Il sequestro Moro, tra storia e fake news: intervista a Paolo Persichetti

INTERVISTA | di Cristiana Pugliese – RADIO – 20:05 Durata: 37 min 9 sec 12 novembre 2020

Commissione parlamentare Moro 2 – conferenza stampa del 14 dicembre 2017

Paolo Persichetti, giornalista , scrittore e coautore di “Brigate Rosse.
Dalle fabbriche alla ‘Campagna di primavera’”.
Vol I (DeriveApprodi)
“Il sequestro Moro, tra storia e fake news: intervista a Paolo Persichetti” realizzata da Cristiana Pugliese con Paolo Persichetti (giornalista e scrittore).
L’intervista è stata registrata giovedì 12 novembre 2020 alle ore 20:05.
Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Brigate Rosse, Cultura, Dc, Fioroni, Giustizia, Grassi, Informazione, Kraatz, Libro, Moro, Parlamento, Politica, Rapimenti, Storia, Terrorismo.
La registrazione audio ha una durata di 37 minuti.

Caro Grassi perché dici tante balle sul delitto Moro?

Paolo Persichetti
Il Riformista 13 novembre 2020

Gero Grassi, l’ex membro della seconda commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro che ha chiuso i battenti nella passata legislatura, è incappato in una nuova querela dopo quella promossa da una coppia di coniugi indicati come i veri carcerieri di Moro nella loro abitazione di via dei Massimi 91, a Roma. A denunciarlo, stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche.
Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a l’ex parlamentare di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni 70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, sempre in via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delleBrigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro», consentendo a Franco Piperno, suo amico, di controllare dalle finestre della sua abitazione l’arrivo nel garage della palazzina del commando brigatista con l’ostaggio.
Affermazioni ribadite con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) Aldo Moro: la verità negata, terza edizione, che Gero Grassi ha pubblicato nel dicembre 2019 col patrocinio della Regione Puglia (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it). Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che riassume la sua esperienza lavorativa ricordando di essere arrivata in Italia nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca), nel 1976 per Stern e dal 1980 fino al 1990 perDer Spiegel. In seguito ha collaborato con Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca. Iscritta alla Spd dal 1974, la Kraatz ha di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 Enrico Berlinguer (è citata nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore dellaOstpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi.
Nel corso della sua carriera ha intervistato Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine e l’intero establishment della politica, della economia e della cultura italiana. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri da cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso, Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza.
Nella querela Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo». La raccomandata non riceveva risposta. Il 26 aprile 2018 sul quotidiano il Dubbio appariva una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, Giuseppe Fioroni spiegava che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che escludeva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo ne riprendeva le parole. Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contati o altro legame col gruppo“2 Giugno che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet.
Nonostante queste importanti rettifiche Gero Grassi rilanciava le sue accuse contro Birgit Kraatz nella terza edizione del suo libro su Moro, accuse che ribadita anche in una intervista all’Agi del 5 marzo 2020. Nel frattempo nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz da parte dell’ex presidente della Commissione Moro 2. Al contrario, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato, in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, Giuseppe Fioroni invece di correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più… c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno».

La lettera del giudice Guido Salvini a Insorgenze, «non credo al complotto nel rapimento Moro, ma non tutto è chiaro»

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Vi scrive Guido Salvini giudice del Tribunale di Milano. Ho letto la vostra intervista a Matteo Antonio Albanese autore del libro Tondini di ferro e bossoli di piombo. Ho trovato interessanti le riflessioni sui rapporti tormentati che vi furono tra il Pci e il mondo delle Brigate rosse ai suoi inizi e sull’intuizione da parte di queste ultime del fenomeno della globalizzazione. In una domanda posta dall’intervistatore mi sono però attribuite, anche in modo inutilmente sgarbato, opinioni sul sequestro Moro che non ho mai avuto e che non ho mai espresso e che al più possono essere proprie di qualche parlamentare componente della seconda Commissione Moro per la quale ho lavorato in completa autonomia come consulente. Infatti non ho mai pensato né scritto, come è facile verificare, che il sequestro Moro sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60- ‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose. Queste sono opinioni di altri che l’articolo non cita

Credo tuttavia che soprattutto negli ultimi giorni del sequestro vi siano state in entrambe le parti, lo Stato e le Brigate Rosse, incertezze e imbarazzi su come affrontare la possibile liberazione dell’ostaggio da un lato e come portare a termine l’operazione dall’altro e che questa situazione, in cui i due attori dovevano necessariamente compiere scelte di interesse e forse auspicate anche da realtà esterne al sequestro, abbia in entrambi provocato in alcuni passaggi un’amputazione della narrazione di quanto avvenuto. Mi riferisco, ad esempio, per quanto riguarda lo Stato, all’incertezza se fare di tutto perché Moro fosse recuperato vivo e alla contemporanea assillante ricerca dei memoriali dello statista giudicati pericolosi per gli equilibri dell’epoca. Per quanto concerne le Brigate Rosse mi riferisco alle non convincenti versioni in merito al luogo o ai luoghi ove l’ostaggio fu tenuto prigioniero e alle modalità con le quali, mentre erano ancora in corso contatti ed iniziative, ha trascorso le ultime ore e con le quali è stato ucciso. Su questi passaggi vi sono probabilmente ancora alcune verità e forse il ruolo di alcune persone da proteggere. Spero di essermi spiegato in queste poche righe e forse la lettura del libro potrà spingermi a tornare in modo più ampio sull’argomento sul mio sito guido.salvini.it

Vi ringrazio per l’attenzione.
cordialità
Guido Salvini

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Dott. Salvini,
Registro con favore il giudizio anticomplottista da lei espresso sul sequestro Moro, cito le sue parole: «il sequestro Moro non sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60-‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose».

La mia valutazione negativa del suo lavoro di consulente nella commissione Moro 2 era tuttavia fondata sull’analisi delle sue attività: escussioni di testimoni, indagini perlustrative, proposte di piste da indagare che manifestavano un consolidato pregiudizio dietrologico. Mi riferisco all’endorsement del libro di un personaggio imbarazzante come Paolo Cucchiarelli (20 giugno 2016, n. prot. 2060 e 682/1), nel quale si individuavano almeno 4 spunti di indagine da seguire, tra cui le dichiarazioni di un pentito della ‘ndrangheta Fonti, anche lui replicante di fake news, come la presenza di Moro nell’angusto monolocale di via Gradoli in una fase del sequestro (circostanza smentita dalle evidenze genetiche delle analisi sulla tracce di Dna, condotta dalla stessa commissione), oppure su un presunto ruolo di Giustino De Vuono in via Fani e nella esecuzione del presidente del consiglio nazionale della Dc. O ancora l’articolo fiction dello scrittore Pietro De Donato apparso nel novembre 1978 su Penthause, rivista glamour notoriamente specializzata sul tema. E ancora la richiesta di sentire, protocollo 519/1, il collaboratore di giustizia, sempre della ‘ndrangheta, Stefano Carmine Serpa che nulla mai aveva detto sulle Brigate rosse e il rapimento Moro, ma in una deposizione del 2010 aveva riferito dei rapporti tra il generale dei Cc Delfino e Antonio Nirta, altro affiliato alle cosche ‘ndranghestite. L’ulteriore sostegno ai testi (28 dic 2018, prot. 2497 – e 844/1) di Mario Josè Cerenghino, autore di libri in coppia con Giovanni Fasanella, la cui ossessione complottista non ha bisogno di presentazioni, o ancora di Rocco Turi, autore di una storia segreta del Pci, dai partigiani al caso Moro, sostenitore di una tesi dietrologica diametralmente opposta alla precedente, che intravede nelle Repubblica popolare cecoslovacca una funzione promotrice dell’attività delle Brigate rosse, fino fantasticare l’addestramento in campi dell’Europa orientale dei militanti Br. Potrei continuare, ma non serve.

Nella seconda parte della lettera, contradicendo quanto affermato all’inizio, solleva nuovi dubbi sugli ultimi momenti del sequestro. Convengo con lei che da parte dello Stato, ed in modo particolare delle due maggiori forze politiche protagoniste della linea della fermezza, Democrazia cristiana e Partito comunista, vi siano ancora moltissime cose da scoprire sulla decisione ostinata e sui comportamenti messi in campo per evitare, fino a sabotare, qualsiasi iniziativa di mediazione e negoziato in favore della liberazione dell’ostaggio. Mi riferisco, per esempio, all’impegno preso e non mantenuto dal senatore Fanfani di intervenire il 7 maggio 1978, con un messaggio di apertura all’interno di una dichiarazione pubblica. 
Ritengo che da parte brigatista i dubbi da lei espressi non trovino fondamento. Cosa c’è di poco chiaro e non trasparente nella telefonata del 30 aprile realizzata da Mario Moretti alla famiglia Moro? Consapevole della necessità di uscire dal vicolo cieco in cui si era infilata la vicenda, il responsabile dell’esecutivo brigatista tentò una mediazione finale che ridimensionava le precedenti rivendicazioni, la liberazione di uno o più prigionieri politici, e chiedeva un semplice segnale di apertura, che nella trattativa che sarebbe seguita dopo la sospensione della sentenza poteva vertere nel miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri. Perché questo aspetto continua ad essere evitato, sottovalutato e poco studiato, avvalorando contorte ipotesi di trattative parallele, somme di denaro o altro, rifiutate in principio dalle Br? Forse perché la responsabilità di chi si è sottratto a tutto ciò non è ancora politicamente sostenibile?
Ed ancora, sull’ipotesi dello spostamento dell’ostaggio, la invito a studiare tutti i sequestri, politici o a scopo di finanziamento, realizzati dalle Brigate rosse. Mi dica se c’è un solo caso dove l’ostaggio viene traslocato durante la prigionia? Approntare una base-prigione è cosa molto complessa e se non si comprende qual era il modo di approntare la logistica nelle Br si può cadere in facili giochi di fantasia.
Infine, tra i temi che la commissione ha rifiutato di affrontare c’è quello della tortura, verità indicibile di questo Paese. Un commissario aveva presentato un’articolata richiesta di approfondimento della vicenda di Enrico Triaca, il tipografo di via Pio Foà arrestato e torturato il 17 maggio 1978, una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro, con una lista di testimoni da ascoltare, tra cui Nicola Ciocia, il funzionario dell’Ucigos soprannominato “dottor De Tormentis”, esperto in waterboarding. Sorprende che lei non se ne sia interessato sollecitando spunti d’inchiesta, audizioni o proponendo materiali e sentenze della magistratura presenti sulla questione? Dottor Salvini, ha perso davvero una grande occasione.
Cordialmente, Paolo Persichetti

La Stasi aveva infiltrati nel sistema politico italiano, non nelle Brigate rosse

by insorgenze.net

Anteprima – Spie dall’Est di Gianluca Falanga (Carocci, pagg. 288, euro 19) Esce il 9 ottobre

ministero-paranoia-200x300Nell’ottobre 2014, superata una tormentata fase di conflitti e rivalità tra i vari rami del parlamento, si insedia la seconda commissione parlamentare sul sequestro Moro (terza in ordine di tempo se si considera anche la Commissione stragi che si occupò a lungo della materia). Un pletorico parlamentino di 59 membri; 19 in più della precedente bicamerale presieduta dall’allora senatore Pellegrino. Nel corso della prima seduta è stato eletto presidente il deputato Pd Giuseppe Fioroni.
In quella occasione l’ex missino Maurizio Gasparri, poi in An, Fli e oggi Forza italia, ha dichiarato: «Sono entrato a far parte della commissione parlamentare sul caso Moro per riaffermare la verità già emersa in sede giudiziaria. Moro è stato ucciso dai comunisti delle Brigate Rosse, supportati dall’Est europeo allora comunista. Potremo spazzare via tutto il ciarpame delle ricostruzioni farneticanti, talvolta addirittura narrate in libri più di fantascienza che di storia. Troppi sventurati hanno alimentato fandonie per minimizzare la colpa di chi, nel nome del comunismo, sterminò Moro e la sua scorta».
Incredibile ma vero, Maurizio Gasparri ha ragione quando evoca il ciarpame delle ricostruzioni farneticanti narrate sul caso Moro e più in generale sulla storia della lotta armata per il comunismo in Italia. Ovviamente – come egli stesso annuncia – lo dice perché è sua intenzione sostituirlo con altro ciarpame diametralmemte speculare, come fu a suo tempo quello della Mitrokhin. Le opposte fazioni dietrologiche convergono entrambe su un’unica strategia: negare l’autenticità e l’autonomia di quella esperienza rivoluzionaria.
L’analisi delle fonti, in questo caso quanto è stato ritrovato negli archivi della Stasi, il servizio segreto della Germania est, rivela che in realtà ad essere monitorata era l’intera attività istituzionale, commerciale ed economica dell’Italia. Attraverso l’utilizzo di collaboratori, infiltrati e fonti inconsapevoli, la Stasi raccoglieva informazioni all’interno di tutte le forze politiche istituzionali, nelle imprese di Stato, all’interno del Vaticano. Lo rivela uno studio di prossima pubblicazione, Spie dall’Est di Gianluca Falanga (Carocci, pagg. 288, euro 19).
L’interesse della Stasi verso le Brigate rosse arriva soltanto dopo il rapimento Moro, vicenda che proietta su di loro l’attenzione internazionale. Ma quando questo servizio si pone il problema di infiltrare l’organizzazione per raccogliere informazioni dal suo interno non sa come fare. Non ci sono segretarie o cameriere da infiltrare. Alla fine pensa di rivolgersi ad Heidi Peusch, cittadina della Ddr moglie di Pierino Morlacchi, appartenente al nucleo storico delle Br. Peccato che anni prima, quando insieme ai figli ed al marito – in fuga dall’Italia dopo un mandato di cattura per appartenenza alle Br – tentò di riparare nel suo Paese, venne respinta alla frontiera della Ddr. Le autorità tedesche molto diffidenti verso la donna in odor di dissidenza chiesero informazioni al Pci che sconsigliò vivamente di accoglierla. Morlacchi era stato espulso da questo partito nel 1960, quando nel quartiere del Giambellino a Milano un’intera sezione se n’era andata dal Pci.
Se cerca infiltrati ed informatori, Maurizio Gasparri farebbe bene a rivolgere la propria attenzione verso il suo vecchio partito di provenienza. Il Movimento sociale italiano ne era affollato, vi sguazzavano al suo interno più servizi e agenzie in concorrenza tra loro. E non stupirebbe più, a questo punto, se vi fosse stanto anche qualcuno della Stasi. Quelli erano capaci di tutto


Le vite degli altri (italiani) spiati dalla Stasi

Simonetta Fiori, la Repubblica 6 Ottobre 2014

Gli agenti della Ddr controllavano anche il nostro paese: ne parla lo studioso Gianluca Falanga che ha raccolto in un libro carte e documenti segreti.
«Devo ammetterlo, sono rimasto sorpreso: centinaia e centinaia di carte segrete sull’Italia. Il faldone che mi sono trovato davanti era impressionante: il più spregiudicato servizio segreto comunista ha spiato il nostro paese per decenni, specie tra i Sessanta e gli Ottanta. Ne ha seguito meticolosamente le crisi e gli scandali, le relazioni con gli altri Stati, il potenziale delle forze armate e la qualità della ricerca scientifica ». Da tempo Gianluca Falanga collabora a Berlino con il museo della Stasi, il “ministero della paranoia” a cui ha dedicato due anni fa un saggio molto documentato (Carocci) . Ora s’è preso la briga di andare a studiare le informative che ci riguardano tra le migliaia di tabulati estratti dal cervellone del Sira, ossia le banche dati dell’intelligence della Germania Orientale. Il risultato di queste ricerche è in un libro in uscita sempre da Carocci, Spie dall’Est, la prima indagine sugli agenti della Ddr nella penisola.
La documentazione ovviamente è parziale. «Alla caduta del Muro autentici “gruppi di macerazione” polverizzarono oltre il 90 per cento dell’archivio cartaceo, tutti i nastri magnetici e migliaia di file. Però nella confusione qualcosa è sfuggita di mano. E una copia di back-up con sezioni dell’archivio informatico è stata ritrovata a sud di Berlino. È su quei documenti che ho lavorato per oltre un anno».

Ma perché si sorprende dell’attenzione della Stasi all’Italia? Da noi esisteva il più grande partito comunista d’Occidente.
«Certo, ma all’interno del patto di Varsavia la vigilanza sull’Italia era di competenza di altri paesi. E invece ho trovato relazioni dettagliate sul sistema politico, sulla dialettica tra le correnti dei partiti, sull’economia pubblica e privata, e naturalmente sul Pci. Lo spionaggio era funzionale sia alle strategie nazionali di Berlino Est, specie sul versante commerciale, sia agli interessi degli “amici” ossia il Kgb sovietico. Non a caso la vigilanza della Stasi cresce eccezionalmente nel periodo tra il 1975 e il 1978, segnato dall’avanzata elettorale di Berlinguer ».

Non sembra che gli agenti della Ddr ne siano troppo contenti.
«Erich Honecker, leader del Partito socialista, e Berlinguer erano molto diversi. Il primo condannava ogni forma di comunismo lontana da quella so- vietica, mentre Berlinguer era “un sardo ascetico di origini aristocratiche” — così si legge in un appunto della Stasi — che suscita molta diffidenza a Mosca per la sua “volontà autonomistica”. In tal senso sono molto interessanti le carte conservate nell’archivio del Sed, il partito-Stato di Honecker, presso il Bundesarchiv di Coblenza. Lì ho trovato una serie di colloqui inediti in Italia tra Hermann Axen, responsabile delle relazioni internazionali del Sed, e il suo omologo sovietico Boris Ponomarev, insieme al vice Zagladin. Questi dialoghi, intercorsi tra il 1973 e il 1978, aprono uno squarcio su ciò che si muoveva a Mosca e a Berlino nei confronti del compromesso storico e dell’evoluzione eretica del Pci».

Che cosa emerge?
«Il blocco comunista si trovò spiazzato di fronte all’ascesa del Pci. La ferma volontà di Enrico Berlinguer di non forzare l’ordine democratico rendeva il Pci un pericolo per l’egemonia sovietica. Il malumore è evidente sin dal febbraio del 1973 quando Ponomarev si lamenta con Axen perché i compagni italiani non sono disposti alla lotta armata. “L’Italia è una polveriera pronta ad esplodere da un momento all’altro”, si legge nell’appunto, “e il partito deve preparare il popolo a una tale evenienza. Il compagno Pajetta ha chiesto al Pcus se il Pci deve acquistare le armi. La risposta del Pcus è stata che la classe operaia deve avere sempre chiare tutte le forme di lotta possibili”. I sovietici premono sul Pci agitando il fantasma golpista e neofascista. Ma lamentano che i compagni italiani non vedano alcun serio politico nell’immediato».

Nel settembre di quello stesso anno Berlinguer propone la strategia del compromesso storico.
«Una formula guardata da Mosca con grandissimo sospetto. In una conversazione del 20 ottobre del 1976 Ponomarev ribadisce la sua avversione: “I compagni italiani non vogliono capire che non si può restare sempre sulla difensiva. Anche se v’è l’opportunità di una via pacifica, ogni partito comunista deve essere sempre pronto alla lotta armata”. Concetto riaffermato con forza in un colloquio con Zagladin: “Un partito comunista deve essere sempre pronto a violare i limiti della democrazia borghese”. E nel giugno del 1977, in un nuovo incontro con Axen a Praga, Ponomarev ha modo di tornare sugli “errori” del Pci».

Una tensione destinata a crescere nell’autunno di quello stesso anno.
«Sì, proprio da una tribuna moscovita, per il sessantesimo anniversario della rivoluzione bolscevica, Berlinguer tesse l’elogio della democrazia. Ponomarev non si limita ad abbandonare la sala, ma medita qualcosa di più serio. In un appunto inedito del gennaio del 1978 confida ad Axen che il Pcus ha esaurito la pazienza e che era venuto il momento di richiamare agli ordini il Pci. La posta in gioco era troppo alta per permettere a un partito tanto influente di assumere una politica ormai apertamente antisovietica. “Il compagno Ponomarev”, si legge nella nota, “ci ha informato che il comitato centrale del Pcus ha confermato la definizione di un piano speciale di misure contro l’eurocomunismo”. Non sappiamo quale fu il seguito. Eravamo alla vigilia del sequestro Moro, che avrebbe definitivamente seppellito il compromesso storico».

Sulle Brigate Rosse emergono novità?
«Esiste un’abbondante documentazione, soprattutto all’indomani del rapimento del leader democristiano. Ma in queste carte manca una prova o anche un solo indizio che dimostri una frequentazione tra i servizi e le Br. È molto interessante un appunto che risale al 1980. L’antiterrorismo della Stasi, una struttura ambigua che infiltrava le organizzazioni di lotta armata, mette all’ordine del giorno il proposito di entrare in contatto con le Br. Pochi mesi dopo avrebbe individuato nella moglie del brigatista milanese Piero Morlacchi, la tedesca Heidi Peusch, il potenziale informatore nell’organizzazione armata. Ma il partito vieta di reclutarla all’interno della Germania Est. Le carte si fermano qui».

Un altro capitolo controverso è quello relativo al terrorismo altoatesino.
«La Stasi era interessata a tenere vivo il focolaio di violenza che pesava sulle relazioni tra Roma e Bonn. Un fascicolo interessante è quello dedicato al neonazista Peter Weinmann, dal 1982 a libro paga della Stasi ma già agente dei servizi tedeschi dell’Ovest e dal 1976 confidente della Digos italiana in Alto Adige. I documenti sono gravemente menomati dagli omissis. Fatto sta che tra il 1986 e il 1988 il terrorismo altoatesino conobbe una sanguinosissima ripresa con attentati dinamitardi più simili a quelli che accadevano a Berlino Ovest — dietro i quali c’era la Stasi — che a quelli tradizionali dei gruppi altoatesini. Con la caduta del Muro il fenomeno si esaurì all’improvviso».

Chi erano le spie italiane al servizio della Stasi?
«Questo è più difficile da ricostruire. Il potente servizio segreto aveva confidenti ovunque, a Botteghe Oscure ma anche nel Psi e nella Dc, nelle amministrazioni delle banche e delle grandi imprese pubbliche. Confidenti non sempre consapevoli. La spia italiana più importante è “Optik”, che da Bologna offre un’enorme quantità di informative sulla sicurezza militare. Un ingegnere o comunque un esperto del settore ».

E gli 007 tedeschi attivi in Italia?
«Il caso più spettacolare è quello dell’agente Mungo, alias Ingolf Hähnel, un pluridecorato tenente colonnello dell’intelligence che nel 1977 riesce a infilarsi dappertutto, presso la segreteria di Stato vaticana dove incontra Angelo Sodano e dentro Botteghe Oscure, dove può contare su un dirigente che avrebbe accompagnato Berlinguer nel viaggio in Ungheria e in Jugoslavia. Ovviamente il grosso delle spie agiva presso l’ambasciata italiana a Berlino Est. La missione diplomatica italiana era tenuta sott’occhio da un esercito di segretarie, donne delle pulizie, dame di compagnia, autisti, giardinieri e interpreti. Specialmente negli anni Ottanta il regime di Honecker temeva che gli italiani aiutassero i tedeschi orientali a fuggire oppure che intrattenessero rapporti con i dissidenti».

Tra i “sorvegliati speciali” figura anche Lucio Lombardo Radice.
«Sì, la vigilanza sul matematico risale agli anni Sessanta, dopo la sua protesta pubblicata sull’Unità per la cacciata dall’Università di Humboldt del fisico dissidente Robert Havemann. Fu bollato dalla Stasi come “un elemento borghese”, rimasto legato alla sua classe di appartenenza nonostante la militanza comunista. E quando nel 1982 morì Havemann, il regime vietò a Lombardo Radice l’ingresso nella Ddr».

La falsa vittima di via Fani

Riceviamo e volentieri riprendiamo questa approfondita e puntigliosa inchiesta sulle ripetute bugie sostenute dal falso testimone primigenio da cui hanno avuto origine tutte le dietrologie sul rapimento Moro. Il 22 maggio 2014, ascoltato come teste informato sui fatti, Alessandro Marini ribadiva ancora una volta davanti al Procuratore generale Luigi Ciampoli la sua mistificata versione di quanto avvenuto in via Fani. Da questa analisi emerge il fondato dubbio che Marini abbia mentito non solo sulla dinamica di fatti ma anche sulla propria posizione al momento dell’assalto brigatista.
Escusso succesivamente dalla Commissione Moro 2 (ma non audito in sede pubblica nonostante la rilevanza delle sue parole. In avvio dei lavori la Commissione aveva sposato la proprio versione dei fatti raccontata da Marini), dopo che erano emerse le prove documentali delle sue menzogne, Marini ha rettificato quanto ripetutamente affermato nei decenni precedenti dutante inchieste e processi. Se le bugie passate sono cadute in prescrizione, quelle reiterate nel 2014 hanno ancora rilevanza penale. Ricordiamo che sulla base delle mendaci affermazioni del teste Marini diverse condanne per un tentato omicidio mai avvenuto sono state emesse contro i brigatisti che hanno preso parte al rapimento di Aldo Moro

Il testimone mendace Alessandro Marini

 

Un testimone per tutti i misteri

di da La pattumiera della storia

Alessandro Marini (nato nel 1942, professione dichiarata ingegnere) ha avuto un po’ più dei proverbiali “15 minuti di celebrità”: è dal 16 marzo 1978 che viene sistematicamente riproposto come IL testimone del sequestro di Aldo Moro. Era sul posto, e da allora racconta che due brigatisti su una moto Honda blu gli spararono una raffica di mitra, che colpì il suo motorino ma non lui. Tutti i brigatisti processati per quei fatti sono stati condannati per tentato omicidio nei suoi confronti. Nessuno tra i numerosissimi inquirenti (polizia, carabinieri, magistrati, giornalisti, ricercatori, detectives dilettanti, ecc.) si è mai preoccuppato di controllare il punto di partenza delle sue dichiarazioni: cioè il fatto che egli fosse sul posto in motorino, il cui parabrezza diceva colpito e rotto dalla raffica, o almeno da un proiettile di questa, partito dalla moto Honda.
L’analisi che è proposta qui si basa su fotografie di dominio pubblico e di larghissima diffusione, e si concentra sulla posizione del motorino e sul quella dichiarata da Alessandro Marini, ed è seguita dall’ipotesi che egli fosse in un punto diverso.

A. Il motorino
È un Boxer della Piaggio, il motorino dell’ingegnere Alessandro Marini. Lo si vede in moltissime fotografie scattate sulla scena del crimine, in via Fani, il 16 marzo 1978. Sta sul cavalletto, sopra il marciapiede, accostato al muro, sotto la lunga insegna bianca con la scritta verticale ‘SNACK BAR’ su un lato e ‘TAVOLA CALDA’ sull’altro (indicazione ‘A’ nelle foto). È il Bar Olivetti sul cui ingresso si erano appostati i quattro finti piloti dell’Alitalia.
Come sappiamo che è proprio quello di Marini? Lo ha ammesso lui stesso, appena 37 anni dopo i fatti. Ha sempre dichiarato di essere arrivato in via Fani col suo motorino.
Da quando è lì quel motociclo? Osservate le fotografie: ai suoi lati sono parcheggiate due autovetture, quasi interamente sul marciapiede, di traverso, con le parti anteriori che arrivano sino al muro. Il motorino è stato messo lì prima del loro arrivo. Si tratta di due auto della polizia, un’Alfasud gialla e un’Alfetta di pattuglia. Sono tra le prime ad arrivare sul posto dopo l’azione, e bloccano interamente il marciapiedi ai due lati del Boxer. L’Alfetta fa da barriera al pubblico su via Stresa, e delimita da quel lato la scena. È impossibile che qualcuno abbia portato lì il motorino dopo il loro arrivo.
Il motorino era lì già prima dell’azione? No, visto che è quello con cui è arrivato l’ing. Marini. Egli si sarebbe trovato esattamente in mezzo al gruppo dei quattro finti piloti nel pieno dell’attacco.
Il parabrezza del Boxer mostra segni di rottura? Il parabrezza mostra chiaramente una lunga striscia di schotch da pacchi che lo attraversa in diagonale. Se una rottura c’è stata, è avvenuta per forza di cose in tempi ben precedenti l’azione. Marini ha mentito dicendo che il parabrezza si ruppe in via Fani, quando gli spararono.
Non ci sono tracce di proiettili? L’impatto di un proiettile (calibro 9 mm parabellum, come quelli usati all’occasione) su un parabrezza di plastica dura, potrebbe produrre una scheggiatura senza perforazione (nel caso arrivasse di striscio), una perforazione con o senza scheggiatura, o una perforazione con rottura. Le foto non mostrano tracce di questo genere, che dipendono dal tipo di proiettile, velocità ed angolo d’impatto. Sono esclusi il rimbalzo e lo sbriciolamento totale o parziale, come quello che si vede sui vetri delle auto colpite. Nulla sul parabrezza richiama in nessuna misura gli effetti dei proiettili ben visibili nelle fotografie degli altri mezzi colpiti. Di più: il motorino resta lì, nel mezzo della scena del crimine, per delle ore circondato da poliziotti, funzionari ed inquirenti di ogni grado e categoria, e nessuno nota nulla. Messo davanti all’evidenza delle foto, Marini sostiene ora che andò a riprenderlo lì, e lo trovò con un pezzo del parabrezza per terra. Nessuna delle foto prese nel corso della giornata mostra il parabrezza senza pezzi, è l’ultima invenzione di Marini.

B. La posizione dichiarata da Marini
Marini racconta di essere stato fermo allo stop, salendo via Fani, all’incrocio con via Stresa, e che lì sarebbe stato bersaglio di una raffica da una moto in fuga, al termine del sequestro (indicazione ‘B’ sulle foto). Se così fu, deve aver portato il Boxer là dove lo si vede (indicazione ‘A’), immediatamente dopo il fatto.
E se il motorino fosse rimasto lì (‘B’) dove Marini ha detto che si trovava?
Se, a quello stop dell’incrocio, ci fosse stato un ciclomotore col parabrezza perforato da un proiettile, sarebbe stato incluso nella scena del crimine, e trattato al pari degli altri veicoli colpiti dalla sparatoria. Sulle foto si vede che il limite (auto di traverso) per il pubblico di curiosi venne posto proprio su quella linea dello stop; l’avrebbero posto più in basso se lì vi fossero state evidenze di un incidente (un motorino per terra, pezzi di parabrezza). In foto scattate più tardi, si vedono delle transenne che delimitano più in basso la scena. Alessandro Marini, pur dicendosi fermo a quell’incrocio, non vede il signor Intrevado, che gli è accanto, fermo nella sua Fiat 500 allo stop. E non vede la brigatista che, armata, in mezzo all’incrocio controlla il traffico, intimando in particolare a quelli che salgono su via Fani, proveniendo da dietro la posizione di Marini, di andarsene. Non la vede al punto di escludere che vi fosse una donna, ‘a meno che non fosse vestita da uomo’, dice, eppure è proprio davanti a lui, tutti gli altri testimoni nelle vicinanze la segnalano. Si veda l’immagine sintetica della Polizia scientifica che mostra la visuale di Marini da quel punto: era la zona d’azione della brigatista del ‘cancelletto inferiore’. Peggio ancora, Giovanni Intrevado non vede né Marini né il motorino che dovrebbero essere di fianco a lui. Immaginiamo la scena. Una persona ferma col suo motorino ad un incrocio sta probabilmente seduta in sella, con uno o due piedi per terra, le mani sul manubrio, tirando con le dita di una mano la maniglia del freno. Assiste ad una scena terribile, alla fine della quale il passeggero di una moto che le sfreccia vicino le spara addosso. Il proiettile colpisce il parabrezza, ma non la persona che le sta dietro, perché istintivamente si era abbassata. La paura già prodotta dalla visione precedente raggiunge il suo apice, il ciclomotorista terrorizzato si fa la pipì addosso (lo racconta lo stesso Marini).
È verosimile che la reazione in un tale frangente sia di lasciare le mani dal manubrio, di sorta che il motorino cada per terra. Non si può però escludere che per reazione la persona resti ancor più aggrappata al motorino, che quindi non rovina al suolo. E poi? Ci si può attendere che subito dopo, la persona si occupi rapidamente di liberarsi del motorino: raccogliendolo e sistemandolo nel posto più vicino possibile, per esempio sul marciapiede, a ridosso del muro che lo costeggia. Liberarsene per poter avvicinarsi a piedi sul luogo del delitto, vedere da vicino cos’è successo, prestare eventualmente soccorso. Dice Marini: «Dopo aver assistito alla sparatoria e alla fuga dei terroristi, ho lasciato il motorino e mi sono avvicinato alle autovetture…». Eppure il motorino non è lì, nella parte bassa dell’incrocio (‘B’). Nel posto in cui si trova (‘A’) è stato portato, come s’è detto, subito dopo l’azione e prima dell’arrivo della polizia. Diciamo che il ciclomotore non è caduto, Marini o rimonta in sella e riparte (il Boxer non aveva accensione elettrica, si metteva in moto con una pedalata forte tenendolo sul cavalletto), o piuttosto lo spinge continuando a tenerlo per il manubrio. E lo spinge in salita, attraverso l’incrocio ora aperto, nel pieno di quella che pochi istanti prima era la zona di combattimento, disseminata di bossoli ed altri oggetti. Passa accanto, se non sopra, il cappello da pilota ed il caricatore di mitra abbandonati dal commando (che non sono ancora stati cerchiati col gesso), spinge ancora il motorino a fargli salire il marciapiede (deve farlo anche se vi arriva con il motore), e solo lì, sotto quel muro, lo parcheggia. Un percorso di una ventina di metri, a occhio, che non ha alcun senso. In nessuna delle sue dichiarazioni Marini fa cenno a una tale azione.
Può avercelo portato qualcun’altro? No. Tutti i presenti sono stati identificati ed interrogati come testimoni, non v’è ragione alcuna per cui chiunque possa aver fatto una cosa del genere nel breve tempo tra l’attacco e l’arrivo della polizia.
Ma se nessuno ha trasportato il ciclomotore dal punto ‘B’ al punto ‘A’, come ci è arrivato lì, perché il Boxer si trovava in quel punto?
Sappiamo solo che è stato Marini a metterlo nel punto ‘A’ (dove poi lo ha ripreso), e che non vi è giunto direttamente dal punto ‘B’. Questo obbliga a definire in ipotesi un posizionamento alternativo di Marini, un punto ‘C’ che appaia compatibile con gran parte degli elementi ‘acquisiti’ della ricostruzione, e al tempo stesso spieghi alcune importanti incongruenze delle testimonianze.

C. La vera posizione di Marini
Su alcune fotografie è tracciato approssimativamente il percorso che avrebbe dovuto fare Marini per parcheggiare il motorino (da ‘B’ ad ‘A’). Ma è marcato anche un secondo percorso, dal punto ‘C’ al punto ‘A’. Il punto ‘C’ è situato su via Stresa, in discesa verso l’incrocio con via Fani, all’angolo del Bar Olivetti.
È lì che si trovava verosimilmente Marini, in sella al suo motorino, molto probabilmente sul marciapiede, e da lì ha seguito la scena di cui ha testimoniato. In questo punto, l’angolo di campo della sua visuale è spostato di 90 gradi rispetto a quello dichiarato. L’attenzione è concentrata sul lato destro, sul commando, che gli dà le spalle. Perciò non nota la brigatista del cancelletto inferiore, perché agisce alla sinistra della sua visuale, mentre lui guarda il convoglio attaccato a destra.
Non vede Giovanni Intrevado, perché non gli è accanto e probabilmente è fuori dal suo campo visivo. E addirittura Barbara Balzarani, la donna del commando, testimonia di non aver visto in quel punto l’uomo col motorino. Intrevado e la brigatista non lo vedono al punto ‘B’, perché lui non è lì, ma al punto ‘C’.
Nella sua precisa disanima delle dichiarazioni di Alessandro Marini, Gianremo Armeni (in “Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro”, TraLeRighe editore, 2015) osserva che al testimone è rimasto impresso nella memoria il volto di uno dei partecipanti all’azione, perché colpito dalla sua somiglianza con l’attore Eduardo de Filippo, e rileva la straordinaria somiglianza tra questi e l’immagine di Alessio Casimirri,

condannato come partecipante all’azione. Marini lo nota in coppia con quello col passamontagna, dicendo che erano sulla moto. A buona ragione, Armeni sostiene che lo abbia effettivamente ben visto, che si trattasse di Casimirri, e che la ricostruzione del resto sia inquinata da diversi fattori; in sostanza Marini, sovrapponendo i ricordi, piazza i due dell’auto su una moto che passa a cose finite. Casimirri, assieme all’unico col passamontagna, agì come ‘cancelletto superiore’, bloccando il traffico e proteggendo l’azione di sequestro, ed al suo termine ripartì con la Fiat 128 girando a sinistra su per via Stresa.
Il punto critico in questa configurazione: se ‘Eduardo de Filippo’ era alla guida non di una moto, ma della Fiat 128, come ha potuto Marini vederlo distintamente in viso?
Dalla posizione ufficiale di Marini (punto ‘B’), dal basso dell’incrocio, vedere un’auto che scende dalla direzione opposta (contromano sulla sua corsia) e gira a sinistra (verso destra rispetto a Marini), significa vederla brevemente di fronte e poi dal suo lato destro. Il guidatore essendo coperto in questa prospettiva dal passeggero seduto accanto, risulta improbabile poterlo distinguere con tanta nettezza in quel poco tempo. Risulta invece assai chiaro se la prospettiva è un’altra, quella del punto ‘C’. Marini lì si trova sul lato sinistro dell’auto che svolta nella sua direzione in via Stresa, proprio faccia a faccia col conducente.

Scena tratta da un film: la 128 gira a sinistra su via Stresa La 500 è quella di Intrevado, lì dice di essere stato Marini

La visuale di Marini nella ricostruzione della polizia scientifica

Scena tratta da un film

Vediamo la scena: Marini arriva all’incrocio su via Stresa quando le auto del convoglio di Moro sono ferme ed assiste alla sequenza del sequestro. Il convoglio dei rapitori parte, la 128 del ‘cancelletto superiore’ scende veloce da via Fani, frena per fare la curva a sinistra su via Stresa e gli passa accanto: lo sguardo di Marini incrocia quello del guidatore ‘Eduardo de Filippo’, che magari gli punta una pistola (non risulta che Casimirri avesse un mitra). Comunque egli lo vede in faccia, si sente minacciato e, spaventato, lascia cadere al suolo il motorino.
Ripresosi, solleva il motorino, lo spinge sul marciapiedi per un paio di metri e lo parcheggia.
Il percorso dal punto ‘C’ al punto ‘A’ è brevissimo, si tratta appena di girare l’angolo sul marciapiedi da via Stresa a via Fani. Sulle foto si distingue l’angolo del muro a poco più di un metro dal motorino parcheggiato. A differenza del percorso da ‘B’ ad ‘A’, questo rappresenta una reazione ed un comportamento ‘naturale’, che chiunque potrebbe avere in circostanze simili. A differenza del percorso da ‘B’ ad ‘A’, questo si compie in pochi secondi, e non offre nessun motivo per gravarsi nella memoria.
Infine questa posizione corrisponde all’espressione che Marini ha costantemente usato nelle sue deposizioni: “Mi passarono a fianco dove io ero fermo col motorino… mi spararono passandomi a fianco, scappando su via Stresa”.
Passare ‘a fianco’, significa sul lato, destro o sinistro che sia, espressione incongruente con la sua posizione dichiarata, dalla quale avrebbe dovuto vederli ‘davanti’, ‘di fronte’, poiché secondo lui gli venivano incontro scendendo da via Fani. A fianco a sé, sul punto ‘B’, Marini aveva solo Intrevado con la sua Fiat 500, nessun brigatista, nessun convoglio, nessuna moto Honda.

 Bugie, menzogne o falsità?

Alessandro Marini mente quando dice che:
– osservò l’azione del sequestro dalla parte bassa di via Fani;
– un uomo gli sparò una raffica di mitra da una moto Honda in corsa;
– lo stesso uomo perse un caricatore all’incrocio di via Fani con via Stresa;
– un proiettile di quella raffica colpì il parabrezza del suo motorino;
– il parabrezza venne rotto dal proiettile;
– lasciò lì, nella parte bassa di via Fani, il suo motorino e andò a piedi dall’altra parte dell’incrocio;
– ritrovò il parabrezza rotto, con un pezzo a terra, quando andò a riprendere il motorino.

Marini non è una vittima di via Fani, nessuno gli ha mai sparato, come provato ormai anche dalla polizia scientifica. Benché non abbia osato procedere come parte civile, diversi accusati sono stati condannati definitivamente per un tentato omicio mai evvenuto. Egli è un testimone mendace, e quali che siano le ragioni delle sue false affermazioni, andrebbe considerato quantomeno inaffidabile.

Di falsità evidenti che non gli sono mai state contestate egli ne ha dichiarate altre ancora, basti pensare al racconto del brigatista che si avvicina a un’auto del convoglio di Moro e ne spacca un vetro, prima che il commando apra il fuoco- una circostanza esclusa da ogni altra ricostruzione e testimonianza-, o alle telefonate anonime che avrebbe ricevuto da brigatisti che lo minacciavano- un atto mai provato e che non trova alcun riscontro in tutta la lunghissima storia delle Brigate Rosse: poi si scoprirà che erano per storie sue private legate a frequentazioni femminili, come se non bastasse aggiunse che a minacciarlo fu anche un avvocato dei brigatisti, in aula, sol perché gli aveva rammentato che il suo difeso era già in carcere quando avvenne l’assalto di via Fani.
In un’intervista trasmessa su RaiTre (Il Rosso e il Nero, 1993, qui un estratto) disse che “dopo la sventagliata di mitra” vide l’edicolante ed un signore con una paletta della polizia: altro falso, venne poi accertato che quel distinto signore non l’aveva mai avuta né tenuta in mano.

È ancora un fatto che, di fronte alle ‘discrepanze’ e ai cambiamenti delle sue successive versioni dei fatti, nessuno s’è mai preso la briga di contestargliele coerentemente, tirandone le conseguenze.
Alessandro Marini è il testimone della ‘madre di tutti i misteri’, ha visto la moto Honda che tutti i brigatisti -per una volta unanimi- negano fosse parte diretta o indiretta del piano d’attacco o fosse in qualche modo legata all’organizzazione clandestina.

Lo statuto di vittima gli viene confermato da numerose sentenze, è in un certo senso un ‘intoccabile’. Anche quando dichiara di aver riconosciuto Corrado Alunni tra i componenti del commando -un falso evidente agli stessi inquirenti- il magistrato Ferdinando Imposimato si limita a ‘non prendere in conto’ la testimonianza per quel punto, e nessuno si interroga sull’attendibilità del teste. Il ritornello è che il tentato omicidio di Alessandro Marini è un ‘fatto’ accertato da sentenze definitive, quasi che una sentenza di un giudizio penale debba corrispondere alla verità storica.
La raffica sul suo parabrezza ormai si fissa nell’immaginario del grande pubblico, si veda la scena tratta dal film di Ferrara (qui la sequenza in fotogrammi del film che però non rispecchia fedelmente le parole di Marini, secondo il quale l’uomo col passamontagna sarebbe stato il passeggero posteriore, salvo invertire le parti in una delle tante deposizioni, e l’uomo col mitra avrebbe tenuto l’arma e sparato col braccio sinistro, dunque effettuando una difficilissima, quanto improbabile, torsione all’indietro).

Quanto basta perché le bugie vengano amplificate e moltiplicate da quelli che si vogliono grandi attori delle inchieste.
L’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato, scrive nel suo libro (“Doveva morire”, con Sandro Provvisionato, Chiarelettere 2008), citato nel lavoro di Armeni: «Il teste Marini è affidabile e i buchi dei proiettili sul parabrezza del suo motorino erano visibilissimi
Più recentemente, scrive Stefania Limiti (in “Complici”, sempre con Sandro Provvisionato, Chiarelettere 2014): «L’ingegnere Marini, che nei giorni successivi a questa deposizione subirà molte minacce e nel tempo sarà addirittura costretto a cambiare città, consegnerà alla polizia il parabrezza del suo motorino con ben evidenti i segni degli spari
Sono falsità ingiustificabili, poiché provengono da personaggi che si pretendono grandi specialisti della materia.
E mente sapendo di mentire Gero Grassi, quando annuncia il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta di cui fa parte:
«-Sentiremo anche l’ingegner Alessandro Marini che fu un testimone chiave, passando con il suo motorino proprio durante l’agguato: fu colpito da alcuni proiettili, parlò di un caricatore che vide gettato in terra e fu poi minacciato di morte. Così Gero Grassi, vicepresidente dei deputati Pd e componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro.» (Comunicato pubblicato sul sito del Gruppo PD della Camera ripreso dalla Gazzetta Meridionale -a discapito del Grassi va ricordato che egli fino a poco prima riteneva morto l’ing. Marini, ora invece l’ha promosso a unico ferito sopravvissuto alla strage).

Le nebbie della Commissione
Dopo siffatto annuncio, niente. Il sito che pubblica tutte le udienze della Commissione parlamentare d’inchiesta, segnalando ogni tanto che ‘si continua in seduta segreta’ e che dunque non saranno esposti i dettagli di tale o talaltra audizione, non riporta più nulla. Fino al momento della Relazione sull’attività svolta, la cui proposta viene discussa il 9 dicembre 2015.
Lì si capisce che Alessandro Marini è stato effettivamente sentito dalla Commissione parlamentare. Come, dove e quando però non si sa. Insomma, ancor più che una ‘seduta segreta’, quando si bloccano le registrazioni di radio e TV e si oscura il verbale dell’audito di turno, qui l’informazione del pubblico viene blindata nel modo più radicale. Tantomeno vien indicato un motivo qualsiasi per un tal procedere. Che si siano decisi, se non a torchiare il bugiardo, a metterlo davanti alle proprie responsabilità?  No, casomai è il contrario. La Commissione, alla faccia della trasparenza, ci fa sapere solo ciò che le garba, in perfetto stile ‘non ti faccio vedere la fotografia, ma ti racconto cosa c’è sopra’. Che di solito è ciò che uno ci ha visto sopra.
In tali nebbie, prende piede il sospetto che il testimone sia sempre trattato coi guanti, che gli si permetta di ‘aggiustare’ le sue contraddizioni.
La Relazione sull’attività svolta del 10.12.2015 non ci libera dal sospetto. Vi si legge (pag. 109-100):

Ad Alessandro Marini sono state mostrate alcune immagini estrapolate da un video dell’epoca, che raffigurano un motociclo verde, modello Boxer, con il parabrezza tenuto unito con dello scotch posto trasversalmente, con una guaina copri gambe di colore grigio, parcheggiato in via Fani, sul marciapiedi, all’altezza del bar Olivetti, accanto a un’Alfasud e a una volante.
Marini, osservando le fotografie, ha riconosciuto senza esitare il proprio motoveicolo e ha affermato che sicuramente lo scotch era stato applicato da lui prima del 16 marzo 1978, come aveva già affermato in occasione di dichiarazioni rese il 17 maggio 1994 dinanzi al pubblico ministero Antonio Marini.

Nota bene, Marini afferma nelle medesime dichiarazioni del 1994:
«Ricordo che quel giorno, in via Fani, il parabrezza si è infranto cadendo a terra proprio in questi due pezzi che ho successivamente consegnato alla Polizia; Dopo aver assistito alla sparatoria e alla fuga dei terroristi, ho lasciato il motorino e mi sono avvicinato alle autovetture coinvolte nella sparatoria.» E prima, stesso verbale: «Comunque io ancora vivo il ricordo della presenza di una mota Honda di grossa cilindrata in via Fani, a bordo della quale vi erano due individui uno dei quali, e precisamente quello che sedeva dietro il conducente, mi ha sparato contro mentre ero fermo a bordo del mio motorino.» E poi ancora, nel medesimo verbale: «Non ricordo quando sono andato a ritirare il motorino che avevo lasciato incustodito all’incrocio con via Fani e via Stresa.»
Continua la Relazione:

Alessandro Marini ha aggiunto di ricordare che il 16 marzo, di ritorno dalla Questura dove era stato portato per rendere dichiarazioni, nel riprendere il motociclo si era accorto che mancava il pezzo superiore del parabrezza che era tenuto dallo scotch e di aver perciò ritenuto che fosse stato colpito da proiettili: «Per il fatto che quel giorno l’ho trovato senza un pezzo di parabrezza, io ho ritenuto che fosse stato colpito dalla raffica esplosa nella mia direzione dalla moto che seguiva l’auto dove era stato caricato l’onorevole Moro. Non ho ricordo della frantumazione del parabrezza durante la raffica; evidentemente quando poi ho ripreso il motorino e poiché mancava un pezzo di parabrezza ho collegato tale circostanza al ricordo della raffica. Tali considerazioni le faccio solo ora e non le ho fatte in passato perché non avevo mai avuto modo di vedere le immagini fotografiche mostratemi oggi, da cui si nota che il parabrezza appare nella sua completezza, seppur con lo scotch». Occorre ricordare che nell’immediatezza dei fatti, il 16 marzo 1978, Marini aveva parlato di una raffica nella sua direzione, ma non del parabrezza colpito; in successive dichiarazioni (al sostituto procuratore Infelisi il 5 aprile 1978, al giudice istruttore Imposimato il 26 settembre 1978, al giudice istruttore Gallucci il 29 gennaio 1979) Marini invece aveva riferito che la raffica dei brigatisti aveva colpito il parabrezza del suo motociclo. Alessandro Marini ha aggiunto di non rammentare la circostanza che uno dei soggetti a bordo della moto aveva perso un caricatore, come invece da lui dichiarato il 16 marzo 1978.

E come dicono nei cartoni animati: That’s all, folks!

La Relazione offre dunque una sola citazione dell’ultima testimonianza di Marini, che, virgolettata, dovrebbe essere testuale.
Davanti alla foto che mostra il suo motorino con il parabrezza intero e attraversato da una striscia di scotch, gli si permette di giustificarsi, affermando il contrario, che era “senza un pezzo di parabrezza”. Gli mancava un pezzo, sulla foto che gli hanno mostrato? Non lo sappiamo, anche quell’immagine è rimasta nelle nebbie. Possiamo presumere che non fosse quella pubblicata sul blog Insorgenze.net, che segnalò il dettaglio, indicando in un primo momento che il motorino era un Piaggio Ciao, mentre era un Boxer, pure della Piaggio. Ma poco importa.
Di foto, ne vedete qui parecchie, e ancor più se ne trovano sul web, scattate da diversi angoli e a diversi momenti della giornata.
Non se ne trova alcuna che mostri il parabrezza in pezzi, o mancante di un pezzo.
E va ricordato che lo stesso Alessandro Marini disse (nel citato verbale del 1994 davanti al pm Antonio Marini) di aver apposto lo scotch prima del 16 marzo non perché il parabrezza fosse rotto, ma perché era “incrinato”. Non erano dei pezzi attaccati insieme dallo scotch, il nastro adesivo copriva un’incrinatura, per tenerlo unito nel caso che una forte sollecitazione o un colpo lo rompessero effettivamente facendolo cadere in pezzi.
Le fotografie che abbiamo visto mostrano che il Boxer di Marini è stato messo sotto l’insegna verticale del Bar Olivetti dopo l’azione ma prima dell’arrivo della polizia, che è rimasto chiuso non solo nella ‘scena del crimine’ (una delle più inquinate che la storia ricordi) ma addirittura tra due auto della polizia che lo rendevano inavvicinabile a qualsiasi passante. Nelle tante foto, in quel punto si vedono solo carabinieri e/o poliziotti, che danno le spalle al motorino.
In questa sua ultima testimonianza segreta, Marini dice che “mancava un pezzo di parabrezza”. Davanti all’evidenza fotografica del contrario, continua a mentire.
Col beneplacito della Commissione d’inchiesta.

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