La lettera del giudice Guido Salvini a Insorgenze, «non credo al complotto nel rapimento Moro, ma non tutto è chiaro»

guido_salvini

Vi scrive Guido Salvini giudice del Tribunale di Milano. Ho letto la vostra intervista a Matteo Antonio Albanese autore del libro Tondini di ferro e bossoli di piombo. Ho trovato interessanti le riflessioni sui rapporti tormentati che vi furono tra il Pci e il mondo delle Brigate rosse ai suoi inizi e sull’intuizione da parte di queste ultime del fenomeno della globalizzazione. In una domanda posta dall’intervistatore mi sono però attribuite, anche in modo inutilmente sgarbato, opinioni sul sequestro Moro che non ho mai avuto e che non ho mai espresso e che al più possono essere proprie di qualche parlamentare componente della seconda Commissione Moro per la quale ho lavorato in completa autonomia come consulente. Infatti non ho mai pensato né scritto, come è facile verificare, che il sequestro Moro sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60- ‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose. Queste sono opinioni di altri che l’articolo non cita

Credo tuttavia che soprattutto negli ultimi giorni del sequestro vi siano state in entrambe le parti, lo Stato e le Brigate Rosse, incertezze e imbarazzi su come affrontare la possibile liberazione dell’ostaggio da un lato e come portare a termine l’operazione dall’altro e che questa situazione, in cui i due attori dovevano necessariamente compiere scelte di interesse e forse auspicate anche da realtà esterne al sequestro, abbia in entrambi provocato in alcuni passaggi un’amputazione della narrazione di quanto avvenuto. Mi riferisco, ad esempio, per quanto riguarda lo Stato, all’incertezza se fare di tutto perché Moro fosse recuperato vivo e alla contemporanea assillante ricerca dei memoriali dello statista giudicati pericolosi per gli equilibri dell’epoca. Per quanto concerne le Brigate Rosse mi riferisco alle non convincenti versioni in merito al luogo o ai luoghi ove l’ostaggio fu tenuto prigioniero e alle modalità con le quali, mentre erano ancora in corso contatti ed iniziative, ha trascorso le ultime ore e con le quali è stato ucciso. Su questi passaggi vi sono probabilmente ancora alcune verità e forse il ruolo di alcune persone da proteggere. Spero di essermi spiegato in queste poche righe e forse la lettura del libro potrà spingermi a tornare in modo più ampio sull’argomento sul mio sito guido.salvini.it

Vi ringrazio per l’attenzione.
cordialità
Guido Salvini

*************************************************************************************

Dott. Salvini,
Registro con favore il giudizio anticomplottista da lei espresso sul sequestro Moro, cito le sue parole: «il sequestro Moro non sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60-‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose».

La mia valutazione negativa del suo lavoro di consulente nella commissione Moro 2 era tuttavia fondata sull’analisi delle sue attività: escussioni di testimoni, indagini perlustrative, proposte di piste da indagare che manifestavano un consolidato pregiudizio dietrologico. Mi riferisco all’endorsement del libro di un personaggio imbarazzante come Paolo Cucchiarelli (20 giugno 2016, n. prot. 2060 e 682/1), nel quale si individuavano almeno 4 spunti di indagine da seguire, tra cui le dichiarazioni di un pentito della ‘ndrangheta Fonti, anche lui replicante di fake news, come la presenza di Moro nell’angusto monolocale di via Gradoli in una fase del sequestro (circostanza smentita dalle evidenze genetiche delle analisi sulla tracce di Dna, condotta dalla stessa commissione), oppure su un presunto ruolo di Giustino De Vuono in via Fani e nella esecuzione del presidente del consiglio nazionale della Dc. O ancora l’articolo fiction dello scrittore Pietro De Donato apparso nel novembre 1978 su Penthause, rivista glamour notoriamente specializzata sul tema. E ancora la richiesta di sentire, protocollo 519/1, il collaboratore di giustizia, sempre della ‘ndrangheta, Stefano Carmine Serpa che nulla mai aveva detto sulle Brigate rosse e il rapimento Moro, ma in una deposizione del 2010 aveva riferito dei rapporti tra il generale dei Cc Delfino e Antonio Nirta, altro affiliato alle cosche ‘ndranghestite. L’ulteriore sostegno ai testi (28 dic 2018, prot. 2497 – e 844/1) di Mario Josè Cerenghino, autore di libri in coppia con Giovanni Fasanella, la cui ossessione complottista non ha bisogno di presentazioni, o ancora di Rocco Turi, autore di una storia segreta del Pci, dai partigiani al caso Moro, sostenitore di una tesi dietrologica diametralmente opposta alla precedente, che intravede nelle Repubblica popolare cecoslovacca una funzione promotrice dell’attività delle Brigate rosse, fino fantasticare l’addestramento in campi dell’Europa orientale dei militanti Br. Potrei continuare, ma non serve.

Nella seconda parte della lettera, contradicendo quanto affermato all’inizio, solleva nuovi dubbi sugli ultimi momenti del sequestro. Convengo con lei che da parte dello Stato, ed in modo particolare delle due maggiori forze politiche protagoniste della linea della fermezza, Democrazia cristiana e Partito comunista, vi siano ancora moltissime cose da scoprire sulla decisione ostinata e sui comportamenti messi in campo per evitare, fino a sabotare, qualsiasi iniziativa di mediazione e negoziato in favore della liberazione dell’ostaggio. Mi riferisco, per esempio, all’impegno preso e non mantenuto dal senatore Fanfani di intervenire il 7 maggio 1978, con un messaggio di apertura all’interno di una dichiarazione pubblica. 
Ritengo che da parte brigatista i dubbi da lei espressi non trovino fondamento. Cosa c’è di poco chiaro e non trasparente nella telefonata del 30 aprile realizzata da Mario Moretti alla famiglia Moro? Consapevole della necessità di uscire dal vicolo cieco in cui si era infilata la vicenda, il responsabile dell’esecutivo brigatista tentò una mediazione finale che ridimensionava le precedenti rivendicazioni, la liberazione di uno o più prigionieri politici, e chiedeva un semplice segnale di apertura, che nella trattativa che sarebbe seguita dopo la sospensione della sentenza poteva vertere nel miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri. Perché questo aspetto continua ad essere evitato, sottovalutato e poco studiato, avvalorando contorte ipotesi di trattative parallele, somme di denaro o altro, rifiutate in principio dalle Br? Forse perché la responsabilità di chi si è sottratto a tutto ciò non è ancora politicamente sostenibile?
Ed ancora, sull’ipotesi dello spostamento dell’ostaggio, la invito a studiare tutti i sequestri, politici o a scopo di finanziamento, realizzati dalle Brigate rosse. Mi dica se c’è un solo caso dove l’ostaggio viene traslocato durante la prigionia? Approntare una base-prigione è cosa molto complessa e se non si comprende qual era il modo di approntare la logistica nelle Br si può cadere in facili giochi di fantasia.
Infine, tra i temi che la commissione ha rifiutato di affrontare c’è quello della tortura, verità indicibile di questo Paese. Un commissario aveva presentato un’articolata richiesta di approfondimento della vicenda di Enrico Triaca, il tipografo di via Pio Foà arrestato e torturato il 17 maggio 1978, una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro, con una lista di testimoni da ascoltare, tra cui Nicola Ciocia, il funzionario dell’Ucigos soprannominato “dottor De Tormentis”, esperto in waterboarding. Sorprende che lei non se ne sia interessato sollecitando spunti d’inchiesta, audizioni o proponendo materiali e sentenze della magistratura presenti sulla questione? Dottor Salvini, ha perso davvero una grande occasione.
Cordialmente, Paolo Persichetti

Tortura di Stato, Enrico Triaca in un video racconta il waterboarding

La mattina del 17 maggio 1978 la Digos di Roma sotto la direzione dell’Ucigos perquisì le abitazioni di diciassette persone, ex appartenenti a Potere operaio, Lotta continua e militanti dell’estrema sinistra, gravitanti per la gran parte nel quadrante Est della Capitale, lungo la via Tiburtina. Erano state individuate, e molte di loro pedinate, a partire dalle indagini avviate all’inizio di aprile. Tra queste c’era il venticinquenne Enrico Triaca, che i poliziotti avevano «agganciato» solo il 1° maggio precedentenel corso di un pic nic di massa a villa Pamphili. Dopo l’irruzione nella sua abitazione, avvenuta con un certo ritardo sui tempi previsti perché quella mattina bussaronoper sbaglio nel vicino appartamento di un giovane che aveva analoghe caratteristiche somatiche21, barba e capelli rossicci, Triaca fu prelevato e portato nella tipografiadove era stato visto recarsi nei giorni precedenti, in via Pio Foà 31 a Monteverde, perla perquisizione dei locali. I poliziotti non si aspettavano di scoprire una base logistica delle Br adibita a tipografia22 e quindi la sorpresa fu grande. Appena gli agenti rinvennero sul posto materiale dell’organizzazione, tra cui numerose copie della Risoluzione strategica del febbraio 1978 e una macchina da scrivere Ibm a testina rotante con la quale il documento era stato redatto23, sul posto si precipitarono forze di polizia in gran numero. Triaca fu condotto negli uffici della Digos e poco dopo trasferitonella caserma di Castro Pretorio24 dove venne interrogato una prima volta nel pomeriggio. In tarda serata fu prelevato da una squadra di uomini travisati che lo incappucciarono e lo trasportarono in una sede ignota. Arrivato a destinazione fu sottoposto a un secondo interrogatorio, questa volta violento, con la tecnica del waterboarding, la tortura dell’acqua e sale, che produce una sensazione di annegamento. Eccola sua testimonianza racconta in un video-reportage di Enrico Porsia:

 

Per saperne di più:

Brigate rosse, dalle fabbriche alle campagna di primavera, Deriveapprodi 2017, cap. 5.2 pp. 500-511

Br cop

Note dal volume Brigate rosse, dalle fabbriche alle campagna di primavera, Deriveapprodi 2017
21 Testimonianza di Enrico Triaca agli autori. Anche la moglie, Anna Maria Gentili, venne inizialmentefermata perché, a causa del suo diploma di dattilografa, fu sospettata di aver battuto a macchina gli opuscoli e i volantini delle Brigate rosse stampati nella tipografia.
22 Il locale venne affittato nel marzo 1977 per 150.000 mila lire al mese e dopo alcuni lavori di ristrutturazione fu attrezzato con i macchinari per la stampa. Nel mese di aprile 1977 furono stampate 3-4000 copiedi un primo opuscolo. Successivamente Triaca lavorò alla preparazione di altri tre opuscoli: uno a settembre e l’altro a novembre 1977 di 400 copie ciascuno; l’ultimo, 10.000 copie, del febbraio 1978, intitolato Larisoluzione della direzione strategica. Enrico Triaca e Antonio Marini, i due tipografi di via Pio Foà, percepivano dall’organizzazione un compenso di 250.000 lire mensili. Archivio del Tribunale di Roma, 25/78R.G. Proc. Gen., verbale Digos del 17 maggio 1978, ore 17,50, pp. 10-15., f.tto Riccardo Infelisi e AdelchiCaggiano.
23 Sul momento gli inquirenti pensarono che si trattasse della macchina con la quale erano stati scritti iComunicati del sequestro Moro.
24 Archivio del Tribunale di Roma, 25/78 R.G. Proc. Gen., interrogatorio di Enrico Triaca davanti al giudiceistruttore Achille Gallucci, 19 giugno 1978, pp. 6-8.