Caro Grassi perché dici tante balle sul delitto Moro?

Paolo Persichetti
Il Riformista 13 novembre 2020

Gero Grassi, l’ex membro della seconda commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro che ha chiuso i battenti nella passata legislatura, è incappato in una nuova querela dopo quella promossa da una coppia di coniugi indicati come i veri carcerieri di Moro nella loro abitazione di via dei Massimi 91, a Roma. A denunciarlo, stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche.
Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a l’ex parlamentare di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni 70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, sempre in via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delleBrigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro», consentendo a Franco Piperno, suo amico, di controllare dalle finestre della sua abitazione l’arrivo nel garage della palazzina del commando brigatista con l’ostaggio.
Affermazioni ribadite con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) Aldo Moro: la verità negata, terza edizione, che Gero Grassi ha pubblicato nel dicembre 2019 col patrocinio della Regione Puglia (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it). Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che riassume la sua esperienza lavorativa ricordando di essere arrivata in Italia nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca), nel 1976 per Stern e dal 1980 fino al 1990 perDer Spiegel. In seguito ha collaborato con Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca. Iscritta alla Spd dal 1974, la Kraatz ha di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 Enrico Berlinguer (è citata nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore dellaOstpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi.
Nel corso della sua carriera ha intervistato Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine e l’intero establishment della politica, della economia e della cultura italiana. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri da cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso, Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza.
Nella querela Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo». La raccomandata non riceveva risposta. Il 26 aprile 2018 sul quotidiano il Dubbio appariva una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, Giuseppe Fioroni spiegava che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che escludeva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo ne riprendeva le parole. Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contati o altro legame col gruppo“2 Giugno che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet.
Nonostante queste importanti rettifiche Gero Grassi rilanciava le sue accuse contro Birgit Kraatz nella terza edizione del suo libro su Moro, accuse che ribadita anche in una intervista all’Agi del 5 marzo 2020. Nel frattempo nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz da parte dell’ex presidente della Commissione Moro 2. Al contrario, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato, in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, Giuseppe Fioroni invece di correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più… c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno».

Basta fake news sul sequestro Moro, un gruppo di storici scrive una lettera aperta contro le dietrologie

Sono arrivati a 58 gli storici e i ricercatori che hanno firmato la lettera contro le fake news sul sequestro Moro. Tra loro anche studiosi stranieri. È la prima volta che dal mondo della ricerca storiografica viene espressa una posizione così netta, non più disponibile ad accettare che si possano diffondere a oltre 40 anni dai fatti notizie infondate e narrazioni complottiste costruite in spregio dei più  elementari criteri logici, prive di correlazioni, del rispetto della cronologia, della verifica delle fonti, di de relato che mettono in bocca a defunti le affermazioni più improbabili e che ovviamente nessuno può confermare o smentire. Un gruppo di storici e studiosi, con origini, percorsi e orizzonti diversi, hanno detto basta. In una lettera aperta invitano la comunità degli studiosi e il mondo della comunicazione a non avallare più simili approcci e ripristinare il rispetto dei canoni storiografici. La lettera aperta prende avvio dai numerosi resoconti giornalistici apparsi in occasione del quarantennale della strage di Bologna e nei quali, in forma diretta o allusiva, si costruiva un nesso abusivo tra la bomba alla stazione e la vicenda Moro

Diversi organi di stampa insistono nel riproporre ai loro lettori finti misteri e ricorrenti fantasie di complotto sul sequestro di Aldo Moro. È successo anche sul Manifesto del 2 agosto. In occasione del quarantennale della strage di Bologna, un articolo di Tommaso di Francesco e un intervento di Saverio Ferrari richiamano l’argomento, benché nulla c’entri con il tema affrontato. Ci riferiamo, in particolare, al seguente passaggio «… Catracchia, l’amministratore per conto del Sisde delle palazzine di via Gradoli, dove al civico 96 si trovava il covo Br affittato dall’ingegner Borghi, alias Mario Moretti, dove Aldo Moro fu inizialmente tenuto prigioniero».
È un’affermazione priva di fondamento che induce il lettore a credere accertato un legame occulto tra il Sisde e le Br: legame, in realtà, sempre smentito dalle ricerche storiografiche e dalle risultanze processuali. Al contrario, l’attività giudiziaria e delle diverse commissioni d’inchiesta ha accertato che l’on. Moro non è mai stato tenuto sotto sequestro nei locali di via Gradoli, che fungevano invece da base per due brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani. L’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha addirittura effettuato un’indagine Dna sui reperti sequestrati nell’appartamento di via Gradoli, constatando l’assenza di tracce genetiche riconducibili ad Aldo Moro.
In ordine all’episodio dell’affitto di via Gradoli, c’è da dire che in più Corti di Assise sono emerse chiare evidenze. Ci sembra doveroso segnalarle, le elenchiamo in queste poche righe:

  1. L’ingegner Borghi/Moretti ha affittato i locali di via Gradoli 96 a seguito di normale annuncio pubblicitario nel dicembre del 1975;
  2. I locatori erano i signori Giancarlo Ferrerò e Luciana Bozzi, proprietari dell’appartamento dal rogito avvenuto in data 01/07/1974;
  3. È accertato che si è trattato di una transazione tra privati, senza coinvolgere la figura dell’amministratore;
  4. Il Sisde, il nuovo servizio segreto civile, è stato creato nel 1977, cioè due anni dopo la stipula del contratto di affitto per la base brigatista.
  5. È evidente che il contratto d’affitto tra brigatisti e coniugi Ferrerò non poteva perciò essere implicato con il Sisde, del resto inesistente in quel momento.
  6. Occorre peraltro ricordare che, com’è noto, la base Br di via Gradoli 96 ha cessato di essere “un covo” nel 1978, proprio durante il sequestro Moro.
  7. Per evitare contiguità immotivate e fuorvianti, va sottolineato che la base dei Nar era invece al civico 65 di via Gradoli e comunque il loro soggiorno risale al 1981. Un altro estremista di destra aveva in realtà abitato in via Gradoli 96 – Enrico Tomaselli di Terza Posizione – ma nel 1986, cioè molti anni dopo i fatti in oggetto. Per completezza documentale, va comunque precisato che non si trattava dello stesso vano occupato a suo tempo dalle Br. Infine, risulta che ad affittare il monolocale al Tomaselli non sia stato l’amministratore Catracchia ma un altro estremista di destra figlio di un magistrato di Cassazione: Andrea Insabato, proprietario del piccolo appartamento e peraltro futuro attentatore alla sede del Manifesto nel dicembre 2000.
  8. In ogni caso le tre società immobiliari, proprietarie di alcuni degli appartamenti presenti nelle due palazzine del civico 96, sono tutte state create prima della nascita del Sisde, dunque non ne potevano essere un’emanazione.
  9. In particolare, sono agli atti le proprietà immobiliari di Vincenzo Parisi, nel 1978 questore di Grosseto, dal 1980 in organico al Sisde (di cui diventa direttore nel 1984) e nel 1987 capo della Polizia.
  10. L’intensa attività immobiliarista del dirigente Parisi, con gli appartamenti intestati alle figlie Maria Rosaria e Daniela, non sembra richiamare reconditi misteri. Ad ogni buon conto, sono fatti notarili riguardanti il civico 75 che ricorrono una prima volta un anno e mezzo dopo il rapimento Moro mentre i successivi, inerenti al civico 96, avvengono oltre la metà degli anni 80: quattro e nove anni dopo la stipula del contratto di affitto del 1975 da parte delle Brigate Rosse.
  11. Quando si tratta dell’immobile di via Gradoli queste date abitualmente non vengono segnalate ai lettori. E invece, in questa come in molte altre occasioni, la precisione sui tempi cronologici è necessaria per un’interpretazione ponderata dei fatti ispirata al metodo storico. Un’analisi corretta dei tempi, delle fonti e del nesso causa-effetto smentisce seccamente ogni possibile coinvolgimento di entità non riconducibili alla lotta armata intrapresa dalle Br nel lontano 1970. Denunciamo pertanto il mancato rispetto dei più elementari criteri di verità e di logica nella ricostruzione di eventi e circostanze, una degenerazione particolarmente grave della e nella stampa italiana.

Matteo Antonio Albanese, Luca Altieri, Gianremo Armeni, Mario Ayala, Alessandro Barile, Andrea Brazzoduro, Edoardo Caizzi, Chantal Castiglione, Francesco Catastini, Frank Cimini, Marco Clementi, Andrea Colombo, Adriano D’Amico, Silvia De Bernardinis, Elisabetta Della Corte, Fabio De Nardis, Paolo De Nardis, Joshua Depaolis, Christian De Vito, Italo Di Sabato, Richard Drake, Nicola Erba, Eros Francescangeli, Monica Galfré, Mario Gamba, Aldo Grandi, Massimiliano Griner, Marco Grispigni, Guillaume Guidon, Davide F. Jabes, Antonio Lenzi, Nicola Lofoco, Emilio Mentasti, Carla Mosca, Ottone Ovidi, Alberto Pantaloni, Paolo Persichetti, Giovanni Pietrangeli, Roberto Polito, Francesco Pota, Elena Pozzato, Alberto Prunetti, Nicola Rao, Tommaso Rebora, Susanna Roitman, Francesco Romeo, Ilenia Rossini, Elisa Santalena, Vladimiro Satta, Marco Scavino, Davide Serafino, Giuliano Spazzali, Chiara Stagno, Davide Steccanella, Andrea Tarturli, Ugo Maria Tassinari, Vincenzo Tessandori, Luciano Villani

 

Roma, 12 agosto 2020 (aggiornato il 1 ottobre 2020)

Chi sono i firmatari della lettera:

L’intervento è stato elaborato da un nutrito gruppo di storici e di esperti, da tempo impegnati in studi di rilevanza storica sulle Brigate Rosse e sulle altre formazioni combattenti, più in generale sui movimenti sovversivi degli anni Settanta. Ecco alcune informazioni sintetiche.

Matteo Antonio Albanese è ricercatore all’Università di Padova e autore del recentissimo volumeTondini di ferro e bossoli di piombo. Una storia sociale delle Brigate rosse”(Pacini editore).
Luca Alteri, Sapienza Università di Roma e Istituto di Studi Politici “S. Pio V”. Sociologo, studia la questione urbana e la partecipazione politica non convenzionale.
Gianremo Armeni, sociologo, ha pubblicato diversi libri sulla lotta armata:“Questi fantasmi, il primo mistero del caso Moro” (Tra le righe libri), “Bi. Erre. I Fondatori” (Paesi Edizioni), “Buone regole. Il vademecum del brigatista” (Prospettiva Editrice), La strategia vincente del generale Dalla Chiesa contro le Brigate rosse (edizioni associate).
Mario Ayala, storico, professore associato Universidad Nacional de Tierra del Fuego, Antártida e Islas del Atlántico Sur.
Alessandro Barile, ricercatore in Storia contemporanea, Sapienza università di Roma; redazione Zapruder.
Andrea Brazzoduro, ricercatore (autore del saggio “Soldati senza causa. Memorie della guerra d’Algeria”, Laterza), redazione “Storie in movimento/Zapruder”, rivista quadrimestrale di storia del conflitto sociale con cui collaborano oltre trecento storici.
Chantal Castiglione, scrittrice e studiosa dei movimenti sociali. Ha pubblicato “Tra speranze e illusioni l’Italia negli Anni di Piombo” (Falco Editore 2013) e “Canto per un ribelle. Lettere di lotta e disobbedienza” (Edizioni Erranti 2018).
Francesco Catastini, ricercatore all’Università di Padova. Tra i suoi libri “A ritroso. La ricerca storica e i suoi tempi” (Pacini).
Frank Cimini, cronista di giudiziaria, storico polemista a difesa dei movimenti degli anni Settanta, è stato il direttore responsabile di “Controinformazione”, di “Autonomia” e di “Sinopsis”, e ha fondato ed anima il sito giustiziami.it
Marco Clementi, professore associato di storia dell’Europa Orientale all’Università della Calabria, autore di numerosi saggi, tra cui “Storia del dissenso sovietico” (Odradek), “Gli ultimi ebrei di Rodi” (Derive Approdi), “La pazzia di Moro” (Mondadori), “Storia delle Brigate rosse” (Odradek). È coautore di “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera” (Derive Approdi).
Andrea Colombo, ha seguito per molti anni sul Manifesto il caso Moro e ha scritto “Un affare di Stato, il delitto Moro quarant’anni dopo» (Cairo editore).
Silvia De Bernardinis, ricercatrice, ha scritto una tesi di dottorato su “Lotta di classe e lotta armata nella crisi fordista degli anni 70 in Italia: le Brigate Rosse”.
Elisabetta Della Corte, sociologa, docente università della Calabria.
Fabio de Nardis, professore associato di sociologia dei fenomeni politici, Università di Foggia e Università del Salento.
Paolo De Nardis, ordinario di Sociologia presso Sapienza Università di Roma, dirige l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”. Si occupa di mutamento sociale, teoria politica e pensiero marxista.
Joshua Depaolis, ricercatore indipendente, autore di «1978: a new stage in the class war? Selected documents on the Spring Campaign of the Red Brigades», (Kersplebedeb).
Christian De Vito, storico, ricercatore all’Università di Bonn, è autore di “Camosci e portachiavi” (Laterza), un saggio sulle carceri speciali.
Italo Di Sabato è tra i fondatori dell’Osservatorio sulla la Repressione, un organismo che dal 2007 coordina studi, ricerche, dibattiti e seminari sui temi della repressione, della legislazione speciale, della situazione carceraria.
Richard Drake, professore alla Lucile Speer Research Chair in Politics and History Department of History, University of Montana. È autore di “The Aldo Moro Murder Case” (Cambridge, Harvard UP), tradotto e pubblicato in Italia: “Il caso Aldo Moro” (Tropea).
Eros Francescangeli, ricercatore all’Università di Parma, ha pubblicato “Arditi del popolo: Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista, 1917-1922” (Odradek), redazione“Storie in movimento/Zapruder”.
Monica Galfrè, professore associato di Storia contemporanea, Università di Firenze. È autrice di “La guerra è finita. L’Italia e l’uscita dal terrorismo 1980-1987” (Laterza).
Mario Gamba, giornalista esperto di musica contemporanea, ha lavorato per il Manifesto, Alias, L’Espresso, Reporter, Outlet e il Tg3. Ha scritto una memorabile cronaca dei funerali di Prospero Gallinari e su Alfabeta2 ha pubblicato un intervento dal titolo “Memoria ed esorcismo”.
Aldo Grandi, giornalista e saggista, ha pubblicato numerose opere di ricostruzione storica. Tra queste: “Giangiacomo Feltrinelli, la dinastia, il rivoluzionario” (Dalai Editore); “Insurrezione armata” (Bur); “L’ultimo brigatista” (Bur); “La generazione degli anni perduti. Potere Operaio” (Einaudi).
Massimiliano Griner, storico, sceneggiatore, autore televisivo e radiofonico. Ha pubblicato numerosi saggi di storia contemporanea, tra cui “La Banda Koch” (Bollati Boringhieri) e “La zona grigia. Intellettuali, professori, giornalisti, avvocati, magistrati, operai. Una certa Italia idealista e rivoluzionaria” (Chiarelettere).
Marco Grispigni è uno studioso dei movimenti sociali e politici degli anni Sessanta e Settanta. Ha pubblicato diversi volumi: “Il Settantasette” (Il Saggiatore); “Elogio dell’estremismo. Storiografia e movimenti” (Manifestolibri); “Gli anni Settanta raccontati a ragazze e ragazzi” (Manifestolibri); “Quella sera a Milano era caldo. La stagione dei movimenti e la violenza politica” (Manifestolibri); “Il 1968 raccontato a ragazze e ragazzi” (Manifestolibri).
Guillaume Guidon, dottore in Storia Contemporanea all’Université Grenoble Alpes – Ricercatore indipendente
Davide F. Jabes, storico, ricercatore indipendente e consulente editoriale. È coautore di “Impero. The Axis PowersV-1 Carrying Capital Ship(Fonthill).
Antonio Lenzi, PhD in storia dei partiti e dei movimenti politici, Università di Urbino.
Nicola Lofoco, giornalista specializzato in terrorismo italiano e internazionale, è autore di “Il caso Moro, misteri e segreti svelati” (Gelso Rosso). Collabora con Huffington Post e ha un proprio sito http://www.nicolalofoco.it
Emilio Mentasti, ricercatore indipendente, autore di “La Guardia rossa racconta. Storia del comitato operaio della Magneti Marelli” (Colibrì), “Senza tregua, storia dei comitati comunisti per il potere operaio 1975-1976”, (Colibrì), “Bergamo 1967-1980. Lotte, movimenti, organizzazioni”, (Colibrì).
Carla Mosca, ex giornalista Rai, ha seguito per il servizio pubblico le principali vicende giudiziarie connesse agli anni Settanta. Ha scritto, assieme a Rossana Rossanda e Mario Moretti, “Brigate Rosse, una storia italiana” (Oscar Mondadori).
Ottone Ovidi, ricercatore presso l’università Paris 10 Nanterre, fa parte della redazione di “Storie in movimento/Zapruder”.
Alberto Pantaloni, storico, editor della collana storica di DeriveApprodi.
Paolo Persichetti, già Br esule a Parigi, ha insegnato sociologia politica a Paris 8 Vincennes-Saint Dénis, è oggi ricercatore indipendente e autore del blog “Insorgenze.net”. Ha collaborato con Liberazione e Il Garantista. Con Oreste Scalzone ha scritto “Il nemico inconfessabile” (Odradek) ed è coautore di “Brigate rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera” (Derive Approdi).
Giovanni Pietrangeli, ricercatore, redazione “Storie in movimento/Zapruder”.
Roberto Polito, storico dell’antichità, già ricercatore presso University of Cambridge ricercatore.
Francesco Pota, ricercatore, redazione “Storie in movimento/Zapruder”.
Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, ha scritto numerosi libri, tra cui “Amianto, una storia operaia” (Edizioni Alegre) e “Nel girone dei bestemmiatori. Una commedia operaia” (Laterza). Fa parte di diverse redazioni, come Carmilla on line, Nuova Rivista Letteraria e Jacobin Italia.
Nicola Rao, giornalista e saggista, autore di diversi libri sulla storia del terrorismo di destra e di sinistra. Sulle Br ha pubblicato il volume “Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali. Come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata” (Sperling&Kupfer).
Tommaso Rebora, dottorando in Studi storici dal Medioevo all’età contemporanea, Università degli studi di Teramo.
Susanna Roitman ricercatrice e docente dell’Universidad Nacional de Villa María, Argentina. Direttrice dell’Osservatorio sul lavoro e conflitti di Cordoba.
Ilenia Rossini ricercatrice, redazione “Storie in movimento/Zapruder”.
Elisa Santalena, professore associato di Storia italiana contemporanea presso l’Université Grenoble Alpes, esperta di carcere speciale, è coautrice di “Brigate rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera” (Derive Approdi).
Vladimiro Satta, già documentarista della Commissione Stragi, è autore di “Odissea nel caso Moro” (Edup), “Il caso Moro e i suoi falsi misteri” (Rubettino), “I nemici della Repubblica” (Rizzoli).
Marco Scavino è ricercatore di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Recentemente ha pubblicato “Potere operaio. La storia, la teoria, vol. 1” (DeriveApprodi).
Davide Serafino, ricercatore e insegnante, ha pubblicatoLa lotta armata a Genova. Dal Gruppo 22 ottobre alle Brigate rosse”, 1969-1981”( Pacini).
Giuliano Spazzali, avvocato penalista, è stato uno dei principali esponenti del “Soccorso Rosso Militante”. Ha difeso gli anarchici del Circolo Ponte della Ghisolfa nella vicenda di Piazza Fontana, e successivamente anche numerosi protagonisti della lotta armata. Ha pubblicato il saggio “La zecca e il garbuglio” (Machina Libri).
Chiara Stagno, dottoranda in storia all’università Orientale di Napoli.
Davide Steccanella, avvocato penalista, poligrafo, ha all’attivo numerosi saggi tra i quali “Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata” (Bietti Editore), “Le indomabili. Storie di donne rivoluzionarie” (Pagina Uno), “Le brigate Rosse e la lotta armata in Italia” (Narcissus.me). È autore anche del romanzo “Gli sfiorati” (Bietti), una narrazione autobiografica collocata a ridosso dei principali eventi sovversivi italiani. Ogni anno pubblica “L’Agenda Rivoluzionaria” (Mimesis), una cronologia quotidiana di ricorrenze riconducibili a figure e storie del Novecento ribelle.
Andrea Tanturli, archivista presso l’Archivio di Stato di Firenze.
Ugo Maria Tassinari, giornalista e insegnante, è stato lo storico fondatore del sito “Fascinazione” (dedicato all’estrema destra italiana) e oggi del blog AlterUgo. Ha scritto vari saggi e curato numerose pubblicazioni, tra cui “Biennio Rosso” di Oreste Scalzone (Sugarco) e “Evasioni. Melfi: operai in fuga dalla fabbrica penitenziario e altre storie” di Elisabetta Della Corte (Immaginapoli).
Vincenzo Tessandori, storica firma di La Stampa, ha scritto due libri sulla lotta armata degli anni Settanta, tra cui “Br. Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse” (Baldini e Castoldi) e “Qui Br. Il racconto, le voci” (Baldini e Castoldi).
Luciano Villani, ricercatore di storia contemporanea, Università la Sapienza, Roma.

Aderiscono
Edoardo Caizzi,
edizioni Milieu.
Adriano D’Amico
, avvocato, autore di «L‘occupazione Delle Terre. Una Grande Epopea Contadina», (Calabria letteraria editrice).
Nicola Erba, edizioni Milieu.
Elena Pozzato, edizioni Milieu
Francesco Romeo, avvocato, si è occupato tra l’altro del processo che ha portato al riconoscimento delle torture contro Enrico Triaca, arrestato per appartenenza alle Brigate rosse nel maggio del 1978.

 

La lettera del giudice Guido Salvini a Insorgenze, «non credo al complotto nel rapimento Moro, ma non tutto è chiaro»

guido_salvini

Vi scrive Guido Salvini giudice del Tribunale di Milano. Ho letto la vostra intervista a Matteo Antonio Albanese autore del libro Tondini di ferro e bossoli di piombo. Ho trovato interessanti le riflessioni sui rapporti tormentati che vi furono tra il Pci e il mondo delle Brigate rosse ai suoi inizi e sull’intuizione da parte di queste ultime del fenomeno della globalizzazione. In una domanda posta dall’intervistatore mi sono però attribuite, anche in modo inutilmente sgarbato, opinioni sul sequestro Moro che non ho mai avuto e che non ho mai espresso e che al più possono essere proprie di qualche parlamentare componente della seconda Commissione Moro per la quale ho lavorato in completa autonomia come consulente. Infatti non ho mai pensato né scritto, come è facile verificare, che il sequestro Moro sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60- ‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose. Queste sono opinioni di altri che l’articolo non cita

Credo tuttavia che soprattutto negli ultimi giorni del sequestro vi siano state in entrambe le parti, lo Stato e le Brigate Rosse, incertezze e imbarazzi su come affrontare la possibile liberazione dell’ostaggio da un lato e come portare a termine l’operazione dall’altro e che questa situazione, in cui i due attori dovevano necessariamente compiere scelte di interesse e forse auspicate anche da realtà esterne al sequestro, abbia in entrambi provocato in alcuni passaggi un’amputazione della narrazione di quanto avvenuto. Mi riferisco, ad esempio, per quanto riguarda lo Stato, all’incertezza se fare di tutto perché Moro fosse recuperato vivo e alla contemporanea assillante ricerca dei memoriali dello statista giudicati pericolosi per gli equilibri dell’epoca. Per quanto concerne le Brigate Rosse mi riferisco alle non convincenti versioni in merito al luogo o ai luoghi ove l’ostaggio fu tenuto prigioniero e alle modalità con le quali, mentre erano ancora in corso contatti ed iniziative, ha trascorso le ultime ore e con le quali è stato ucciso. Su questi passaggi vi sono probabilmente ancora alcune verità e forse il ruolo di alcune persone da proteggere. Spero di essermi spiegato in queste poche righe e forse la lettura del libro potrà spingermi a tornare in modo più ampio sull’argomento sul mio sito guido.salvini.it

Vi ringrazio per l’attenzione.
cordialità
Guido Salvini

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Dott. Salvini,
Registro con favore il giudizio anticomplottista da lei espresso sul sequestro Moro, cito le sue parole: «il sequestro Moro non sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60-‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose».

La mia valutazione negativa del suo lavoro di consulente nella commissione Moro 2 era tuttavia fondata sull’analisi delle sue attività: escussioni di testimoni, indagini perlustrative, proposte di piste da indagare che manifestavano un consolidato pregiudizio dietrologico. Mi riferisco all’endorsement del libro di un personaggio imbarazzante come Paolo Cucchiarelli (20 giugno 2016, n. prot. 2060 e 682/1), nel quale si individuavano almeno 4 spunti di indagine da seguire, tra cui le dichiarazioni di un pentito della ‘ndrangheta Fonti, anche lui replicante di fake news, come la presenza di Moro nell’angusto monolocale di via Gradoli in una fase del sequestro (circostanza smentita dalle evidenze genetiche delle analisi sulla tracce di Dna, condotta dalla stessa commissione), oppure su un presunto ruolo di Giustino De Vuono in via Fani e nella esecuzione del presidente del consiglio nazionale della Dc. O ancora l’articolo fiction dello scrittore Pietro De Donato apparso nel novembre 1978 su Penthause, rivista glamour notoriamente specializzata sul tema. E ancora la richiesta di sentire, protocollo 519/1, il collaboratore di giustizia, sempre della ‘ndrangheta, Stefano Carmine Serpa che nulla mai aveva detto sulle Brigate rosse e il rapimento Moro, ma in una deposizione del 2010 aveva riferito dei rapporti tra il generale dei Cc Delfino e Antonio Nirta, altro affiliato alle cosche ‘ndranghestite. L’ulteriore sostegno ai testi (28 dic 2018, prot. 2497 – e 844/1) di Mario Josè Cerenghino, autore di libri in coppia con Giovanni Fasanella, la cui ossessione complottista non ha bisogno di presentazioni, o ancora di Rocco Turi, autore di una storia segreta del Pci, dai partigiani al caso Moro, sostenitore di una tesi dietrologica diametralmente opposta alla precedente, che intravede nelle Repubblica popolare cecoslovacca una funzione promotrice dell’attività delle Brigate rosse, fino fantasticare l’addestramento in campi dell’Europa orientale dei militanti Br. Potrei continuare, ma non serve.

Nella seconda parte della lettera, contradicendo quanto affermato all’inizio, solleva nuovi dubbi sugli ultimi momenti del sequestro. Convengo con lei che da parte dello Stato, ed in modo particolare delle due maggiori forze politiche protagoniste della linea della fermezza, Democrazia cristiana e Partito comunista, vi siano ancora moltissime cose da scoprire sulla decisione ostinata e sui comportamenti messi in campo per evitare, fino a sabotare, qualsiasi iniziativa di mediazione e negoziato in favore della liberazione dell’ostaggio. Mi riferisco, per esempio, all’impegno preso e non mantenuto dal senatore Fanfani di intervenire il 7 maggio 1978, con un messaggio di apertura all’interno di una dichiarazione pubblica. 
Ritengo che da parte brigatista i dubbi da lei espressi non trovino fondamento. Cosa c’è di poco chiaro e non trasparente nella telefonata del 30 aprile realizzata da Mario Moretti alla famiglia Moro? Consapevole della necessità di uscire dal vicolo cieco in cui si era infilata la vicenda, il responsabile dell’esecutivo brigatista tentò una mediazione finale che ridimensionava le precedenti rivendicazioni, la liberazione di uno o più prigionieri politici, e chiedeva un semplice segnale di apertura, che nella trattativa che sarebbe seguita dopo la sospensione della sentenza poteva vertere nel miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri. Perché questo aspetto continua ad essere evitato, sottovalutato e poco studiato, avvalorando contorte ipotesi di trattative parallele, somme di denaro o altro, rifiutate in principio dalle Br? Forse perché la responsabilità di chi si è sottratto a tutto ciò non è ancora politicamente sostenibile?
Ed ancora, sull’ipotesi dello spostamento dell’ostaggio, la invito a studiare tutti i sequestri, politici o a scopo di finanziamento, realizzati dalle Brigate rosse. Mi dica se c’è un solo caso dove l’ostaggio viene traslocato durante la prigionia? Approntare una base-prigione è cosa molto complessa e se non si comprende qual era il modo di approntare la logistica nelle Br si può cadere in facili giochi di fantasia.
Infine, tra i temi che la commissione ha rifiutato di affrontare c’è quello della tortura, verità indicibile di questo Paese. Un commissario aveva presentato un’articolata richiesta di approfondimento della vicenda di Enrico Triaca, il tipografo di via Pio Foà arrestato e torturato il 17 maggio 1978, una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro, con una lista di testimoni da ascoltare, tra cui Nicola Ciocia, il funzionario dell’Ucigos soprannominato “dottor De Tormentis”, esperto in waterboarding. Sorprende che lei non se ne sia interessato sollecitando spunti d’inchiesta, audizioni o proponendo materiali e sentenze della magistratura presenti sulla questione? Dottor Salvini, ha perso davvero una grande occasione.
Cordialmente, Paolo Persichetti

Le bugie di Alberto Franceschini

Pierluigi Zuffada, militante del nucleo storico delle Brigate rosse, tra i fondatori della Brigata di fabbrica della Sit-Siemens di Milano, risponde alle dichiarazioni di Alberto Franceschini raccolte da Concetto Vecchio su Repubblica del 30 luglio 2020 (qui), in una lettera inviata alla ricercatrice Silvia De Bernardinis e alla redazione del blog Insorgenze. Il valore storico delle affermazioni di Zuffada merita sicuramente un ulteriore approfondimento, anche alla luce delle novità storiografiche emerse negli ultimi tempi (la vicenda di Silvano Girotto, la telefonata a Levati e le circostanze dell’arresto di Semeria) che rafforzano la sua versione dei fatti contro quella di Franceschini. Ne riparleremo presto

Di Pierluigi Zuffada

Arresto_Curcio_e_Franceschini

“Cara Silvia buongiorno. Ormai è trascorso tanto tempo dall’ultimo incontro e sinceramente mi dispiace rifarmi vivo per una questione esterna al nostro rapporto, quasi imposta. Mi riferisco all’intervista di Franceschini pubblicata su La Repubblica on line. Della mia militanza nelle Brigate Rosse non ho mai parlato con chiunque, tantomeno pubblicamente. La mia storia è tutta mia, e ciò che oggi sono è il frutto di tutti i miei 74 anni di vita, di ciò che pensavo e ho fatto, e delle persone con cui ho avuto rapporti. In sostanza, come succede ad ogni persona, la mia coscienza deriva dall’intero percorso della mia vita, ed è il risultato di una doppia e simultanea operazione: guardarsi dentro per guardare fuori, guardare i mutamenti del fuori per capire i mutamenti dentro di te. Ma arrivo all’intervista di Franceschini. Non c’è molto da dire, tantomeno ragionare sui motivi che hanno spinto Repubblica a costruirla e pubblicarla. Un mio amico sostiene che la giustificazione è come il buco del culo: anche per le cose più ignobili, se ne trova sempre una. Mi piace, invece, parlare di alcuni fatti.

La liberazione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato e l’ingenuità di Franceschini a Pianosa
Il primo riguarda la liberazione di Renato. La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei compagni dalle galere. L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto dall’inesperienza nell’assaltare un carcere. Nella decisione di scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara” Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per pianificare un’evasione da Pianosa. Da notare che Franceschini si è fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra. Ma ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato.

Non potendo attaccare Mara, Franceschini ha preso di mira Moretti

Ma a partire dalla liberazione di Renato, Franceschini ha iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua “visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a lui. Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta: lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione.

La vera storia della cattura di Pinerolo
Ma da dove parte l’idea di Mario come infiltrato, agente più o meno segreto, doppio-triplo giochista? Dalla sua cattura a Pinerolo, insieme a Renato, mentre si accingevano ad incontrare Girotto, “frate mitra” come alcuni giornali lo presentavano. Innanzitutto Franceschini non doveva andare a quell’appuntamento, a cui doveva essere presente solo Renato. Ma ancor prima di quell’incontro con il “guerrigliero”, Mara aveva avvisato Renato e Franceschini che Girotto non la raccontava giusta. Secondo lei, Girotto non era mai stato sulle montagne o le foreste della Bolivia o di qualche altro paese andino, perche lui… non aveva il passo da montanaro. Chi vive per un lungo periodo in montagna assume posture e andature del tutto particolari. Girotto non le aveva, e Mara aveva iniziato a sospettare di lui. Ma i sospetti di Mara non hanno trovato credito, altrimenti i due non si sarebbero fatti arrestare. Ma la cosa non finisce lì. La sera prima dell’appuntamento, alla colonna milanese arriva una “soffiata”: l’appuntamento tra Renato e Girotto era una trappola. Non siamo riusciti MAI a risalire alla fonte originaria di quella soffiata, in quanto della notizia erano a conoscenza solo i Carabinieri di Dalla Chiesa e la Procura di Torino. In base a quella soffiata Mario, accompagnato da due compagni, inizia un folle viaggio di notte alla ricerca di Renato per avvisarlo della trappola. Non sapevano dove abitasse a Torino, per cui decisero di andare da Franceschini, di cui conoscevano l’alloggio a Piacenza. La decisione di andare da Franceschini fu presa perchè lui conosceva dove Renato abitava. Arrivati a Piacenza, scoprono che Franceschini non è in casa; i compagni lo aspettano in strada perchè pensano che sia andato al cinema, in quanto la finestra dell’appartamento che dava sulla strada era aperta, segno evidente che lui non poteva essere andato lontano e, soprattutto, che di lì a poco sarebbe rientrato in casa. Quando dopo l’una di notte non lo vedono rincasare, i compagni partano per l’Astigiano per avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano. Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere l’abitazione di Renato. Non trovano il contatto, e in quel momento Mario e i due compagni prendono una decisione folle, anche perchè era arrivata la mattina: vanno al luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento. Si accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a svignarsela. Da quel giorno, Franceschini individua in Mario Moretti il responsabile della sua cattura, idea rafforzata in seguito dal fatto che Mario non veniva catturato. Sic!

Mario Moretti nel 1975 era ricercato, non poteva tornare in fabbrica, Franceschini mente anche su questo punto
Anche l’inadeguatezza di Moretti a far parte dell’Esecutivo delle Brigate Rosse, che Franceschini sostiene di aver detto personalmente a Mario in occasione dell’Esecutivo tenuto il giorno prima del suo arresto a Pinerolo, è una circostanza che non torna. Franceschini dice di aver sostenuto durante la riunione che Mario avrebbe dovuto ritornare in fabbrica per correggere la “concezione sindacalista” del suo pensiero. E questo avrebbe potuto tranquillamente farlo, in quanto Mario, secondo sempre Franceschini, fino al ’76 non era ricercato. L’individuazione della base di Via Boiardo, in seguito alle indicazioni date alla polizia da Pisetta, ha portato alla “latitanza” di Mario, in seguito anche al ritrovamento nella base dei tentativi di sviluppo di fotografie, allo scopo di impratichirsi in quella tecnica. Quelle foto ritraevano il figlio di Mario. Immediatamente dopo la scoperta della base (il famoso “covo di via Boiardo”) furono eseguite perquisizioni nella casa della moglie di Mario allo scopo di ritrovare prove di reato. Era il maggio del 1972! Da quel momento Mario fu ricercato dalle forze di polizia. Da tenere presente che Mario entrò in clandestinità alla fine del 1971, ultimo anno in cui fu impiegato alla Sit Siemens. Mario non fu mai un “latitante”, in quanto entrò in clandestinità per una scelta fatta dall’Organizzazione mesi prima del 1972.

La campagna di primavera fu gestita da tutte le componenti dell’organizzazione, durante il rapimento i militanti prigionieri ebbero un ruolo importante e quello di Franceschini fu decisivo
Ma arrivo con gli ultimi due punti. Nell’intervista Franceschini si ritiene responsabile di aver costruito un’organizzazione che, solo dopo la sua cattura, e quindi al di fuori di una sua partecipazione o decisione, si è macchiata di numerosi delitti. Considero solo il “caso

Moro”. La gestione politica della Campagna di Primavera è stata fatta da tutte le componenti dell’organizzazione. Ugualmente va detto che il Fronte delle Carceri ha avuto un peso non indifferente, anzi. Per inciso, a mio personale parere, e ripeto personale, l’aver richiesto con il Secondo Comunicato la liberazione dei compagni imprigionati in cambio della vita di Moro sia stato un errore madornale, in quanto con quella richiesta si sono chiuse tutte le possibilità di manovra. Si sono chiuse cioè tutte le possibilità di evidenziare le contraddizioni in campo alle forze istituzionali e addirittura di aprirne delle nuove, e magari di trovare un’altra soluzione all’iniziativa. Con quella richiesta è stata facilitata l’intransigenza del Pci, da cui ha origine l’esito del rapimento e la morte di Moro. Al di là di un mio convincimento per nulla recente, proprio perchè il Fronte carcerario ha avuto un peso notevole, Franceschini è completamente responsabile, se non addirittura il principale artefice della richiesta di liberazione dei prigionieri politici. E di come la storia sia finita.

Nel 1978 Andreotti aveva la scorta, Franceschini non sa quel che dice
Lascio perdere l’affermazione sulla presunta inadeguatezza di Mario a essere un dirigente delle Brigate Rosse: ricordo solo che il suo arresto avvenne nel 1981, dopo 10 anni di dirigenza dell’organizzazione. Franceschini inoltre afferma che in carcere «non gli fu mai spiegata» la scelta di rapire Moro e di uccidere gli agenti di scorta, invece di rapire Andreotti. Andreotti non era scortato (e non sarebbero di conseguenza stati sacrificati gli agenti della scorta), cosa che lui stesso aveva verificato prima dell’arresto a Pinerolo (avvenuto nel ’74): infatti Andreotti gironzolava per Roma, ovviamente senza scorta, e addirittura Franceschini afferma che «arrivai persino a toccargli la gobba». Consideriamo solo le date: indagine condotta a Roma da Franceschini nel 1974, rapimento Moro nel 1978. Sono passati 4 anni, di guerriglia e di ovvia ristrutturazione degli apparati dello stato.

Ritornando tra le braccia del Pci, Franceschini si è ritagliato il ruolo di suggeritore degli scenari dietrologici utili a quel partito
Per ultimo. Franceschini conosce bene i suoi polli: c’è cresciuto, si è alimentato, c’è ritornato. Sto parlando del Pci. Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e … il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca e di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosidette” Brigate Rosse. La rinsposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poichè è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insistere su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili, facendo continuo sfoggio pur indossando abiti via via diversi, a seconda della convenienza del momento: dal Pci verso la Dc, cavalcando oggi il Pd. Sembra il testo di una canzone di Rino Gaetano. Fra parentesi, Moretti sta espiando ancora una pena, a 39 anni e mezzo dalla sua cattura! Già, dimostrazione evidente della sua presunta ambiguità.

Concludo. Mi sembra ormai giunto il momento di chiudere definitivamente con queste storie, e questa lettera che scrivo la interpreto come un piccolissimo contributo a chiudere con le polemiche. La società in cui sono nate, sono cresciute, hanno avuto importanza e sono morte le varie componenti del movimento rivoluzionario degli anni 70 e 80, non esiste più. Le contraddizioni sociali e di classe oggi marciano su altri mezzi e per altre strade, irriconoscibili da quelli d’allora. Per cui … mi sembra opportuno finire di dare elementi concreti di verità a coloro che li usano per distruggere ogni attuale possibilità di antagonismo. Penso che bisognerebbe lottare per l’ignoranza del potere.

La reazione nelle fabbriche e nelle scuole dopo l’annuncio del sequestro Moro

Appena si diffuse la notizia del rapimento Moro, quale fu la reazione nelle città, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, in quelle fabbriche da dove le Brigate rosse avevano iniziato il loro viaggio, otto anni prima, nel 1970?

Brigate rosse«Dinanzi all’omicidio del vicedirettore de “La Stampa” Carlo Casalegno nel novembre 1977 e, soprattutto, al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse pochi mesi dopo, le reazioni fra i lavoratori Fiat apparvero deboli sino a sconfinare nell’indifferenza. A qualche delegato dell’ala dura del movimento sembrarono sprecate quelle ore di sciopero contro il terrorismo che il sindacato si era affrettato a dichiarare. Lamentava per esempio un delegato che partecipava a un gruppo di discussione guidato da Giulio Girardi, teologo e sociologo dedito a un lavoro che a quel tempo si diceva di “autoricerca” militante: “[…] mi fanno perdere decine di ore contro il terrorismo. Quale terrorismo? Guardiamo dov’è il terrorismo: è solo quello delle Brigate Rosse? Si devono condannare le Br perché hanno rapito Moro e hanno fatto fuori quegli altri? Va bene: stanno facendo il processo alle BR. Però a quelli che stanno al governo chi è che gli fa il processo? Nessuno! Chi è che fa il processo ai padroni che ci fanno diventare, noi operai, brigatisti…». Era questa la situazione descritta da Giuseppe Berta nel saggio, Mobilitazione operaia e politiche manageriali alla Fiat, 1969-1979(1).

La mobilitazione immediata del Pci e dei sindacati confederali
All’annuncio del sequestro la mobilitazione del Pci e del sindacato è immediata. Le parole d’ordine sono vigilanza e mobilitazione. Dalla sede centrale di Botteghe oscure il Pci attiva tutte le strutture periferiche del partito, dalle federazioni, ai comitati cittadini, alle singole sezioni che hanno sede nel territorio, fino alle cellule aziendali. Vengono stimolate tutte le sedi istituzionali: consigli comunali, provinciali e regionali. Al Ministero dell’Interno giungono messaggi di cordoglio e telegrammi dei corpi intermedi dello Stato, dell’amministrazione centrale e periferica, dei sindacati confederali, delle forze politiche parlamentari, delle scuole e anche di microformazioni di estrema sinistra. Se per il Pci si tratta di dimostrare la saldatura tra masse e Stato(2), per quest’ultimo fu una singolare prova di auto-consenso (3). Anche il sindacato si muove immediatamente nei posti di lavoro proclamando scioperi ed assemblee, spesso anticipate dai militanti del Pci, in particolare nelle fabbriche, promuovendo appelli non solo di condanna per quanto avvenuto ma per chiedere «l’isolamento di tutti i simpatizzanti del terrorismo». Le fermate del lavoro trovano subito il consenso della aziende e si trasformano ben presto in serrate padronali o “scioperi precettati”, con le maestranze invitate ad uscire dagli stabilimenti e la chiusura dei cancelli alle loro spalle. Comizi vengono organizzati: a Roma, in piazza san Giovanni, il segretario generale della Cgil Luciano Lama tiene una manifestazione con 50 mila persone. Si vedono anche le bandiere bianche della Dc con l’effige dello scudo crociato confuse tra quelle rosse del Pci. E’ la prima volta in assoluto e la scena suscita un certo spaesamento. La presenza di aderenti alla Dc nelle manifestazioni suscita malumori e tensioni in altre città, risolti con il brusco  allontanamento dei dissidenti da parte del servizio d’ordine. Per i dirigenti del Pci e del sindacato è venuto il tempo di fare terra bruciata attorno a quello che definiscono «partito armato», nessuna ambiguità, giustificazione, tentativo di comprensione, minimizzazione o peggio divergenza verrà più tollerata, da questo momento una sola scelta diventa possibile: «o con lo Stato o contro lo Stato». Per Lama «bisogna espellere dalle masse non i terroristi che non ci sono o sono pochissimi ma chi li giustifica, chi civetta con loro… chi li considera ancora troppo frequentemente come dei ragazzi che forse avrebbero ragione in altre condizioni»(4). Dello stesso tenore le parole di Bruno Trentin, ex segretario della Fiom e della Flm e nel 1978 membro della segreteria della Cgil, «Dobbiamo aggredire quelle zone di acquiescenza e di scarsa consapevolezza che ancora si annidano nelle aziende, ma soprattutto nelle scuole. È il compito più importante da svolgere»(5). Tuttavia a Milano, nel corso di una manifestazione parallela, Giorgio Bocca registra «l’inevitabile incomunicabilità tra gli oratori comunisti sul palco e gli extraparlamentari che lanciano cori irrisori e sprezzanti come “Moro libero, Curcio centravanti»(6). Nel resto del Paese si fermano, o meglio vengono chiuse, fabbriche e scuole, c’è un clima attonito e sospeso. Se nei democristiani e nelle destre l’azione di via Fani suscita il timore di una possibile insurrezione (7), nel Pci la sfida aperta dalle Br col sequestro del Presidente del consiglio nazionale della Dc è percepita come un passaggio decisivo per affermare la propria legittimazione istituzionale ed al tempo stesso la propria supremazia sulle masse popolari. Il 22 aprile 1978, in una intervista a Repubblica, Berlinguer affermava: «I brigatisti sono i nostri antagonisti diretti, sostenitori di un’opzione alternativa nella sinistra»(8). Non fu un caso se il Pci bruciò per reattività tutti i gruppi dell’estrema sinistra.

La risposta nelle scuole e nelle università
La reazione nel mondo studentesco è tuttavia ben lontana dalla condanna della violenza politica e dallo sdegno unanime promosso dalle istituzioni. Nelle scuole ed università si discute moltissimo e ci si spacca sulla linea da prendere. Nel corso della Direzione del Pci del 16 marzo, Pajetta si preoccupa perché in un liceo della Capitale avevano inneggiato al rapimento»(9). E se a Milano e Roma la Fgci organizza dei cortei (quello romano era privo di studenti universitari), nelle scuole le sue mozioni vengono messe in minoranza(10). Dopo il primo disorientamento nell’area della sinistra estrema, dai vari settori dell’Autonomia fino a Democrazia proletaria che nasceva proprio in quelle ore, si discute su come rispondere all’intimazione di schierarsi senza alternative possibili con lo Stato. In quei giorni appare per la prima in un titolo di Lotta continua lo slogan «Nè con lo Stato né con le Br»(11) che verrà fatto proprio dai demoproletari. All’università di Roma sul piazzale della Minerva si tiene un’affollata assemblea di movimento: «Gli interventi degli autonomi sono molto variegati ed anche molto ambigui. Si va dall’affermazione di alcuni sconosciuti per i quali il rapimento Moro è all’interno di una logica di movimento, ed altre, secondo cui si tratta di un’azione giusta, ma tatticamente sbagliata, ed altre ancora, più articolate (per es. Scalzone) secondo le quali il rapimento di Moro, prima che essere condivisibile, opera e mostra un varco aperto nel potere statale che produrrà contraddizioni all’interno delle quali il movimento può svilupparsi»(12), invece di recriminare, dissociarsi o prendere le distanze, per Scalzone il movimento doveva farsi portatore di una proposta in favore di una soluzione politica del sequestro.

Le reazioni nelle fabbriche
Il movimento operaio non si compattò affatto sulle posizioni di aperta condanna del rapimento Moro e della lotta armata come avrebbero voluto le istituzioni, i dirigenti del Pci e del sindacato. Davanti alla chiusura delle fabbriche il grosso degli operai diserta i cortei e preferisce tornare a casa. In alcuni luoghi simbolo del conflitto operaio, come le Carrozzerie di Mirafiori, lo sciopero fallisce e non si tiene nessuna assemblea che invece si svolge affollata alle Presse. Alla Sit-siemens di Milano, uno dei luoghi dove le Br hanno mosso i primi passi, «molti non hanno scioperato per aperta dissociazione dai contenuti». All’Alfa sud e all’Italsider di Bagnoli stesse reazione tiepida(13). «A Orbassano, – testimonierà Giuliano Ferrara, allora responsabile delle fabbriche del Pci torinese – dove ero andato per tenere un comizio in difesa della democrazia in una zona operaia della cintura di Torino, fu distribuito un volantino di plauso all’attacco al cuore dello Stato, scesi dal podio dell’oratore e cercai platealmente chi lo distribuiva nel fermento della folla, era un ragazzino dalla faccia innocente di quelli che poi si fecero vivi in seguito nelle cronache della spaventosa guerra civile che non sembrava arrestabile, non era né un isolato né un provocatore, era un giovane italiano del tempo in cui prendere le armi contro le istituzioni era considerato possibile, e per molti, marxisti e cattolici e radicalizzati di ogni sorta, un dovere ideologico e politico(14). A mobilitarsi sono soprattutto gli aderenti al Pci, irregimentati dalle direttive che provengono dai vertici. Due giorni dopo il sequestro, su Lotta continua appare l’anticipazione di una inchiesta pubblicata l’anno successivo (B. Mantelli e M. Revelli, dopo aver intervistato centinaia di operai nel corso dei 55 giorni del rapimento, raccolsero in un libro-inchiesta i loro risultati, Operai senza politica. Il caso Moro alla Fiat e il “qualunquismo operaio”, Roma, Samonà e Savelli, 1979) che raccoglie a caldo, senza filtri, le reazioni degli operai Fiat all’uscita delle porte di Mirafiori:

Porta 2 Mirafiori

La maggioranza degli operai intervistati lamenta il fatto che non si è trattato di un vero sciopero ma di una chiusura imposta in molti reparti dall’azienda stessa che invitava ad uscire e chiudeva i cancelli alle loro spalle: «Questo sciopero è uno sciopero obbligato, cosa vuole d’altronde, c’è l’uscita per tutti… questo è uno sciopero eminentemente politico». Un delegato spiega con disappunto «La Direzione invitava a uscire, la cosa ha creato casino» Altri operai lamentano: «Non siamo neanche riusciti a discuter in fabbrica, «via, via tutti, hanno rapito l’onorevole Moro». Delle operaie aggiungono: «A noi ci hanno sbattute fuori, ci hanno mandate a casa perché non si può lavorare. La direzione ci ha detto che dovevamo andare a casa. Pensiamo che non sia giusto! Continuare a lavorare no, con tutte queste cose che succedono… Ma che non fosse la direzione a mandarci via», e ancora «La Direzione ha fatto chiudere la fabbrica. Questa non una cosa giusta. La cosa giusta è quando uno proclama uno sciopero, lì si vede la forza dello sciopero, c’è o non c’è. Qui ci sono mille persone e tutte hanno scioperato. Ma perché? Perché hanno chiuso la fabbrica? Hai capito perché si è fatto lo sciopero?». A seguire altri operai: «Sciopero? Quale sciopero? Noi non abbiamo mica fatto sciopero. Abbiamo iniziato poi abbiamo smesso. Non tutti abbiamo lavorato fino ad adesso, ma una buona parte. Era una cosa impreparata, chi diceva no, chi diceva si’…», «Penso che parlano tanto di democrazia, ma questa non è democrazia (è un meridionale che parla). Chiudono i cancelli e obbligano gli operai ad accodarsi[…] lo sciopero va fatto di propria volontà! Non con i cancelli chiusi! Perché la gente deve avere coscienza. Uno deve capire e essere convito di quello che fa, non essere obbligato»(15).

«Di Moro son contenti… ci hanno fatto la danza indiana»
51InS9Oyu1L._SX360_BO1,204,203,200_-1Gli operai mostrano molta diffidenza davanti al microfono, se stanno discutendo animatamente all’improvviso fanno silenzio, cercano di sviare le domande, rinviano ai delegati, dichiarano di non occuparsi di politica, altri più sibillini affermano: «Io non penso! A me non mi è dato di pensare. Mi è dato solo di produrre e basta. Se scoprono che penso, mi fanno fuori!», oppure «Spegni quell’affare! Se vuoi che ti risponda spegni quell’affare! (Lo spegniamo. Ci chiede per chi facciamo l’intervista. Rispondiamo per una rivista. Fa un sorrisetto e se ne va)», atteggiamento che spinge gli autori ad domandarsi se quel giovane operaio che si era avvicinato «a testa bassa» fosse addirittura un «Fiancheggiatore?»
(16). Le tante reticenze e silenzi nelle risposte raccolte spingono gli autori a segnalare una mutazione della composizione del ceto operaio che – ai loro occhi – sembra aver smarrito i propri codici linguistici, i propri riferimenti culturali e politici, evidenziando  lo sfarinamento di quella che un tempo era stata la centralità operaia. Analisi – va detto – che per un verso sottovaluta troppo frettolosamente «l’opacità operaia», quello schermo di riservatezza dietro al quale gli operai tutelavano la loro libertà di giudizio per non incorrere nei rigori del regime disciplinare della fabbrica, della legge e nel caso di specie del sindacato e del Pci, per l’altro sembra addossare agli operai gli effetti di quella «solitudine» che le scelte politiche sindacali e i processi di ristrutturazione del ciclo produttivo avevano avviato da tempo. Nonostante l’atteggiamento prudente gli operai intervistati fanno fatica a celare la loro indifferenza verso la sorte di Moro, mentre parole di empatia vengono spesso dedicate agli uomini della scorta caduti nell’agguato: «Penso che quando perde la vita altra gente nessuno fa niente. E’ capitato uno che è un pezzo grosso e si fanno tutte queste cose. Per me tutto questo proprio non bisognava farlo. Si doveva continuare normalmente», ed ancora, «Quello che io penso è tutta un’altra cosa, è una cosa mia che può anche non andare d’accordo con quello che decidono loro»(17). E se c’è chi è d’accordo con lo sciopero e andrà alla manifestazione del pomeriggio, in piazza san Carlo, chiedendo anche «che i prigionieri delle Br sotto processo devono essere uccisi per rappresaglia, come in Germania quelli della Raf», altri, alla domanda su cosa pensano del rapimento, rispondono: «Io direi in prima persona di tagliargli la testa a loro prima che a tutti gli altri. Quelli gli fanno fare la fame a uno che lavora. E loro fanno sparire miliardi. E poi ci sono i miliardi di debito che dobbiamo pagare noi…», «Se dicessi cosa penso sarebbe già troppo. Meglio stare zitti…», «Abbiamo sempre avuto contro la democrazia cristiana, e adesso ci fate fare sciopero per la Dc. Anche la settimana scorsa hanno ucciso qui a Torino un agente, non si è fatto nessuno sciopero perché non era il presidente della Democrazia cristiana. Ho già detto tutto guardi….».  «Di Moro son contenti… ci hanno fatto la danza indiana – racconta un operaio giovane che esce dalle fonderie e ha il manifesto in tasca – io esco dalle fonderie, l’incazzatura è generale, si sono formati subito i capannelli, discorsi ecc. In fabbrica si è discusso del processo alle Br che si svolge a Torino, dell’indifferenza delle strutture dello Stato, del processo di Catanzaro che non va avanti, incazzatura per i quattro morti e per Moro niente…» e ancora dice un altro operaio: «danno uno schiaffo a uno, prima dicevano “che quello lì ha ragione, quello lì bisogna picchiarlo”. Dopo quando davvero gli hanno dato uno schiaffo, allora dicono “No, sciopero!”»(18).

Note
1) Il saggio di Berta è presente in, Tra fabbrica e società, mondi operai nell’Italia de Novecento, a di Stefano Musso, in Annali Fondazione Giacomi Feltrinelli, anno Trentatreesimo, marzo 1999. La citazione è presa da Coscienza operaia oggi. Nuovi comportamenti operai in una ricerca gestita dai lavoratori, a cura di G. Girardi, Bari, 1980, p. 85. Sull’atteggiamento dei lavoratori Fiat verso il terrorismo si veda anche, A Baldissera, Le immagini del terrorismo tra gli operai, “Politica ed economia”, a XII, n. 9 1981, pp. 33-40.
2)  Seguendo l’idea guida del processo di integrazione delle masse nello Stato, si sarebbe giunti ad uno «Stato allargato», o «integrale»: una visione dialettica del nesso Stato-società, sfere della realtà profondamente connesse e in cui agiscono gli stessi soggetti collettivi: le classi, i gruppi sociali, i movimenti, i partiti, gli aggregati di interessi e di idee. Uno dei maggiori artefici di questa visione, che partendo da Gramsci recuperava aspetti del corporativismo e del totalitarismo fascista, fu Pietro Ingrao, in Masse e potere, Editori riuniti 1977 (nuova ed. 2015).
3) Acs, Ministero dell’Interno gabinetto speciale (Migs), Busta 19.
4) L. Lama, Discorso pronunciato in piazza san Giovanni il 16 maggio 1978, Pdf in https://www.rassegna.it/articoli/il-caso-moro-nelle-carte-della-cgil-1.
5) B. Trentin, «Iniziative nelle fabbriche e nelle scuole in difesa della democrazia», l’Unità, 18 marzo 1978.
6) G. Bianconi, 16 marzo 1978, Laterza 2019, p. 157. L’articolo di Bocca appare su La Repubblica del 17 marzo 1978.
7) «La prima cosa che cercammo di capire era cosa significava il rapimento: se fosse un atto chiuso in sé oppure il segnale d’avvio di una strategia di tipo insurrezionale». Guido Bodrato, membro della segreteria della Dc nel 1978, in il Dubbio, 14 Marzo 2018.
8) La Repubblica, 22 aprile 1978.
9) Fondazione Istituto Gramsci, Fondo APC, microfilm 7805, verbale Direzione 16 marzo 1978, n.8, ff. 1-15.
10) Lotta continua, 17-20 marzo 1978.
11) Lotta continua, 18 marzo 1978, p. 12.
12) AA.VV., Movimento Settantasette. Storia di una lotta, Torino, Rosenberg & Sellier, 1979; pp. 258-259)
13) Gli episodi vengono riportati nelle cronache di Lotta continua, 17 marzo, p.3.
14) G. Ferrara, https://m.dagospia.com/non-c-e-controverita-possibile-giuliano-ferrara-rivive-il-rapimento-moro-169498.
15) B. Mantelli e M. Revelli, Operai senza politica. Il caso Moro alla Fiat e il “qualunquismo operaio”, Roma, Samonà e Savelli, 1979, p.19, 22, 24, 25, 39, 41, 52.

16) B. Mantelli e M. Revelli, Op. cit. p. 52.
17) Op. cit., 17, 18.
18) Op. cit., 42, 23, 28, 33, 40.

Geografia del rapimento Moro, 16 marzo 1978

Una ricostruzione fotografica dei luoghi del rapimento Moro immortalati dal fotografo Luca Dammico

Senza uscita
Geografia del caso Moro
Parte I – 16 marzo

 

Via Angelo Brunetti – Nella notte tra il 15 e il 16 marzo due brigatisti bucano le gomme del furgone da lavoro di Antonio Spiriticchio, che tutte le mattine vende fiori all’angolo tra via Stresa e via Mario Fani e che rischierebbe così di trovarsi sulla linea di tiro e di intralciare l’azione
Via Savoia, 88 – La sera del 15 marzo Aldo Moro si intrattiene nel suo studio, in compagnia dei suoi più stretti collaboratori: Nicola Rana e Corrado Guerzoni. Il giorno dopo avrà luogo un importante dibattito parlamentare e il successivo voto di fiducia al quarto governo Andreotti, un governo sostenuto per la prima volta dai voti del Partito Comunista e nato grazie alla fondamentale opera di mediazione dello stesso Moro

Via del Forte Trionfale, 89 – Il 16 marzo 1978 Aldo Moro esce di casa alle 8 e 55. La sua scorta è formata da due automobili: una Fiat 130 con a bordo l’onorevole, il suo caposcorta (Maresciallo Oreste Leonardi) e l’autista (l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci) e una Alfetta, con all’interno i tre poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Sono tranquilli e non in condizione di particolare allerta

Via Mario Fani – Pochi minuti dopo le 9.00, seguendo il percorso consueto, le due auto si immettono in via Mario Fani provenendo da via Trionfale. Li aspettano dieci membri delle Brigate Rosse. La prima a entrare in azione è Rita Algranati, che attraverso un segnale concordato (ha in mano un mazzo di fiori) comunica agli altri membri del commando che le due auto hanno imboccato la via. A questo punto una Fiat 128 con targa diplomatica (rubata) guidata da Mario Moretti e parcheggiata a lato della carreggiata, si immette nella corsia proprio davanti all’automobile di Moro, in modo da condizionarne l’andatura, imporle un arresto nel punto concordato e impedirne la fuga al momento dell’assalto. Quando il convoglio giunge allo STOP tra via Fani e via Stresa, la Fiat 128 arresta la sua corsa costringendo le due macchine della scorta a fermarsi proprio in prossimità di alcune siepi, dietro le quali quattro uomini vestiti da piloti d’aereo attendono armati di mitra (poco più avanti si trova la fermata di un autobus privato che conduce alcuni piloti a Fiumicino, questo travestimento ha permesso ai brigatisti di passare inosservati pur dovendo aspettare fermi per diverso tempo). Contemporaneamente si attivano due blocchi del traffico, uno superiore, attivato al passaggio dell’Alfetta di scorta e composto da due brigatisti armati (Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri) e uno inferiore (Barbara Balzerani), in mezzo all’incrocio, entrambi per tenere lontani passanti e automobili estranee all’azione. In pochi secondi i quattro brigatisti/avieri, identificati in Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Franco Bonisoli e Valerio Morucci, sparano circa un centinaio di colpi in direzione dei cinque uomini della scorta. Quattro agenti non fanno in tempo neanche ad abozzare una reazione, tanto è il fattore sorpresa; soltanto uno (anche a causa del malfunzionamento di alcuni dei mitra in dotazione alle BR) ha modo di uscire dall’auto (dal lato destro) ma viene colpito a morte prima di poter scappare. A sparatoria finita Aldo Moro, illeso e sotto shock, viene fatto scendere dall’automobile e fatto salire sul sedile posteriore di una Fiat 132, condotta da Bruno Seghetti in retromarcia da via Stresa fino all’incrocio. Questa e altre due macchine (altre due Fiat 128) con a bordo tutte e nove le persone coinvolte si dileguano in salita per via Stresa.

Via Stresa angolo via Trionfale – Percorsa interamente via Stresa, le tre vetture svoltano a sinistra in via Trionfale, in direzione centro (scelta giudicata meno prevedibile da eventuali inseguitori)

Via Trionfale – il convoglio percorre la via per circa 800 metri, molto probabilmente incontrando anche una volante che, udito alla radio l’accaduto, si sta dirigendo verso via Fani in senso contrario

Via Trionfale (a destra nella foto) / via Carlo Belli (a sinistra) – Al termine di una leggera discesa una curva verso destra molto brusca e poco visibile permette alle tre automobili di imboccare via Carlo Belli, una via privata quasi nascosta alla normale viabilità, la Fiat 128 che funge da battistrada sbaglia la curva ed è costretta a fermarsi per fare manovra, venendo superata dalle altre due automobili

Via Carlo Belli – Dopo circa due minuti dall’inizio della fuga, le tre auto (che sono a questo punto già ricercate dalla forze dell’ordine) sono sostanzialmente invisibili

via Carlo Belli / via Casale de Bustis – La via privata termina con una curva ad angolo retto che immette in via Casale de Bustis, praticamente una via sterrata, anch’essa sconosciuta alla maggior parte dei romani

Via Casale de Bustis è chiusa al traffico e termina con una catena (oggi con una sbarra di metallo), ma ciascuna delle tre automobili del convoglio è dotata di tronchesi. Un passeggero della Fiat 132, che a quel punto fa da battistrada, scende in strada per tagliare la catena; passate le vetture sarà compito di Barbara Balzarani rimetterla al suo posto per non attirare l’attenzione. La colonna di macchine è ora nel quartiere residenziale della Balduina

Via Massimi / via Bitossi – la Balduina è la zona preposta al cambio delle autovetture. Le tre Fiat sono state viste fuggire da via Fani e sono perciò identificabili. Arrivati in via Massimi, Valerio Morucci scende dalla Fiat 128 blu e si mette al volante di un furgone bianco Fiat 850, precedentemente parcheggiato in via Bitossi, mentre Bruno Seghetti lascia il volante della Fiat 132 (dove c’è Aldo Moro, nascosto sotto un plaid) a Mario Moretti e si mette alla guida di una Dyane azzurra lasciata proprio in via Massimi

Piazza Madonna del Cenacolo – Il corteo di ormai cinque autovetture si arresta su un lato della piazza, opposto a quello qui visualizzato (all’epoca non c’era il giornalaio e solo un’attività commercaile era aperta). La piazza era molto disadorna come si può vedere nella fotocartolina qui sotto. Le due Fiat 128 sostano pochi secondi e proseguono verso via Licinio Calvo.

Madonna del cenacolo.jpg
Piazza Madonna del Cenacolo negli anni 70, molto poco trafficata. Il trasbordo avviene nella zona dove si trova raffigurata la roulotte. Angolo della piazza protetto sul lato destro e posteriore  dalle mura di un Istituto religioso. Dal sedile posteriore della Fiat 132 Moro viene fatto salire sul furgone Fiat 850 e fatto rannicchiare in una cassa di legno. Da qui i membri delle Brigate Rosse si dividono: il furgone con a bordo Moretti e Gallinari e la Dyane con Seghetti e Morucci si dirigono in discesa per via della Balduina, mentre gli altri componenti del commando, dopo aver abbandonato le tre Fiat in via Licino Calvo, poco lontana, si disperdono scendendo le scalette che conducono in via Prisciano e da qui in via delle Medaglie d’Oro  (i membri della colonna romana verso le loro basi, quelli venuti da fuori verso la stazione Termini)

Via Damiano Chiesa – Dopo un breve tratto di via della Balduina, i due mezzi svoltano a destra imboccando via Damiano Chiesa in direzione di viale di Valle Aurelia e successivamente a sinistra in una via residenziale secondaria: via Mario Fascetti

Scendendo via Damiano Chiesa il convoglio brigatista svolta sulla sinistra (a destra nella foto) dove è visibile via Mario Fascetti

Via fascetti.jpg

Via Mario Fascetti, strada privata oggi chiusa da sbarre ma all’epoca aperta. In fondo alla via il convoglio brigatista con Moro a bordo è obbligato a svoltare a destra, in via Papiniano. Sulla sinistra si erge l’enorme muraglione della ferrovia Roma-Viterbo


via Papiniano – Percorsa interamente via Fascetti, il furgone e la Dyane arrivano in via Papiniano, la percorrono fino a svoltare sulla sinistra in via Proba Petronia

Via Proba Petronia è una strada estremamente tranquilla e poco trafficata, su cui affacciano solo palazzine residenziali, che sale fino al punto più alto del colle della Balduina. Sul suo lato sinistro sorgono le abitazioni, su quello destro invece affaccia sul brullo e disabitato pendio che conduce alla Valle Aurelia

Quello che a prima vista potrebbe sembrare un vicolo cieco rappresenta invece una via di fuga totalmente imprevedibile per le volanti delle forze dell’ordine, ormai lanciate all’inseguimento: quasi al termine di via Proba Petronia i brigatisti svoltano a destra in una via se possibile ancora più secondaria e nascosta delle precedenti, via Armando di Trullio. Stradina talmente angusta che porta i due mezzi del commando brigatista quasi a toccarsi

Percorrendo in discesa questa via stretta e tortuosa si arriva infatti nel pieno della Valle Aurelia, passando in pochi secondi in un quadrante della città solitamente poco raggiungibile e soprattutto poco abitato

Il convoglio percorre perciò tutta via di Valle Aurelia, svolta in via Bonaccorsi, poi in via Moricca, dove è stato parcheggiato un secondo furgone per un eventuale ulteriore cambio, di cui non c’è però bisogno, e prosegue fino a via Baldo degli Ubaldi. È uno dei punti più esposti dell’intero percorso, che fino a questo momento non ha incontrato nessun semaforo. Il largo viale viene percorso in salita fino a piazza Irnerio dove il convoglio incrocio via Aurelia Nuova, percorsa verso sinistra per un breve tratto fino a via Ludovico Altieri

via Madonna del Riposo – Così facendo i due mezzi con il sequestrato passano, senza fermarsi, a pochissimi metri da una base delle BR, in via Palombini 19, e giungono in piazza San Pio V. Da qui, attraverso via Madonna del Riposo, in piazza di Villa Carpegna

Da piazza di Villa Carpegna si diramano moltissime vie in tutte le direzioni; la scelta dei brigatisti (ponderata sempre con l’obiettivo di non incontrare semafori o traffico) è quella di svoltare in via di Torre Rossa e poi in via Aurelia Antica, entrambe circondate da ville e conventi

Da via Aurelia, sempre con lo stesso criterio il furgone e l’automobile di appoggio entrano in via della Nocetta, che costeggia la villa Pamphili per alcuni chilometri, incontrando sparute abitazioni e qualche casale

Via della Nocetta circondata su un lato dalle mura di Vialla Pamphili e sull’altro dalla valle dei casali

via della Nocetta strada ancora oggi poco trafficata

Ancora via della Nocetta

Via della Nocetta finisce su via Leone XIII (L’olimpica). Il convoglio svolta a destra per un breve tratto per immettersi in via del Casaletto che inizia in quel punto. Unico tratto veramente critico del percorso perché c’è uno slargo dove spesso (ancora oggi) sostano mezzi delle Forze di polizia per effettuare controlli. Quella mattina fila tutto liscio. Via del Casaletto, ancora una volta una strada poco trafficata, scorre parallela alla ben più frequentata viale dei Colli Portuensi, costeggiando la Valle dei Casali. La percorrono praticamente tutta fino ad arrivare a una piccola traversa sulla sinistra, via Balboni, per poi immettersi nella ripida discesa di via Bellotti

In fondo a via Bellotti, riconoscibile dal cemento armato con cui è costruito, si scorge l’obiettivo di questa seconda parte del percorso: la Standa (Oggi Conad) di viale Newton, provvista di parcheggio coperto. Qui, mimetizzati tra i clienti mattinieri occupati dai loro pacchi, Moretti e Maccari, che era in attesa sul posto, caricano la cassa con il Presidente su una Ami 8, un’utilitaria di proprietà di Laura Braghetti

Il parcheggio coperto della Standa di viale Newton. A questo punto le strade si dividono ancora: Valerio Morucci e Bruno Seghetti hanno il compito di portare lontano da questa zona di Roma i due mezzi utilizzati (li lasceranno a Trastevere, il furgone inizialmente parcheggiato in piazza san Cosimato e poi definitivamente lasciato davanti alla fontana del Prigione, in via Goffredo Mameli), e successivamente fare la telefonata di rivendicazione.  Moretti e Maccari con Moro all’interno della cassa si dirigono verso il garage di via Montalcini 8, dove il prigioniero verrà trasportano nell’appartamento 1, al piano rialzato, il luogo destinato alla prigionia e il cosiddetto «processo». Gallinari li raggiungerà a piedi percorrendo la stessa strada, via Luigi Corti, una tortuosa stradina interna che parte dall’uscita del parcheggio della Standa e raggiunge la Portuense all’altezza di largo la Loggia. Da lì, dopo un breve tragitto di pochi minuti arriva in via Montalcini

Via Montalcini 8 dove Aldo Moro trascorrerà gli ultimi cinquantacinque giorni della sua vita

Per saperne di più
Diario del sequestro Moro

 

Brigate Rosse, l’ora della storia

Silvia De Bernardinis

caetaniColma un ritardo e un’assenza il volume di Clementi, Persichetti e Santalena, Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla “campagna di primavera” . Nella sterminata bibliografia prodotta negli ultimi tre decenni sulle Br, uno dei paradossi più macroscopici nei quali ci si imbatte è la scarsità di opere storiografiche, a conferma di quanto l’uso pubblico della storia condizioni la ricerca storiografica quando si tratta di vicende che contengono nodi politici irrisolti, come nel caso della lotta armata e più in generale dello scontro sociale degli anni Settanta.

Obiettivo del libro è inserire la storia delle Br nella storia sociale e politica italiana cui appartiene, farne cioè un legittimo oggetto di storia. Perché si possa farlo, è necessario eliminare quei meccanismi di rimozione che, in questo caso, sono posti in atto non con il silenzio/oblio ma attraverso un eccesso discorsivo che schiaccia quell’esperienza su una perenne dimensione cronachistica, ricacciandola così fuori dalla Storia. È questa la funzione della letteratura cospirazionista che negli ultimi trent’anni ha creato e alimentato, mai suffragandoli con prove,ombre e misteri attorno alle Br, volti a inficiarne l’autenticità.

Da qui la scelta degli autori di ricostruire la storia brigatista attorno all’evento più discusso e raccontato della seconda metà del Novecento italiano, il caso Moro, scandagliandolo con puntiglio e rigore metodologico, e la scelta di confrontarsi sul terreno dietrologico oggi dominante, smontandone le argomentazioni con gli arnesi propri della ricerca storiografica. L’aspetto più interessante e innovativo del testo sta però nella sua capacità di delineare un quadro d’insieme della storia italiana, perché insieme alla storia delle Brigate Rosse si ricostruisce anche quella dello Stato e dei partiti politici nella loro azione di contrasto alla lotta armata, nel contesto di una società in profonda trasformazione e attraversata da un’acuta conflittualità sociale.

Organizzato in tre parti scandite e strutturate attorno all’“operazione Fritz”, il libro si apre con l’epilogo di Via Caetani per poi riattraversare a ritroso il percorso politico della formazione armata, ricostruendo il quadro storico e il contesto che hanno reso pensabile e possibile l’azione di Via Fani e, analizzandole dalla prospettiva brigatista, le ragioni che non hanno permesso un diverso esito finale dell’operazione. Con uno sguardo dall’interno delle Br, attingendo dalla memorialistica prodotta dai suoi militanti, dai documenti dell’organizzazione e dalle fonti orali, il libro ricompone i principali passaggi della storia brigatista: le radici nelle fabbriche milanesi della fine degli anni Sessata, cuore dello scontro capitale-lavoro nel momento della crisi fordista; il percorso teorico-pratico dell’organizzazione, dai primi documenti alla formulazione dell’attacco al cuore dello Stato, con le risoluzioni del 1975 e 1978 e il relativo dispiegarsi della propaganda armata, dalle prime azioni al sequestro Sossi, riletto alla luce dell’operazione Moro; il ruolo dei prigionieri politici e il processo guerriglia, un’impasse che la magistratura sbloccherà solo mutando le norme giuridiche.

Al contempo, usando le nuove fonti desecretate provenienti dallo Stato Maggiore dei Carabinieri, dal Ministero degli Interni e dalla Presidenza del Consiglio, gli autori esaminano l’azione dello Stato rispetto al fenomeno brigatista. I numerosi rapporti degli apparati di sicurezza rivelano come essi avessero colto con chiarezza, almeno a partire dal 1974, la natura politica delle azioni brigatiste e le ragioni sociali e politiche che le avevano originate, indicandole a un mondo politico distante e indisponibile a rispondere con gli strumenti della mediazione appunto politica. Altri importanti dati riguardano le trasformazioni del sistema carcerario, a fronte delle rivolte dei prigionieri politici e del processo di politicizzazione dei detenuti comuni, che condurrà alla creazione del circuito dei carceri speciali; l’uso della tortura, l’azione di repressione attuata dal nucleo guidato da Dalla Chiesa, dietro il quale si delinea anche l’idea di un preciso modello di società. Infine il ruolo dei partiti politici, della Dc ed in particolare del Pci: di cui si riporta, tra l’altro, il dibattito interno nei 55 giorni del sequestro Moro, dal quale emerge un’immagine diversa e meno edificante rispetto a quella propagandata ufficialmente e posteriormente. Soprattutto emerge un partito stretto tra la necessità di legittimarsi come forza di governo affidabile e di affermarsi come unico legittimo rappresentante della sinistra, negando nel nome della legalità l’autenticità del conflitto sociale aperto alla sua sinistra, e le ragioni di quel conflitto.

Un volume necessario, che ricorda e fa proprio l’appello polemico di Marc Bloch agli storici affinché forniscano strumenti atti a comprendere, piuttosto che esporre tesi precostituite disancorate dai fatti e giudizi moraleggianti: “Robespierristi, antirobespierristi, noi vi chiediamo grazia: per pietà, diteci, semplicemente, chi fu Robespierre” .

Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elena Santalena

Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla “campagna di primavera”

Derive Approdi, 2017, 550 pp., € 28