulla propria posizione al momento dell’assalto brigatista.
Escusso succesivamente dalla Commissione Moro 2 (ma non audito in sede pubblica nonostante la rilevanza delle sue parole. In avvio dei lavori la Commissione aveva sposato la proprio versione dei fatti raccontata da Marini), dopo che erano emerse le prove documentali delle sue menzogne, Marini ha rettificato quanto ripetutamente affermato nei decenni precedenti dutante inchieste e processi. Se le bugie passate sono cadute in prescrizione, quelle reiterate nel 2014 hanno ancora rilevanza penale. Ricordiamo che sulla base delle mendaci affermazioni del teste Marini diverse condanne per un tentato omicidio mai avvenuto sono state emesse contro i brigatisti che hanno preso parte al rapimento di Aldo Moro

Il testimone mendace Alessandro Marini

 

Un testimone per tutti i misteri

di da La pattumiera della storia

Alessandro Marini (nato nel 1942, professione dichiarata ingegnere) ha avuto un po’ più dei proverbiali “15 minuti di celebrità”: è dal 16 marzo 1978 che viene sistematicamente riproposto come IL testimone del sequestro di Aldo Moro. Era sul posto, e da allora racconta che due brigatisti su una moto Honda blu gli spararono una raffica di mitra, che colpì il suo motorino ma non lui. Tutti i brigatisti processati per quei fatti sono stati condannati per tentato omicidio nei suoi confronti. Nessuno tra i numerosissimi inquirenti (polizia, carabinieri, magistrati, giornalisti, ricercatori, detectives dilettanti, ecc.) si è mai preoccuppato di controllare il punto di partenza delle sue dichiarazioni: cioè il fatto che egli fosse sul posto in motorino, il cui parabrezza diceva colpito e rotto dalla raffica, o almeno da un proiettile di questa, partito dalla moto Honda.
L’analisi che è proposta qui si basa su fotografie di dominio pubblico e di larghissima diffusione, e si concentra sulla posizione del motorino e sul quella dichiarata da Alessandro Marini, ed è seguita dall’ipotesi che egli fosse in un punto diverso.

A. Il motorino
È un Boxer della Piaggio, il motorino dell’ingegnere Alessandro Marini. Lo si vede in moltissime fotografie scattate sulla scena del crimine, in via Fani, il 16 marzo 1978. Sta sul cavalletto, sopra il marciapiede, accostato al muro, sotto la lunga insegna bianca con la scritta verticale ‘SNACK BAR’ su un lato e ‘TAVOLA CALDA’ sull’altro (indicazione ‘A’ nelle foto). È il Bar Olivetti sul cui ingresso si erano appostati i quattro finti piloti dell’Alitalia.
Come sappiamo che è proprio quello di Marini? Lo ha ammesso lui stesso, appena 37 anni dopo i fatti. Ha sempre dichiarato di essere arrivato in via Fani col suo motorino.
Da quando è lì quel motociclo? Osservate le fotografie: ai suoi lati sono parcheggiate due autovetture, quasi interamente sul marciapiede, di traverso, con le parti anteriori che arrivano sino al muro. Il motorino è stato messo lì prima del loro arrivo. Si tratta di due auto della polizia, un’Alfasud gialla e un’Alfetta di pattuglia. Sono tra le prime ad arrivare sul posto dopo l’azione, e bloccano interamente il marciapiedi ai due lati del Boxer. L’Alfetta fa da barriera al pubblico su via Stresa, e delimita da quel lato la scena. È impossibile che qualcuno abbia portato lì il motorino dopo il loro arrivo.
Il motorino era lì già prima dell’azione? No, visto che è quello con cui è arrivato l’ing. Marini. Egli si sarebbe trovato esattamente in mezzo al gruppo dei quattro finti piloti nel pieno dell’attacco.
Il parabrezza del Boxer mostra segni di rottura? Il parabrezza mostra chiaramente una lunga striscia di schotch da pacchi che lo attraversa in diagonale. Se una rottura c’è stata, è avvenuta per forza di cose in tempi ben precedenti l’azione. Marini ha mentito dicendo che il parabrezza si ruppe in via Fani, quando gli spararono.
Non ci sono tracce di proiettili? L’impatto di un proiettile (calibro 9 mm parabellum, come quelli usati all’occasione) su un parabrezza di plastica dura, potrebbe produrre una scheggiatura senza perforazione (nel caso arrivasse di striscio), una perforazione con o senza scheggiatura, o una perforazione con rottura. Le foto non mostrano tracce di questo genere, che dipendono dal tipo di proiettile, velocità ed angolo d’impatto. Sono esclusi il rimbalzo e lo sbriciolamento totale o parziale, come quello che si vede sui vetri delle auto colpite. Nulla sul parabrezza richiama in nessuna misura gli effetti dei proiettili ben visibili nelle fotografie degli altri mezzi colpiti. Di più: il motorino resta lì, nel mezzo della scena del crimine, per delle ore circondato da poliziotti, funzionari ed inquirenti di ogni grado e categoria, e nessuno nota nulla. Messo davanti all’evidenza delle foto, Marini sostiene ora che andò a riprenderlo lì, e lo trovò con un pezzo del parabrezza per terra. Nessuna delle foto prese nel corso della giornata mostra il parabrezza senza pezzi, è l’ultima invenzione di Marini.

B. La posizione dichiarata da Marini
Marini racconta di essere stato fermo allo stop, salendo via Fani, all’incrocio con via Stresa, e che lì sarebbe stato bersaglio di una raffica da una moto in fuga, al termine del sequestro (indicazione ‘B’ sulle foto). Se così fu, deve aver portato il Boxer là dove lo si vede (indicazione ‘A’), immediatamente dopo il fatto.
E se il motorino fosse rimasto lì (‘B’) dove Marini ha detto che si trovava?
Se, a quello stop dell’incrocio, ci fosse stato un ciclomotore col parabrezza perforato da un proiettile, sarebbe stato incluso nella scena del crimine, e trattato al pari degli altri veicoli colpiti dalla sparatoria. Sulle foto si vede che il limite (auto di traverso) per il pubblico di curiosi venne posto proprio su quella linea dello stop; l’avrebbero posto più in basso se lì vi fossero state evidenze di un incidente (un motorino per terra, pezzi di parabrezza). In foto scattate più tardi, si vedono delle transenne che delimitano più in basso la scena. Alessandro Marini, pur dicendosi fermo a quell’incrocio, non vede il signor Intrevado, che gli è accanto, fermo nella sua Fiat 500 allo stop. E non vede la brigatista che, armata, in mezzo all’incrocio controlla il traffico, intimando in particolare a quelli che salgono su via Fani, proveniendo da dietro la posizione di Marini, di andarsene. Non la vede al punto di escludere che vi fosse una donna, ‘a meno che non fosse vestita da uomo’, dice, eppure è proprio davanti a lui, tutti gli altri testimoni nelle vicinanze la segnalano. Si veda l’immagine sintetica della Polizia scientifica che mostra la visuale di Marini da quel punto: era la zona d’azione della brigatista del ‘cancelletto inferiore’. Peggio ancora, Giovanni Intrevado non vede né Marini né il motorino che dovrebbero essere di fianco a lui. Immaginiamo la scena. Una persona ferma col suo motorino ad un incrocio sta probabilmente seduta in sella, con uno o due piedi per terra, le mani sul manubrio, tirando con le dita di una mano la maniglia del freno. Assiste ad una scena terribile, alla fine della quale il passeggero di una moto che le sfreccia vicino le spara addosso. Il proiettile colpisce il parabrezza, ma non la persona che le sta dietro, perché istintivamente si era abbassata. La paura già prodotta dalla visione precedente raggiunge il suo apice, il ciclomotorista terrorizzato si fa la pipì addosso (lo racconta lo stesso Marini).
È verosimile che la reazione in un tale frangente sia di lasciare le mani dal manubrio, di sorta che il motorino cada per terra. Non si può però escludere che per reazione la persona resti ancor più aggrappata al motorino, che quindi non rovina al suolo. E poi? Ci si può attendere che subito dopo, la persona si occupi rapidamente di liberarsi del motorino: raccogliendolo e sistemandolo nel posto più vicino possibile, per esempio sul marciapiede, a ridosso del muro che lo costeggia. Liberarsene per poter avvicinarsi a piedi sul luogo del delitto, vedere da vicino cos’è successo, prestare eventualmente soccorso. Dice Marini: «Dopo aver assistito alla sparatoria e alla fuga dei terroristi, ho lasciato il motorino e mi sono avvicinato alle autovetture…». Eppure il motorino non è lì, nella parte bassa dell’incrocio (‘B’). Nel posto in cui si trova (‘A’) è stato portato, come s’è detto, subito dopo l’azione e prima dell’arrivo della polizia. Diciamo che il ciclomotore non è caduto, Marini o rimonta in sella e riparte (il Boxer non aveva accensione elettrica, si metteva in moto con una pedalata forte tenendolo sul cavalletto), o piuttosto lo spinge continuando a tenerlo per il manubrio. E lo spinge in salita, attraverso l’incrocio ora aperto, nel pieno di quella che pochi istanti prima era la zona di combattimento, disseminata di bossoli ed altri oggetti. Passa accanto, se non sopra, il cappello da pilota ed il caricatore di mitra abbandonati dal commando (che non sono ancora stati cerchiati col gesso), spinge ancora il motorino a fargli salire il marciapiede (deve farlo anche se vi arriva con il motore), e solo lì, sotto quel muro, lo parcheggia. Un percorso di una ventina di metri, a occhio, che non ha alcun senso. In nessuna delle sue dichiarazioni Marini fa cenno a una tale azione.
Può avercelo portato qualcun’altro? No. Tutti i presenti sono stati identificati ed interrogati come testimoni, non v’è ragione alcuna per cui chiunque possa aver fatto una cosa del genere nel breve tempo tra l’attacco e l’arrivo della polizia.
Ma se nessuno ha trasportato il ciclomotore dal punto ‘B’ al punto ‘A’, come ci è arrivato lì, perché il Boxer si trovava in quel punto?
Sappiamo solo che è stato Marini a metterlo nel punto ‘A’ (dove poi lo ha ripreso), e che non vi è giunto direttamente dal punto ‘B’. Questo obbliga a definire in ipotesi un posizionamento alternativo di Marini, un punto ‘C’ che appaia compatibile con gran parte degli elementi ‘acquisiti’ della ricostruzione, e al tempo stesso spieghi alcune importanti incongruenze delle testimonianze.

C. La vera posizione di Marini
Su alcune fotografie è tracciato approssimativamente il percorso che avrebbe dovuto fare Marini per parcheggiare il motorino (da ‘B’ ad ‘A’). Ma è marcato anche un secondo percorso, dal punto ‘C’ al punto ‘A’. Il punto ‘C’ è situato su via Stresa, in discesa verso l’incrocio con via Fani, all’angolo del Bar Olivetti.
È lì che si trovava verosimilmente Marini, in sella al suo motorino, molto probabilmente sul marciapiede, e da lì ha seguito la scena di cui ha testimoniato. In questo punto, l’angolo di campo della sua visuale è spostato di 90 gradi rispetto a quello dichiarato. L’attenzione è concentrata sul lato destro, sul commando, che gli dà le spalle. Perciò non nota la brigatista del cancelletto inferiore, perché agisce alla sinistra della sua visuale, mentre lui guarda il convoglio attaccato a destra.
Non vede Giovanni Intrevado, perché non gli è accanto e probabilmente è fuori dal suo campo visivo. E addirittura Barbara Balzarani, la donna del commando, testimonia di non aver visto in quel punto l’uomo col motorino. Intrevado e la brigatista non lo vedono al punto ‘B’, perché lui non è lì, ma al punto ‘C’.
Nella sua precisa disanima delle dichiarazioni di Alessandro Marini, Gianremo Armeni (in “Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro”, TraLeRighe editore, 2015) osserva che al testimone è rimasto impresso nella memoria il volto di uno dei partecipanti all’azione, perché colpito dalla sua somiglianza con l’attore Eduardo de Filippo, e rileva la straordinaria somiglianza tra questi e l’immagine di Alessio Casimirri,

condannato come partecipante all’azione. Marini lo nota in coppia con quello col passamontagna, dicendo che erano sulla moto. A buona ragione, Armeni sostiene che lo abbia effettivamente ben visto, che si trattasse di Casimirri, e che la ricostruzione del resto sia inquinata da diversi fattori; in sostanza Marini, sovrapponendo i ricordi, piazza i due dell’auto su una moto che passa a cose finite. Casimirri, assieme all’unico col passamontagna, agì come ‘cancelletto superiore’, bloccando il traffico e proteggendo l’azione di sequestro, ed al suo termine ripartì con la Fiat 128 girando a sinistra su per via Stresa.
Il punto critico in questa configurazione: se ‘Eduardo de Filippo’ era alla guida non di una moto, ma della Fiat 128, come ha potuto Marini vederlo distintamente in viso?
Dalla posizione ufficiale di Marini (punto ‘B’), dal basso dell’incrocio, vedere un’auto che scende dalla direzione opposta (contromano sulla sua corsia) e gira a sinistra (verso destra rispetto a Marini), significa vederla brevemente di fronte e poi dal suo lato destro. Il guidatore essendo coperto in questa prospettiva dal passeggero seduto accanto, risulta improbabile poterlo distinguere con tanta nettezza in quel poco tempo. Risulta invece assai chiaro se la prospettiva è un’altra, quella del punto ‘C’. Marini lì si trova sul lato sinistro dell’auto che svolta nella sua direzione in via Stresa, proprio faccia a faccia col conducente.

Scena tratta da un film: la 128 gira a sinistra su via Stresa La 500 è quella di Intrevado, lì dice di essere stato Marini

La visuale di Marini nella ricostruzione della polizia scientifica

Scena tratta da un film

Vediamo la scena: Marini arriva all’incrocio su via Stresa quando le auto del convoglio di Moro sono ferme ed assiste alla sequenza del sequestro. Il convoglio dei rapitori parte, la 128 del ‘cancelletto superiore’ scende veloce da via Fani, frena per fare la curva a sinistra su via Stresa e gli passa accanto: lo sguardo di Marini incrocia quello del guidatore ‘Eduardo de Filippo’, che magari gli punta una pistola (non risulta che Casimirri avesse un mitra). Comunque egli lo vede in faccia, si sente minacciato e, spaventato, lascia cadere al suolo il motorino.
Ripresosi, solleva il motorino, lo spinge sul marciapiedi per un paio di metri e lo parcheggia.
Il percorso dal punto ‘C’ al punto ‘A’ è brevissimo, si tratta appena di girare l’angolo sul marciapiedi da via Stresa a via Fani. Sulle foto si distingue l’angolo del muro a poco più di un metro dal motorino parcheggiato. A differenza del percorso da ‘B’ ad ‘A’, questo rappresenta una reazione ed un comportamento ‘naturale’, che chiunque potrebbe avere in circostanze simili. A differenza del percorso da ‘B’ ad ‘A’, questo si compie in pochi secondi, e non offre nessun motivo per gravarsi nella memoria.
Infine questa posizione corrisponde all’espressione che Marini ha costantemente usato nelle sue deposizioni: “Mi passarono a fianco dove io ero fermo col motorino… mi spararono passandomi a fianco, scappando su via Stresa”.
Passare ‘a fianco’, significa sul lato, destro o sinistro che sia, espressione incongruente con la sua posizione dichiarata, dalla quale avrebbe dovuto vederli ‘davanti’, ‘di fronte’, poiché secondo lui gli venivano incontro scendendo da via Fani. A fianco a sé, sul punto ‘B’, Marini aveva solo Intrevado con la sua Fiat 500, nessun brigatista, nessun convoglio, nessuna moto Honda.

 Bugie, menzogne o falsità?

Alessandro Marini mente quando dice che:
– osservò l’azione del sequestro dalla parte bassa di via Fani;
– un uomo gli sparò una raffica di mitra da una moto Honda in corsa;
– lo stesso uomo perse un caricatore all’incrocio di via Fani con via Stresa;
– un proiettile di quella raffica colpì il parabrezza del suo motorino;
– il parabrezza venne rotto dal proiettile;
– lasciò lì, nella parte bassa di via Fani, il suo motorino e andò a piedi dall’altra parte dell’incrocio;
– ritrovò il parabrezza rotto, con un pezzo a terra, quando andò a riprendere il motorino.

Marini non è una vittima di via Fani, nessuno gli ha mai sparato, come provato ormai anche dalla polizia scientifica. Benché non abbia osato procedere come parte civile, diversi accusati sono stati condannati definitivamente per un tentato omicio mai evvenuto. Egli è un testimone mendace, e quali che siano le ragioni delle sue false affermazioni, andrebbe considerato quantomeno inaffidabile.

Di falsità evidenti che non gli sono mai state contestate egli ne ha dichiarate altre ancora, basti pensare al racconto del brigatista che si avvicina a un’auto del convoglio di Moro e ne spacca un vetro, prima che il commando apra il fuoco- una circostanza esclusa da ogni altra ricostruzione e testimonianza-, o alle telefonate anonime che avrebbe ricevuto da brigatisti che lo minacciavano- un atto mai provato e che non trova alcun riscontro in tutta la lunghissima storia delle Brigate Rosse: poi si scoprirà che erano per storie sue private legate a frequentazioni femminili, come se non bastasse aggiunse che a minacciarlo fu anche un avvocato dei brigatisti, in aula, sol perché gli aveva rammentato che il suo difeso era già in carcere quando avvenne l’assalto di via Fani.
In un’intervista trasmessa su RaiTre (Il Rosso e il Nero, 1993, qui un estratto) disse che “dopo la sventagliata di mitra” vide l’edicolante ed un signore con una paletta della polizia: altro falso, venne poi accertato che quel distinto signore non l’aveva mai avuta né tenuta in mano.

È ancora un fatto che, di fronte alle ‘discrepanze’ e ai cambiamenti delle sue successive versioni dei fatti, nessuno s’è mai preso la briga di contestargliele coerentemente, tirandone le conseguenze.
Alessandro Marini è il testimone della ‘madre di tutti i misteri’, ha visto la moto Honda che tutti i brigatisti -per una volta unanimi- negano fosse parte diretta o indiretta del piano d’attacco o fosse in qualche modo legata all’organizzazione clandestina.

Lo statuto di vittima gli viene confermato da numerose sentenze, è in un certo senso un ‘intoccabile’. Anche quando dichiara di aver riconosciuto Corrado Alunni tra i componenti del commando -un falso evidente agli stessi inquirenti- il magistrato Ferdinando Imposimato si limita a ‘non prendere in conto’ la testimonianza per quel punto, e nessuno si interroga sull’attendibilità del teste. Il ritornello è che il tentato omicidio di Alessandro Marini è un ‘fatto’ accertato da sentenze definitive, quasi che una sentenza di un giudizio penale debba corrispondere alla verità storica.
La raffica sul suo parabrezza ormai si fissa nell’immaginario del grande pubblico, si veda la scena tratta dal film di Ferrara (qui la sequenza in fotogrammi del film che però non rispecchia fedelmente le parole di Marini, secondo il quale l’uomo col passamontagna sarebbe stato il passeggero posteriore, salvo invertire le parti in una delle tante deposizioni, e l’uomo col mitra avrebbe tenuto l’arma e sparato col braccio sinistro, dunque effettuando una difficilissima, quanto improbabile, torsione all’indietro).

Quanto basta perché le bugie vengano amplificate e moltiplicate da quelli che si vogliono grandi attori delle inchieste.
L’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato, scrive nel suo libro (“Doveva morire”, con Sandro Provvisionato, Chiarelettere 2008), citato nel lavoro di Armeni: «Il teste Marini è affidabile e i buchi dei proiettili sul parabrezza del suo motorino erano visibilissimi
Più recentemente, scrive Stefania Limiti (in “Complici”, sempre con Sandro Provvisionato, Chiarelettere 2014): «L’ingegnere Marini, che nei giorni successivi a questa deposizione subirà molte minacce e nel tempo sarà addirittura costretto a cambiare città, consegnerà alla polizia il parabrezza del suo motorino con ben evidenti i segni degli spari
Sono falsità ingiustificabili, poiché provengono da personaggi che si pretendono grandi specialisti della materia.
E mente sapendo di mentire Gero Grassi, quando annuncia il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta di cui fa parte:
«-Sentiremo anche l’ingegner Alessandro Marini che fu un testimone chiave, passando con il suo motorino proprio durante l’agguato: fu colpito da alcuni proiettili, parlò di un caricatore che vide gettato in terra e fu poi minacciato di morte. Così Gero Grassi, vicepresidente dei deputati Pd e componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro.» (Comunicato pubblicato sul sito del Gruppo PD della Camera ripreso dalla Gazzetta Meridionale -a discapito del Grassi va ricordato che egli fino a poco prima riteneva morto l’ing. Marini, ora invece l’ha promosso a unico ferito sopravvissuto alla strage).

Le nebbie della Commissione
Dopo siffatto annuncio, niente. Il sito che pubblica tutte le udienze della Commissione parlamentare d’inchiesta, segnalando ogni tanto che ‘si continua in seduta segreta’ e che dunque non saranno esposti i dettagli di tale o talaltra audizione, non riporta più nulla. Fino al momento della Relazione sull’attività svolta, la cui proposta viene discussa il 9 dicembre 2015.
Lì si capisce che Alessandro Marini è stato effettivamente sentito dalla Commissione parlamentare. Come, dove e quando però non si sa. Insomma, ancor più che una ‘seduta segreta’, quando si bloccano le registrazioni di radio e TV e si oscura il verbale dell’audito di turno, qui l’informazione del pubblico viene blindata nel modo più radicale. Tantomeno vien indicato un motivo qualsiasi per un tal procedere. Che si siano decisi, se non a torchiare il bugiardo, a metterlo davanti alle proprie responsabilità?  No, casomai è il contrario. La Commissione, alla faccia della trasparenza, ci fa sapere solo ciò che le garba, in perfetto stile ‘non ti faccio vedere la fotografia, ma ti racconto cosa c’è sopra’. Che di solito è ciò che uno ci ha visto sopra.
In tali nebbie, prende piede il sospetto che il testimone sia sempre trattato coi guanti, che gli si permetta di ‘aggiustare’ le sue contraddizioni.
La Relazione sull’attività svolta del 10.12.2015 non ci libera dal sospetto. Vi si legge (pag. 109-100):

Ad Alessandro Marini sono state mostrate alcune immagini estrapolate da un video dell’epoca, che raffigurano un motociclo verde, modello Boxer, con il parabrezza tenuto unito con dello scotch posto trasversalmente, con una guaina copri gambe di colore grigio, parcheggiato in via Fani, sul marciapiedi, all’altezza del bar Olivetti, accanto a un’Alfasud e a una volante.
Marini, osservando le fotografie, ha riconosciuto senza esitare il proprio motoveicolo e ha affermato che sicuramente lo scotch era stato applicato da lui prima del 16 marzo 1978, come aveva già affermato in occasione di dichiarazioni rese il 17 maggio 1994 dinanzi al pubblico ministero Antonio Marini.

Nota bene, Marini afferma nelle medesime dichiarazioni del 1994:
«Ricordo che quel giorno, in via Fani, il parabrezza si è infranto cadendo a terra proprio in questi due pezzi che ho successivamente consegnato alla Polizia; Dopo aver assistito alla sparatoria e alla fuga dei terroristi, ho lasciato il motorino e mi sono avvicinato alle autovetture coinvolte nella sparatoria.» E prima, stesso verbale: «Comunque io ancora vivo il ricordo della presenza di una mota Honda di grossa cilindrata in via Fani, a bordo della quale vi erano due individui uno dei quali, e precisamente quello che sedeva dietro il conducente, mi ha sparato contro mentre ero fermo a bordo del mio motorino.» E poi ancora, nel medesimo verbale: «Non ricordo quando sono andato a ritirare il motorino che avevo lasciato incustodito all’incrocio con via Fani e via Stresa.»
Continua la Relazione:

Alessandro Marini ha aggiunto di ricordare che il 16 marzo, di ritorno dalla Questura dove era stato portato per rendere dichiarazioni, nel riprendere il motociclo si era accorto che mancava il pezzo superiore del parabrezza che era tenuto dallo scotch e di aver perciò ritenuto che fosse stato colpito da proiettili: «Per il fatto che quel giorno l’ho trovato senza un pezzo di parabrezza, io ho ritenuto che fosse stato colpito dalla raffica esplosa nella mia direzione dalla moto che seguiva l’auto dove era stato caricato l’onorevole Moro. Non ho ricordo della frantumazione del parabrezza durante la raffica; evidentemente quando poi ho ripreso il motorino e poiché mancava un pezzo di parabrezza ho collegato tale circostanza al ricordo della raffica. Tali considerazioni le faccio solo ora e non le ho fatte in passato perché non avevo mai avuto modo di vedere le immagini fotografiche mostratemi oggi, da cui si nota che il parabrezza appare nella sua completezza, seppur con lo scotch». Occorre ricordare che nell’immediatezza dei fatti, il 16 marzo 1978, Marini aveva parlato di una raffica nella sua direzione, ma non del parabrezza colpito; in successive dichiarazioni (al sostituto procuratore Infelisi il 5 aprile 1978, al giudice istruttore Imposimato il 26 settembre 1978, al giudice istruttore Gallucci il 29 gennaio 1979) Marini invece aveva riferito che la raffica dei brigatisti aveva colpito il parabrezza del suo motociclo. Alessandro Marini ha aggiunto di non rammentare la circostanza che uno dei soggetti a bordo della moto aveva perso un caricatore, come invece da lui dichiarato il 16 marzo 1978.

E come dicono nei cartoni animati: That’s all, folks!

La Relazione offre dunque una sola citazione dell’ultima testimonianza di Marini, che, virgolettata, dovrebbe essere testuale.
Davanti alla foto che mostra il suo motorino con il parabrezza intero e attraversato da una striscia di scotch, gli si permette di giustificarsi, affermando il contrario, che era “senza un pezzo di parabrezza”. Gli mancava un pezzo, sulla foto che gli hanno mostrato? Non lo sappiamo, anche quell’immagine è rimasta nelle nebbie. Possiamo presumere che non fosse quella pubblicata sul blog Insorgenze.net, che segnalò il dettaglio, indicando in un primo momento che il motorino era un Piaggio Ciao, mentre era un Boxer, pure della Piaggio. Ma poco importa.
Di foto, ne vedete qui parecchie, e ancor più se ne trovano sul web, scattate da diversi angoli e a diversi momenti della giornata.
Non se ne trova alcuna che mostri il parabrezza in pezzi, o mancante di un pezzo.
E va ricordato che lo stesso Alessandro Marini disse (nel citato verbale del 1994 davanti al pm Antonio Marini) di aver apposto lo scotch prima del 16 marzo non perché il parabrezza fosse rotto, ma perché era “incrinato”. Non erano dei pezzi attaccati insieme dallo scotch, il nastro adesivo copriva un’incrinatura, per tenerlo unito nel caso che una forte sollecitazione o un colpo lo rompessero effettivamente facendolo cadere in pezzi.
Le fotografie che abbiamo visto mostrano che il Boxer di Marini è stato messo sotto l’insegna verticale del Bar Olivetti dopo l’azione ma prima dell’arrivo della polizia, che è rimasto chiuso non solo nella ‘scena del crimine’ (una delle più inquinate che la storia ricordi) ma addirittura tra due auto della polizia che lo rendevano inavvicinabile a qualsiasi passante. Nelle tante foto, in quel punto si vedono solo carabinieri e/o poliziotti, che danno le spalle al motorino.
In questa sua ultima testimonianza segreta, Marini dice che “mancava un pezzo di parabrezza”. Davanti all’evidenza fotografica del contrario, continua a mentire.
Col beneplacito della Commissione d’inchiesta.

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Aldo Moro, una contro-inchiesta rivela nuovi elementi

Angela Mauro, Huffpost Italia
16 marzo 2017

I postini delle Brigate Rosse durante i 55 giorni del sequestro Moro erano tre e non due: Bruno Seghetti, Valerio Morucci e Adriana Faranda. L’agguato in via Fani, di cui oggi ricorre il 39esimo anniversario, costò circa 700 mila lire, e furono impiegati in totale 10 mezzi. Soprattutto la 127 bianca, parcheggiata da Morucci e Franco Bonisoli all’alba di quel 16 marzo dietro al mercato di via Trionfale, ebbe un ruolo strategico: i brigatisti la usarono come deposito temporaneo per le armi lunghe. E ancora: fu nella base di via Chiabrera e non in via Gradoli che i brigatisti tennero la riunione decisiva, quella dell’8 maggio 1978, che decretò la morte di Aldo Moro.
Sono solo alcuni dei particolari ricostruiti nel libro ‘Brigate rosse – Dalle fabbriche alla ‘campagna di primavera’ (Derive Approdi), scritto dagli storici Marco Clementi ed Elisa Santalena e da Paolo Persichetti, ricercatore indipendente che aderì alle Br-Unione dei comunisti combattenti, per questo estradato dalla Francia, arrestato, ha scontato la pena.
Il libro è il risultato di un lungo lavoro di ricerca nell’Archivio di Stato, dove per effetto della direttiva Prodi (2008) e della direttiva Renzi (2014) è stata trasmessa tutta la documentazione degli apparati di sicurezza sui tragici eventi che hanno segnato la storia della Repubblica dal 1969 al 1984, dalla strage di piazza Fontana alla strage del rapido 904 nel 1984, passando per il sequestro Moro, oggetto particolare della direttiva Prodi. E in più nel testo ci sono le testimonianze inedite di alcuni ex brigatisti. E così a 39 anni di distanza dai fatti, una nuova pubblicazione sul sequestro e l’assassinio del presidente della Dc aggiunge altri elementi alla storia. La particolarità è che va a confutare molte delle tesi cui è giunta di recente la commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro presieduta dal deputato del Pd Giuseppe Fioroni.
Per esempio, secondo la ricerca di Clementi, Santalena e Persichetti, non è vero che le armi usate in via Fani furono custodite in un garage in via Licinio Calvo. Invece erano in un borsone nella 127 bianca parcheggiata dietro il mercato da Morucci e Bonisoli e furono recuperate alcune ore più tardi da Barbara Balzerani e Seghetti che per trasportarle le misero in un carrello della spesa, nascoste sotto ortaggi appena acquistati. E poi c’è il particolare dell’auto parcheggiata dai brigatisti la sera dell’8 maggio in via Caetani, per bloccare il posto dove poi fu invece lasciata la Renault 4 con il cadavere di Moro. C’è la ricostruzione del percorso compiuto dalla Renault 4, la descrizione del piano di emergenza della polizia messo in atto dopo il ritrovamento del corpo di Moro: triplo anello concentrico a chiudere la capitale. Ci sono le domande sulle carte del Nucleo speciale del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Stando alla documentazione consegnata dall’Arma dei Carabinieri all’Archivio di Stato, il generale ha coordinato un’attività di indagine sul sequestro Moro molto approfondita. Risultano “16.161 fascicoli e 19.780 schede personali che però oggi non risultano consultabili (potrebbero anche essere andati distrutti”), concludono i tre autori.
Nel libro c’è il racconto dei luoghi che servirono da base alle Br. Per esempio, il libro confuta la tesi giudiziaria secondo cui la base centrale dei brigatisti durante il sequestro Moro su quella di via Gradoli 96. Invece, sostengono gli autori, si trovava in via Chiabrera 74 e fu usata per le riunioni decisive, come quella della sera dell’8 maggio 1978 che decretò la morte di Moro e le modalità di trasporto del corpo in via Caetani.
La cornice storica, il Vaticano e il Pci, l’Italia degli anni di Piombo e una tesi che scorre nel libro dall’inizio alla fine. E cioè che il sequestro Moro fu l’epilogo di una campagna messa in atto dalle Br dagli inizi degli anni ’70: dalle fabbriche al sequestro del presidente della Dc. Un’inchiesta indipendente destinata a far discutere.