La reazione nelle fabbriche e nelle scuole dopo l’annuncio del sequestro Moro

Appena si diffuse la notizia del rapimento Moro, quale fu la reazione nelle città, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, in quelle fabbriche da dove le Brigate rosse avevano iniziato il loro viaggio, otto anni prima, nel 1970?

Brigate rosse«Dinanzi all’omicidio del vicedirettore de “La Stampa” Carlo Casalegno nel novembre 1977 e, soprattutto, al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse pochi mesi dopo, le reazioni fra i lavoratori Fiat apparvero deboli sino a sconfinare nell’indifferenza. A qualche delegato dell’ala dura del movimento sembrarono sprecate quelle ore di sciopero contro il terrorismo che il sindacato si era affrettato a dichiarare. Lamentava per esempio un delegato che partecipava a un gruppo di discussione guidato da Giulio Girardi, teologo e sociologo dedito a un lavoro che a quel tempo si diceva di “autoricerca” militante: “[…] mi fanno perdere decine di ore contro il terrorismo. Quale terrorismo? Guardiamo dov’è il terrorismo: è solo quello delle Brigate Rosse? Si devono condannare le Br perché hanno rapito Moro e hanno fatto fuori quegli altri? Va bene: stanno facendo il processo alle BR. Però a quelli che stanno al governo chi è che gli fa il processo? Nessuno! Chi è che fa il processo ai padroni che ci fanno diventare, noi operai, brigatisti…». Era questa la situazione descritta da Giuseppe Berta nel saggio, Mobilitazione operaia e politiche manageriali alla Fiat, 1969-1979(1).

La mobilitazione immediata del Pci e dei sindacati confederali
All’annuncio del sequestro la mobilitazione del Pci e del sindacato è immediata. Le parole d’ordine sono vigilanza e mobilitazione. Dalla sede centrale di Botteghe oscure il Pci attiva tutte le strutture periferiche del partito, dalle federazioni, ai comitati cittadini, alle singole sezioni che hanno sede nel territorio, fino alle cellule aziendali. Vengono stimolate tutte le sedi istituzionali: consigli comunali, provinciali e regionali. Al Ministero dell’Interno giungono messaggi di cordoglio e telegrammi dei corpi intermedi dello Stato, dell’amministrazione centrale e periferica, dei sindacati confederali, delle forze politiche parlamentari, delle scuole e anche di microformazioni di estrema sinistra. Se per il Pci si tratta di dimostrare la saldatura tra masse e Stato(2), per quest’ultimo fu una singolare prova di auto-consenso (3). Anche il sindacato si muove immediatamente nei posti di lavoro proclamando scioperi ed assemblee, spesso anticipate dai militanti del Pci, in particolare nelle fabbriche, promuovendo appelli non solo di condanna per quanto avvenuto ma per chiedere «l’isolamento di tutti i simpatizzanti del terrorismo». Le fermate del lavoro trovano subito il consenso della aziende e si trasformano ben presto in serrate padronali o “scioperi precettati”, con le maestranze invitate ad uscire dagli stabilimenti e la chiusura dei cancelli alle loro spalle. Comizi vengono organizzati: a Roma, in piazza san Giovanni, il segretario generale della Cgil Luciano Lama tiene una manifestazione con 50 mila persone. Si vedono anche le bandiere bianche della Dc con l’effige dello scudo crociato confuse tra quelle rosse del Pci. E’ la prima volta in assoluto e la scena suscita un certo spaesamento. La presenza di aderenti alla Dc nelle manifestazioni suscita malumori e tensioni in altre città, risolti con il brusco  allontanamento dei dissidenti da parte del servizio d’ordine. Per i dirigenti del Pci e del sindacato è venuto il tempo di fare terra bruciata attorno a quello che definiscono «partito armato», nessuna ambiguità, giustificazione, tentativo di comprensione, minimizzazione o peggio divergenza verrà più tollerata, da questo momento una sola scelta diventa possibile: «o con lo Stato o contro lo Stato». Per Lama «bisogna espellere dalle masse non i terroristi che non ci sono o sono pochissimi ma chi li giustifica, chi civetta con loro… chi li considera ancora troppo frequentemente come dei ragazzi che forse avrebbero ragione in altre condizioni»(4). Dello stesso tenore le parole di Bruno Trentin, ex segretario della Fiom e della Flm e nel 1978 membro della segreteria della Cgil, «Dobbiamo aggredire quelle zone di acquiescenza e di scarsa consapevolezza che ancora si annidano nelle aziende, ma soprattutto nelle scuole. È il compito più importante da svolgere»(5). Tuttavia a Milano, nel corso di una manifestazione parallela, Giorgio Bocca registra «l’inevitabile incomunicabilità tra gli oratori comunisti sul palco e gli extraparlamentari che lanciano cori irrisori e sprezzanti come “Moro libero, Curcio centravanti»(6). Nel resto del Paese si fermano, o meglio vengono chiuse, fabbriche e scuole, c’è un clima attonito e sospeso. Se nei democristiani e nelle destre l’azione di via Fani suscita il timore di una possibile insurrezione (7), nel Pci la sfida aperta dalle Br col sequestro del Presidente del consiglio nazionale della Dc è percepita come un passaggio decisivo per affermare la propria legittimazione istituzionale ed al tempo stesso la propria supremazia sulle masse popolari. Il 22 aprile 1978, in una intervista a Repubblica, Berlinguer affermava: «I brigatisti sono i nostri antagonisti diretti, sostenitori di un’opzione alternativa nella sinistra»(8). Non fu un caso se il Pci bruciò per reattività tutti i gruppi dell’estrema sinistra.

La risposta nelle scuole e nelle università
La reazione nel mondo studentesco è tuttavia ben lontana dalla condanna della violenza politica e dallo sdegno unanime promosso dalle istituzioni. Nelle scuole ed università si discute moltissimo e ci si spacca sulla linea da prendere. Nel corso della Direzione del Pci del 16 marzo, Pajetta si preoccupa perché in un liceo della Capitale avevano inneggiato al rapimento»(9). E se a Milano e Roma la Fgci organizza dei cortei (quello romano era privo di studenti universitari), nelle scuole le sue mozioni vengono messe in minoranza(10). Dopo il primo disorientamento nell’area della sinistra estrema, dai vari settori dell’Autonomia fino a Democrazia proletaria che nasceva proprio in quelle ore, si discute su come rispondere all’intimazione di schierarsi senza alternative possibili con lo Stato. In quei giorni appare per la prima in un titolo di Lotta continua lo slogan «Nè con lo Stato né con le Br»(11) che verrà fatto proprio dai demoproletari. All’università di Roma sul piazzale della Minerva si tiene un’affollata assemblea di movimento: «Gli interventi degli autonomi sono molto variegati ed anche molto ambigui. Si va dall’affermazione di alcuni sconosciuti per i quali il rapimento Moro è all’interno di una logica di movimento, ed altre, secondo cui si tratta di un’azione giusta, ma tatticamente sbagliata, ed altre ancora, più articolate (per es. Scalzone) secondo le quali il rapimento di Moro, prima che essere condivisibile, opera e mostra un varco aperto nel potere statale che produrrà contraddizioni all’interno delle quali il movimento può svilupparsi»(12), invece di recriminare, dissociarsi o prendere le distanze, per Scalzone il movimento doveva farsi portatore di una proposta in favore di una soluzione politica del sequestro.

Le reazioni nelle fabbriche
Il movimento operaio non si compattò affatto sulle posizioni di aperta condanna del rapimento Moro e della lotta armata come avrebbero voluto le istituzioni, i dirigenti del Pci e del sindacato. Davanti alla chiusura delle fabbriche il grosso degli operai diserta i cortei e preferisce tornare a casa. In alcuni luoghi simbolo del conflitto operaio, come le Carrozzerie di Mirafiori, lo sciopero fallisce e non si tiene nessuna assemblea che invece si svolge affollata alle Presse. Alla Sit-siemens di Milano, uno dei luoghi dove le Br hanno mosso i primi passi, «molti non hanno scioperato per aperta dissociazione dai contenuti». All’Alfa sud e all’Italsider di Bagnoli stesse reazione tiepida(13). «A Orbassano, – testimonierà Giuliano Ferrara, allora responsabile delle fabbriche del Pci torinese – dove ero andato per tenere un comizio in difesa della democrazia in una zona operaia della cintura di Torino, fu distribuito un volantino di plauso all’attacco al cuore dello Stato, scesi dal podio dell’oratore e cercai platealmente chi lo distribuiva nel fermento della folla, era un ragazzino dalla faccia innocente di quelli che poi si fecero vivi in seguito nelle cronache della spaventosa guerra civile che non sembrava arrestabile, non era né un isolato né un provocatore, era un giovane italiano del tempo in cui prendere le armi contro le istituzioni era considerato possibile, e per molti, marxisti e cattolici e radicalizzati di ogni sorta, un dovere ideologico e politico(14). A mobilitarsi sono soprattutto gli aderenti al Pci, irregimentati dalle direttive che provengono dai vertici. Due giorni dopo il sequestro, su Lotta continua appare l’anticipazione di una inchiesta pubblicata l’anno successivo (B. Mantelli e M. Revelli, dopo aver intervistato centinaia di operai nel corso dei 55 giorni del rapimento, raccolsero in un libro-inchiesta i loro risultati, Operai senza politica. Il caso Moro alla Fiat e il “qualunquismo operaio”, Roma, Samonà e Savelli, 1979) che raccoglie a caldo, senza filtri, le reazioni degli operai Fiat all’uscita delle porte di Mirafiori:

Porta 2 Mirafiori

La maggioranza degli operai intervistati lamenta il fatto che non si è trattato di un vero sciopero ma di una chiusura imposta in molti reparti dall’azienda stessa che invitava ad uscire e chiudeva i cancelli alle loro spalle: «Questo sciopero è uno sciopero obbligato, cosa vuole d’altronde, c’è l’uscita per tutti… questo è uno sciopero eminentemente politico». Un delegato spiega con disappunto «La Direzione invitava a uscire, la cosa ha creato casino» Altri operai lamentano: «Non siamo neanche riusciti a discuter in fabbrica, «via, via tutti, hanno rapito l’onorevole Moro». Delle operaie aggiungono: «A noi ci hanno sbattute fuori, ci hanno mandate a casa perché non si può lavorare. La direzione ci ha detto che dovevamo andare a casa. Pensiamo che non sia giusto! Continuare a lavorare no, con tutte queste cose che succedono… Ma che non fosse la direzione a mandarci via», e ancora «La Direzione ha fatto chiudere la fabbrica. Questa non una cosa giusta. La cosa giusta è quando uno proclama uno sciopero, lì si vede la forza dello sciopero, c’è o non c’è. Qui ci sono mille persone e tutte hanno scioperato. Ma perché? Perché hanno chiuso la fabbrica? Hai capito perché si è fatto lo sciopero?». A seguire altri operai: «Sciopero? Quale sciopero? Noi non abbiamo mica fatto sciopero. Abbiamo iniziato poi abbiamo smesso. Non tutti abbiamo lavorato fino ad adesso, ma una buona parte. Era una cosa impreparata, chi diceva no, chi diceva si’…», «Penso che parlano tanto di democrazia, ma questa non è democrazia (è un meridionale che parla). Chiudono i cancelli e obbligano gli operai ad accodarsi[…] lo sciopero va fatto di propria volontà! Non con i cancelli chiusi! Perché la gente deve avere coscienza. Uno deve capire e essere convito di quello che fa, non essere obbligato»(15).

«Di Moro son contenti… ci hanno fatto la danza indiana»
51InS9Oyu1L._SX360_BO1,204,203,200_-1Gli operai mostrano molta diffidenza davanti al microfono, se stanno discutendo animatamente all’improvviso fanno silenzio, cercano di sviare le domande, rinviano ai delegati, dichiarano di non occuparsi di politica, altri più sibillini affermano: «Io non penso! A me non mi è dato di pensare. Mi è dato solo di produrre e basta. Se scoprono che penso, mi fanno fuori!», oppure «Spegni quell’affare! Se vuoi che ti risponda spegni quell’affare! (Lo spegniamo. Ci chiede per chi facciamo l’intervista. Rispondiamo per una rivista. Fa un sorrisetto e se ne va)», atteggiamento che spinge gli autori ad domandarsi se quel giovane operaio che si era avvicinato «a testa bassa» fosse addirittura un «Fiancheggiatore?»
(16). Le tante reticenze e silenzi nelle risposte raccolte spingono gli autori a segnalare una mutazione della composizione del ceto operaio che – ai loro occhi – sembra aver smarrito i propri codici linguistici, i propri riferimenti culturali e politici, evidenziando  lo sfarinamento di quella che un tempo era stata la centralità operaia. Analisi – va detto – che per un verso sottovaluta troppo frettolosamente «l’opacità operaia», quello schermo di riservatezza dietro al quale gli operai tutelavano la loro libertà di giudizio per non incorrere nei rigori del regime disciplinare della fabbrica, della legge e nel caso di specie del sindacato e del Pci, per l’altro sembra addossare agli operai gli effetti di quella «solitudine» che le scelte politiche sindacali e i processi di ristrutturazione del ciclo produttivo avevano avviato da tempo. Nonostante l’atteggiamento prudente gli operai intervistati fanno fatica a celare la loro indifferenza verso la sorte di Moro, mentre parole di empatia vengono spesso dedicate agli uomini della scorta caduti nell’agguato: «Penso che quando perde la vita altra gente nessuno fa niente. E’ capitato uno che è un pezzo grosso e si fanno tutte queste cose. Per me tutto questo proprio non bisognava farlo. Si doveva continuare normalmente», ed ancora, «Quello che io penso è tutta un’altra cosa, è una cosa mia che può anche non andare d’accordo con quello che decidono loro»(17). E se c’è chi è d’accordo con lo sciopero e andrà alla manifestazione del pomeriggio, in piazza san Carlo, chiedendo anche «che i prigionieri delle Br sotto processo devono essere uccisi per rappresaglia, come in Germania quelli della Raf», altri, alla domanda su cosa pensano del rapimento, rispondono: «Io direi in prima persona di tagliargli la testa a loro prima che a tutti gli altri. Quelli gli fanno fare la fame a uno che lavora. E loro fanno sparire miliardi. E poi ci sono i miliardi di debito che dobbiamo pagare noi…», «Se dicessi cosa penso sarebbe già troppo. Meglio stare zitti…», «Abbiamo sempre avuto contro la democrazia cristiana, e adesso ci fate fare sciopero per la Dc. Anche la settimana scorsa hanno ucciso qui a Torino un agente, non si è fatto nessuno sciopero perché non era il presidente della Democrazia cristiana. Ho già detto tutto guardi….».  «Di Moro son contenti… ci hanno fatto la danza indiana – racconta un operaio giovane che esce dalle fonderie e ha il manifesto in tasca – io esco dalle fonderie, l’incazzatura è generale, si sono formati subito i capannelli, discorsi ecc. In fabbrica si è discusso del processo alle Br che si svolge a Torino, dell’indifferenza delle strutture dello Stato, del processo di Catanzaro che non va avanti, incazzatura per i quattro morti e per Moro niente…» e ancora dice un altro operaio: «danno uno schiaffo a uno, prima dicevano “che quello lì ha ragione, quello lì bisogna picchiarlo”. Dopo quando davvero gli hanno dato uno schiaffo, allora dicono “No, sciopero!”»(18).

Note
1) Il saggio di Berta è presente in, Tra fabbrica e società, mondi operai nell’Italia de Novecento, a di Stefano Musso, in Annali Fondazione Giacomi Feltrinelli, anno Trentatreesimo, marzo 1999. La citazione è presa da Coscienza operaia oggi. Nuovi comportamenti operai in una ricerca gestita dai lavoratori, a cura di G. Girardi, Bari, 1980, p. 85. Sull’atteggiamento dei lavoratori Fiat verso il terrorismo si veda anche, A Baldissera, Le immagini del terrorismo tra gli operai, “Politica ed economia”, a XII, n. 9 1981, pp. 33-40.
2)  Seguendo l’idea guida del processo di integrazione delle masse nello Stato, si sarebbe giunti ad uno «Stato allargato», o «integrale»: una visione dialettica del nesso Stato-società, sfere della realtà profondamente connesse e in cui agiscono gli stessi soggetti collettivi: le classi, i gruppi sociali, i movimenti, i partiti, gli aggregati di interessi e di idee. Uno dei maggiori artefici di questa visione, che partendo da Gramsci recuperava aspetti del corporativismo e del totalitarismo fascista, fu Pietro Ingrao, in Masse e potere, Editori riuniti 1977 (nuova ed. 2015).
3) Acs, Ministero dell’Interno gabinetto speciale (Migs), Busta 19.
4) L. Lama, Discorso pronunciato in piazza san Giovanni il 16 maggio 1978, Pdf in https://www.rassegna.it/articoli/il-caso-moro-nelle-carte-della-cgil-1.
5) B. Trentin, «Iniziative nelle fabbriche e nelle scuole in difesa della democrazia», l’Unità, 18 marzo 1978.
6) G. Bianconi, 16 marzo 1978, Laterza 2019, p. 157. L’articolo di Bocca appare su La Repubblica del 17 marzo 1978.
7) «La prima cosa che cercammo di capire era cosa significava il rapimento: se fosse un atto chiuso in sé oppure il segnale d’avvio di una strategia di tipo insurrezionale». Guido Bodrato, membro della segreteria della Dc nel 1978, in il Dubbio, 14 Marzo 2018.
8) La Repubblica, 22 aprile 1978.
9) Fondazione Istituto Gramsci, Fondo APC, microfilm 7805, verbale Direzione 16 marzo 1978, n.8, ff. 1-15.
10) Lotta continua, 17-20 marzo 1978.
11) Lotta continua, 18 marzo 1978, p. 12.
12) AA.VV., Movimento Settantasette. Storia di una lotta, Torino, Rosenberg & Sellier, 1979; pp. 258-259)
13) Gli episodi vengono riportati nelle cronache di Lotta continua, 17 marzo, p.3.
14) G. Ferrara, https://m.dagospia.com/non-c-e-controverita-possibile-giuliano-ferrara-rivive-il-rapimento-moro-169498.
15) B. Mantelli e M. Revelli, Operai senza politica. Il caso Moro alla Fiat e il “qualunquismo operaio”, Roma, Samonà e Savelli, 1979, p.19, 22, 24, 25, 39, 41, 52.

16) B. Mantelli e M. Revelli, Op. cit. p. 52.
17) Op. cit., 17, 18.
18) Op. cit., 42, 23, 28, 33, 40.

Geografia del rapimento Moro, 16 marzo 1978

Una ricostruzione fotografica dei luoghi del rapimento Moro immortalati dal fotografo Luca Dammico

Senza uscita
Geografia del caso Moro
Parte I – 16 marzo

 

Via Angelo Brunetti – Nella notte tra il 15 e il 16 marzo due brigatisti bucano le gomme del furgone da lavoro di Antonio Spiriticchio, che tutte le mattine vende fiori all’angolo tra via Stresa e via Mario Fani e che rischierebbe così di trovarsi sulla linea di tiro e di intralciare l’azione
Via Savoia, 88 – La sera del 15 marzo Aldo Moro si intrattiene nel suo studio, in compagnia dei suoi più stretti collaboratori: Nicola Rana e Corrado Guerzoni. Il giorno dopo avrà luogo un importante dibattito parlamentare e il successivo voto di fiducia al quarto governo Andreotti, un governo sostenuto per la prima volta dai voti del Partito Comunista e nato grazie alla fondamentale opera di mediazione dello stesso Moro

Via del Forte Trionfale, 89 – Il 16 marzo 1978 Aldo Moro esce di casa alle 8 e 55. La sua scorta è formata da due automobili: una Fiat 130 con a bordo l’onorevole, il suo caposcorta (Maresciallo Oreste Leonardi) e l’autista (l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci) e una Alfetta, con all’interno i tre poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Sono tranquilli e non in condizione di particolare allerta

Via Mario Fani – Pochi minuti dopo le 9.00, seguendo il percorso consueto, le due auto si immettono in via Mario Fani provenendo da via Trionfale. Li aspettano dieci membri delle Brigate Rosse. La prima a entrare in azione è Rita Algranati, che attraverso un segnale concordato (ha in mano un mazzo di fiori) comunica agli altri membri del commando che le due auto hanno imboccato la via. A questo punto una Fiat 128 con targa diplomatica (rubata) guidata da Mario Moretti e parcheggiata a lato della carreggiata, si immette nella corsia proprio davanti all’automobile di Moro, in modo da condizionarne l’andatura, imporle un arresto nel punto concordato e impedirne la fuga al momento dell’assalto. Quando il convoglio giunge allo STOP tra via Fani e via Stresa, la Fiat 128 arresta la sua corsa costringendo le due macchine della scorta a fermarsi proprio in prossimità di alcune siepi, dietro le quali quattro uomini vestiti da piloti d’aereo attendono armati di mitra (poco più avanti si trova la fermata di un autobus privato che conduce alcuni piloti a Fiumicino, questo travestimento ha permesso ai brigatisti di passare inosservati pur dovendo aspettare fermi per diverso tempo). Contemporaneamente si attivano due blocchi del traffico, uno superiore, attivato al passaggio dell’Alfetta di scorta e composto da due brigatisti armati (Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri) e uno inferiore (Barbara Balzerani), in mezzo all’incrocio, entrambi per tenere lontani passanti e automobili estranee all’azione. In pochi secondi i quattro brigatisti/avieri, identificati in Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Franco Bonisoli e Valerio Morucci, sparano circa un centinaio di colpi in direzione dei cinque uomini della scorta. Quattro agenti non fanno in tempo neanche ad abozzare una reazione, tanto è il fattore sorpresa; soltanto uno (anche a causa del malfunzionamento di alcuni dei mitra in dotazione alle BR) ha modo di uscire dall’auto (dal lato destro) ma viene colpito a morte prima di poter scappare. A sparatoria finita Aldo Moro, illeso e sotto shock, viene fatto scendere dall’automobile e fatto salire sul sedile posteriore di una Fiat 132, condotta da Bruno Seghetti in retromarcia da via Stresa fino all’incrocio. Questa e altre due macchine (altre due Fiat 128) con a bordo tutte e nove le persone coinvolte si dileguano in salita per via Stresa.

Via Stresa angolo via Trionfale – Percorsa interamente via Stresa, le tre vetture svoltano a sinistra in via Trionfale, in direzione centro (scelta giudicata meno prevedibile da eventuali inseguitori)

Via Trionfale – il convoglio percorre la via per circa 800 metri, molto probabilmente incontrando anche una volante che, udito alla radio l’accaduto, si sta dirigendo verso via Fani in senso contrario

Via Trionfale (a destra nella foto) / via Carlo Belli (a sinistra) – Al termine di una leggera discesa una curva verso destra molto brusca e poco visibile permette alle tre automobili di imboccare via Carlo Belli, una via privata quasi nascosta alla normale viabilità, la Fiat 128 che funge da battistrada sbaglia la curva ed è costretta a fermarsi per fare manovra, venendo superata dalle altre due automobili

Via Carlo Belli – Dopo circa due minuti dall’inizio della fuga, le tre auto (che sono a questo punto già ricercate dalla forze dell’ordine) sono sostanzialmente invisibili

via Carlo Belli / via Casale de Bustis – La via privata termina con una curva ad angolo retto che immette in via Casale de Bustis, praticamente una via sterrata, anch’essa sconosciuta alla maggior parte dei romani

Via Casale de Bustis è chiusa al traffico e termina con una catena (oggi con una sbarra di metallo), ma ciascuna delle tre automobili del convoglio è dotata di tronchesi. Un passeggero della Fiat 132, che a quel punto fa da battistrada, scende in strada per tagliare la catena; passate le vetture sarà compito di Barbara Balzarani rimetterla al suo posto per non attirare l’attenzione. La colonna di macchine è ora nel quartiere residenziale della Balduina

Via Massimi / via Bitossi – la Balduina è la zona preposta al cambio delle autovetture. Le tre Fiat sono state viste fuggire da via Fani e sono perciò identificabili. Arrivati in via Massimi, Valerio Morucci scende dalla Fiat 128 blu e si mette al volante di un furgone bianco Fiat 850, precedentemente parcheggiato in via Bitossi, mentre Bruno Seghetti lascia il volante della Fiat 132 (dove c’è Aldo Moro, nascosto sotto un plaid) a Mario Moretti e si mette alla guida di una Dyane azzurra lasciata proprio in via Massimi

Piazza Madonna del Cenacolo – Il corteo di ormai cinque autovetture si arresta su un lato della piazza, opposto a quello qui visualizzato (all’epoca non c’era il giornalaio e solo un’attività commercaile era aperta). La piazza era molto disadorna come si può vedere nella fotocartolina qui sotto. Le due Fiat 128 sostano pochi secondi e proseguono verso via Licinio Calvo.

Madonna del cenacolo.jpg
Piazza Madonna del Cenacolo negli anni 70, molto poco trafficata. Il trasbordo avviene nella zona dove si trova raffigurata la roulotte. Angolo della piazza protetto sul lato destro e posteriore  dalle mura di un Istituto religioso. Dal sedile posteriore della Fiat 132 Moro viene fatto salire sul furgone Fiat 850 e fatto rannicchiare in una cassa di legno. Da qui i membri delle Brigate Rosse si dividono: il furgone con a bordo Moretti e Gallinari e la Dyane con Seghetti e Morucci si dirigono in discesa per via della Balduina, mentre gli altri componenti del commando, dopo aver abbandonato le tre Fiat in via Licino Calvo, poco lontana, si disperdono scendendo le scalette che conducono in via Prisciano e da qui in via delle Medaglie d’Oro  (i membri della colonna romana verso le loro basi, quelli venuti da fuori verso la stazione Termini)

Via Damiano Chiesa – Dopo un breve tratto di via della Balduina, i due mezzi svoltano a destra imboccando via Damiano Chiesa in direzione di viale di Valle Aurelia e successivamente a sinistra in una via residenziale secondaria: via Mario Fascetti

Scendendo via Damiano Chiesa il convoglio brigatista svolta sulla sinistra (a destra nella foto) dove è visibile via Mario Fascetti

Via fascetti.jpg

Via Mario Fascetti, strada privata oggi chiusa da sbarre ma all’epoca aperta. In fondo alla via il convoglio brigatista con Moro a bordo è obbligato a svoltare a destra, in via Papiniano. Sulla sinistra si erge l’enorme muraglione della ferrovia Roma-Viterbo


via Papiniano – Percorsa interamente via Fascetti, il furgone e la Dyane arrivano in via Papiniano, la percorrono fino a svoltare sulla sinistra in via Proba Petronia

Via Proba Petronia è una strada estremamente tranquilla e poco trafficata, su cui affacciano solo palazzine residenziali, che sale fino al punto più alto del colle della Balduina. Sul suo lato sinistro sorgono le abitazioni, su quello destro invece affaccia sul brullo e disabitato pendio che conduce alla Valle Aurelia

Quello che a prima vista potrebbe sembrare un vicolo cieco rappresenta invece una via di fuga totalmente imprevedibile per le volanti delle forze dell’ordine, ormai lanciate all’inseguimento: quasi al termine di via Proba Petronia i brigatisti svoltano a destra in una via se possibile ancora più secondaria e nascosta delle precedenti, via Armando di Trullio. Stradina talmente angusta che porta i due mezzi del commando brigatista quasi a toccarsi

Percorrendo in discesa questa via stretta e tortuosa si arriva infatti nel pieno della Valle Aurelia, passando in pochi secondi in un quadrante della città solitamente poco raggiungibile e soprattutto poco abitato

Il convoglio percorre perciò tutta via di Valle Aurelia, svolta in via Bonaccorsi, poi in via Moricca, dove è stato parcheggiato un secondo furgone per un eventuale ulteriore cambio, di cui non c’è però bisogno, e prosegue fino a via Baldo degli Ubaldi. È uno dei punti più esposti dell’intero percorso, che fino a questo momento non ha incontrato nessun semaforo. Il largo viale viene percorso in salita fino a piazza Irnerio dove il convoglio incrocio via Aurelia Nuova, percorsa verso sinistra per un breve tratto fino a via Ludovico Altieri

via Madonna del Riposo – Così facendo i due mezzi con il sequestrato passano, senza fermarsi, a pochissimi metri da una base delle BR, in via Palombini 19, e giungono in piazza San Pio V. Da qui, attraverso via Madonna del Riposo, in piazza di Villa Carpegna

Da piazza di Villa Carpegna si diramano moltissime vie in tutte le direzioni; la scelta dei brigatisti (ponderata sempre con l’obiettivo di non incontrare semafori o traffico) è quella di svoltare in via di Torre Rossa e poi in via Aurelia Antica, entrambe circondate da ville e conventi

Da via Aurelia, sempre con lo stesso criterio il furgone e l’automobile di appoggio entrano in via della Nocetta, che costeggia la villa Pamphili per alcuni chilometri, incontrando sparute abitazioni e qualche casale

Via della Nocetta circondata su un lato dalle mura di Vialla Pamphili e sull’altro dalla valle dei casali

via della Nocetta strada ancora oggi poco trafficata

Ancora via della Nocetta

Via della Nocetta finisce su via Leone XIII (L’olimpica). Il convoglio svolta a destra per un breve tratto per immettersi in via del Casaletto che inizia in quel punto. Unico tratto veramente critico del percorso perché c’è uno slargo dove spesso (ancora oggi) sostano mezzi delle Forze di polizia per effettuare controlli. Quella mattina fila tutto liscio. Via del Casaletto, ancora una volta una strada poco trafficata, scorre parallela alla ben più frequentata viale dei Colli Portuensi, costeggiando la Valle dei Casali. La percorrono praticamente tutta fino ad arrivare a una piccola traversa sulla sinistra, via Balboni, per poi immettersi nella ripida discesa di via Bellotti

In fondo a via Bellotti, riconoscibile dal cemento armato con cui è costruito, si scorge l’obiettivo di questa seconda parte del percorso: la Standa (Oggi Conad) di viale Newton, provvista di parcheggio coperto. Qui, mimetizzati tra i clienti mattinieri occupati dai loro pacchi, Moretti e Maccari, che era in attesa sul posto, caricano la cassa con il Presidente su una Ami 8, un’utilitaria di proprietà di Laura Braghetti

Il parcheggio coperto della Standa di viale Newton. A questo punto le strade si dividono ancora: Valerio Morucci e Bruno Seghetti hanno il compito di portare lontano da questa zona di Roma i due mezzi utilizzati (li lasceranno a Trastevere, il furgone inizialmente parcheggiato in piazza san Cosimato e poi definitivamente lasciato davanti alla fontana del Prigione, in via Goffredo Mameli), e successivamente fare la telefonata di rivendicazione.  Moretti e Maccari con Moro all’interno della cassa si dirigono verso il garage di via Montalcini 8, dove il prigioniero verrà trasportano nell’appartamento 1, al piano rialzato, il luogo destinato alla prigionia e il cosiddetto «processo». Gallinari li raggiungerà a piedi percorrendo la stessa strada, via Luigi Corti, una tortuosa stradina interna che parte dall’uscita del parcheggio della Standa e raggiunge la Portuense all’altezza di largo la Loggia. Da lì, dopo un breve tragitto di pochi minuti arriva in via Montalcini

Via Montalcini 8 dove Aldo Moro trascorrerà gli ultimi cinquantacinque giorni della sua vita

Per saperne di più
Diario del sequestro Moro

 

Quando D’Alema frequentava via Montalcini

Il 16 maggio del 2009, nel corso di una cerimonia in ricordo di Aldo Moro tenutasi nella città di Bari, Massimo D’Alema rivelava una singolare circostanza che lo aveva visto trovarsi la mattina del 16 marzo 1978 davanti al garage dell’abitazione di via Montalcini pochi attimi prima dell’arrivo della Ami 8 con a bordo Maccari e Moretti e la cassa nella quale era rannicchiato Moro. In quella via, a pochi passi dal civico 8, il luogo dove il Presidente del Consiglio nazionale della DC venne tenuto prigioniero durante i 55 giorni del sequestro ed ucciso la mattina del 9 maggio 1978, abitava il padre del giovane D’Alema, il senatore del Pci Giuseppe D’Alema. Massimo invece, allora Segretario nazionale dei giovani comunisti, risiedeva in una strada vicina ed ogni mattina attendeva il genitore all’inizio di via Montalcini per recarsi insieme nelle sedi del partito. Ovviamente l’episodio riveste un semplice significato aneddotico, se non fosse che non se n’è mai trovato traccia nelle innumerevoli pubblicazioni prodotte dagli esponenti della scuola dietrologica, che al contrario hanno infarcito i loro scritti di minuziose ricostruzioni dei residenti e proprietari, veri, presunti e fantasiosi, delle vie e dei palazzi prospicienti e addiacenti i luoghi del sequestro: via Fani, via Montalcini, via Caetani e via Gradoli. Senza troppo approfondire, ne abbiamo davvero lette di tutti i colori e per tutte le fantasie sul controllo da parte dei Servizi segreti di interi isolati, condomìni, strade, di violinisti agenti doppi, principesse, sedi di ambasciate, residenze vaticane, membri di Gladio ed altro ancora. Per questo motivo appare assai singolare che l’allora senatore Sergio Flamigni, membro della Sezione problemi dello Stato del Pci, autore ed ispiratore delle più ostinate tesi dietrologie, non abbia mai accennato nelle sue molteplici pubblicazioni a tanta singolare, seppur fortuita, contiguità tra l’abitazione del suo compagno di partito, senatore Giuseppe D’Alema, e il civico 8 di via Montalcini. Un silenzio che sembra proprio una imbarazzata omissione

 

Fonte: www.massimodalema.it

massimo-dalema-silenzio«Ricordo bene quella mattina. Vivevo a Roma, a Villa Bonelli, e non lontano da me abitava mio padre che, in quel momento, rivestiva la carica di presidente della commissione Finanze della Camera dei Deputati. All’inizio della legislatura, infatti, i comunisti assunsero alcuni importanti ruoli istituzionali, in quanto erano diventati una forza nell’ambito della maggioranza, sia pure nella forma dell’astensione. La sede della Fgci era in via della Vite, a due passi dal Parlamento, e tutte le mattine mio padre ed io andavamo a lavorare insieme, con una sola automobile. Uscivo presto, mi incamminavo verso la casa dei miei genitori e con mio padre ci vedevamo all’angolo di via Camillo Montalcini. E’ un fatto che mi è rimasto in mente tutta la vita: ogni mattina ci incontravamo davanti al garage dove poi Moro sarebbe stato tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse. E quel giorno, mentre ci stavamo recando a lavoro, arrivò la notizia del suo rapimento e del massacro della scorta».

Per saperne di più
Diario del sequestro Moro

Da via Fani alla fontana del Prigione, dove venne abbandonato il furgone utilizzato dalle Br per trasportare Moro /2

Fontana del Prigione

Situata in via Goffredo Mameli, all’incrocio con via Luciano Manara, è stata restaurata recentemente dotandola di un’area di rispetto antistante che non esisteva nel 1978

«Quasi al termine di via del Casaletto il convoglio svoltò sulla sinistra per via Antonio Balboni, una strada in discesa breve e stretta che si immette in via Tommaso Vallauri. Dopo aver nuovamente svoltato a destra, seguirono la via che si fa ripida nell’ultimo tratto e presero via Belotti, una strada ancora più scoscesa che dà su Isacco Newton, all’epoca senza uscita. A destra c’era un muro di terra, dietro un canneto oltre il quale scorreva la vecchia via Portuense che attraversava la Valle dei Casali perdendosi nella zona fluviale del Tevere prossima alla Magliana. In via Newton il convoglio si immise sulla corsia di sinistra e dopo pochi metri giunse davanti alla rampa che conduceva nel parcheggio coperto della Standa, oggi Conad-Oviesse. Qui la Dyane si accostò al marciapiede mentre il furgoncino Fiat 850 entrò all’interno dove trovò la Ami 8 Breck con «Gulliver» (Germano Maccari) in attesa. Racconta Gallinari:

«Al parcheggio sotto il supermercato c’è l’ultimo passaggio. Un luogo dove è normale vedere persone alle prese con buste e pacchi anche di grandi dimensioni. Nessuno si meraviglia di una macchina nel cui baule alcuni giovani stanno caricando una cassa. Il mio tragitto è concluso, l’ultimo tratto spetta ai padroni di casa» (1).

Caricata la cassa, Moretti prese la guida della Ami con Maccari accanto. I due si avviarono verso la base di via Montalcini 8, interno 1, distante poco meno di due chilometri, dove ad attenderli c’era «Camilla», Anna Laura Braghetti. Gallinari raggiunse via Montalcini a piedi. Morucci prese la guida del furgoncino Fiat 850 seguito dalla Dyane con Seghetti a bordo. L’allontanamento dai Colli Portuensi avvenne percorrendo largo Morelli e viale dei Colli Portuensi fino all’altezza di via Clelia Garofolini, dove i due mezzi svoltarono a destra traversando la circonvallazione Gianicolense per immettersi in via Luigi Zambardelli, piazza Vincenzo Ceresi, via Pio Foà (dove c’era la tipografia delle Br), via Vitellia, piazza di Porta san Pancrazio, via di san Pancrazio e via Giacinto Carini, per poi prendere via delle mura Gianicolensi, via Giuseppe Garibaldi, via Goffredo Mameli, via Emilio Morosini, svoltare a sinistra per via Roma Libera e fermarsi in piazza San Cosimato, nel cuore di Trastevere. Qui in un primo momento venne lasciato l’autofurgone mentre la Dyane fu abbandonata nei pressi. Resisi conto che nella piazza c’era un mercato rionale, il furgoncino Fiat 850 fu spostato. Risalita via Luciano Manara viene nuovamente parcheggiato davanti alla fontana del Prigione (2). Dei due mezzi non si avrebbe avuto più alcuna notizia. Prima di separarsi Seghetti e Morucci si diressero verso viale Trastevere per effettuare la telefonata di rivendicazione da una cabina pubblica. Alle ore 10.10 Morucci dettò alla redazione centrale dell’Ansa il seguente messaggio:

«Questa mattina abbiamo sequestrato il presidente della Democrazia cristiana, Moro, ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga. Seguirà comunicato. Firmato Brigate rosse».

Da Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017, p. 185

1. P. Gallinari, Un contadino nella metropoli, p. 185.
2. Ricostruzione di Bruno Seghetti con gli autori, maggio-settembre 2016.

Sullo stesso tema
Diario del sequestro Moro
16 marzo 1978, un gruppo di operai e precari rapisce Moro. Erano le Brigate rosse /1

L’indicibilità della critica della vittima

Alcune note sulle polemiche del quarantennale del sequestro Moro


di Ilenia Rossini

Zapruder
storieinmovimento.org 24 marzo 2018

 

La critica della vittima, scrive Daniele Giglioli in un bel saggio di qualche anno fa, «presuppone sempre un certo coefficiente di crudeltà» (Critica della vittima, 2014, p. 12). E non si può che partire da questa considerazione se si vuole mettere nella giusta prospettiva la “polemica” montata intorno alle parole di Barbara Balzerani, che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 fu militante e dirigente delle Brigate Rosse, in un momento storico in cui – secondo i dati del ministero dell’Interno – erano attive oltre 250 sigle armate, 36.000 cittadini furono inquisiti per banda armata e 6.000 di essi condannati a decenni di carcere, e si registrarono 7.866 attentati alle cose e 4.290 alle persone. Barbara Balzerani non si è “pentita” – pentimento che, non dimentichiamo, è solo una discutibile categoria giuridica, perché non possiamo sapere quanto pensino lei, i suoi compagni e le sue compagne dentro loro stessi e loro stesse – né “dissociata” dalla lotta armata: lotta armata che, pure, ha dichiarato chiusa con Mario Moretti e Renato Curcio nel 1988 (trent’anni fa), in una celebre intervista allo Speciale Tg1.

Barbara Balzerani è oggi una donna di 69 anni, libera dopo aver scontato 26 anni di carcere, che non ha conti in sospeso con la giustizia. Scrive romanzi (ne ha scritti, al momento, sei, tutti pubblicati o ripubblicati da DeriveApprodi), alcuni riguardanti anche la sua esperienza nelle Brigate Rosse e la successiva detenzione, altri no (come l’ultimo). Tranne che in occasione del documentario di Loredana Bianconi Do you remember revolution. Donne nella lotta armata (1997), non ha partecipato negli ultimi anni a trasmissioni televisive né ha rilasciato interviste sui principali media sull’esperienza delle Br. Qual è la colpa per cui è appena risalita agli “onori” delle cronache? Aver partecipato alla presentazione del suo ultimo romanzo, presso il centro sociale Cpa-Firenze sud, il 16 marzo, giorno del quarantennale del sequestro Moro (di cui fu fra gli autori e le autrici). Dopo essere stata già criticata, a gennaio, per un post sul proprio profilo facebook (!) che giustamente prevedeva le polemiche che si sarebbero addensate nei mesi successivi, la presentazione al Cpa non poteva che essere un’occasione ghiotta per i media. Una giornalista di Matrix si è dunque recata all’iniziativa e, di nascosto, ha registrato l’evento, riportando alcune parole di Balzerani che hanno fatto scalpore: «C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano il diritto a dire la loro, figuriamoci, ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te».

Questa frase ha scatenato una ridda di polemiche, accompagnata dall’approvazione quasi unanime al Consiglio comunale di Firenze di una richiesta di sgombero del Cpa, dall’annuncio del figlio di Lando Conti, ucciso dalle Br nel 1986, della decisione di querelare Balzerani (per cosa?) e da vesti stracciate per il fatto che l’ex brigatista abbia parlato “senza contraddittorio”. Come se ci fosse bisogno di un contraddittorio per parlare del proprio libro all’interno di un centro sociale occupato, neanche fossimo nello studio di Mentana in regime di par condicio durante la campagna elettorale.

Ma facciamo un passo indietro. Come mai Balzerani si è espressa in questo modo? Pochi giorni prima, la trasmissione di La7 Atlantide, condotta da Andrea Purgatori, aveva mandato in onda due puntate dedicate al rapimento Moro – ma comprendenti anche un’ampia contestualizzazione storica dell’Italia del tempo –, contenenti alcuni spezzoni di un film-documentario di Mosco Levi-Boucault prodotto nel 2011 dalla tv franco-tedesca Arte, che riprendeva le testimonianze rese quasi dieci anni prima da alcuni brigatisti rossi, presenti il 16 marzo 1978 in via Fani: Mario Moretti, Prospero Gallinari (morto cinque anni fa), Raffaele Fiore e Valerio Morucci. Non è la prima volta, ovviamente, che vediamo dei brigatisti in tv, sia sufficiente pensare al magistrale La notte della repubblica (1989-90), nel quale Sergio Zavoli intervistò numerose/i ex brigatiste/i (ma anche i terroristi neofascisti Francesca Mambro e Valerio Fioravanti). Come non è stata la prima volta che gli/le ex brigatisti/e hanno preso parola: pensiamo al libro Noi terroristi. 12 anni di lotta armata ricostruiti e discussi con i protagonisti, scritto da Giorgio Bocca nel 1985. Niente di strano, dunque?

No, qualcosa di fondamentalmente diverso c’è, perché dagli anni ’80-’90 a oggi è cambiato il paradigma narrativo entro cui si ritiene legittimo di poter parlare di alcuni eventi. Se, come illustrato in un articolo su «Contemporanea» del 2009 dallo storico Emmanuel Betta, si partiva da una condizione di «decisa prevalenza di un punto di vista scarsamente attento all’esperienza delle vittime» in cui veniva «messo in discussione soprattutto il ruolo e il peso della parola degli ex militanti della lotta armata nella costruzione della conoscenza e della memoria della violenza politica», nel 2018 la situazione si talmente ribaltata che la trasmissione di Purgatori è stata considerata un’«anomalia», scatenando polemiche e provocando biasimo. Esso è provenuto non solo dal capo della polizia Franco Gabrielli – che, in modo forse inedito, ha detto la sua su chi ritiene possa e non possa andare in tv, definendo «oltraggio» il fatto di aver mandato in onda un’intervista ad alcuni ex brigatisti di dieci anni fa – ma soprattutto, appunto, dei familiari delle vittime. Tra essi si è distinta, tra gli altri, Rita Dalla Chiesa che, non paga di twitter, ha rilasciato un’intervista in cui ha affermato, dicendosi amareggiata – e presentandosi pure lei come “vittima”, nonostante suo padre sia stato ucciso dalla mafia – che gli ex brigatisti «non hanno diritto di raccontare quei tempi». Alla faccia della nota “massima di Voltaire” che Voltaire non ha mai detto, secondo la quale «non sono d’accordo con le tue idee ma darei la vita per fartele esprimere».

In una situazione in cui, nei fatti, nessuno e nessuna tra gli e le ex militanti delle Br – tra quelli/e non pentiti/e e non dissociati/e – ha rilasciato alcuna intervista, da più parti – e in particolare dai familiari delle vittime – è venuta la richiesta di togliere la parola a persone che non avevano pronunciato parola alcuna. A ben vedere, l’unica ex brigatista comparsa in tv è stata Adriana Faranda, dissociata, intervistata nella webserie Cronache di un sequestro da Ezio Mauro, ex direttore e firma importante della «Repubblica» (sul cui sito la webserie è presentata e promossa), cioè di uno di quei giornali che ritengono uno scandalo l’aver dato voce ai brigatisti, diretto per di più dalla «vittima del terrorismo» Mario Calabresi. Un cortocircuito narrativo che ha del grottesco.

Ma – al di là di ogni polemica – è in realtà proprio sul contenuto delle parole di Balzerani che ritengo indispensabile interrogarci: perché Balzerani – sembra quasi banale dirlo – ha ragione, le vittime non possono avere il monopolio della parola. Del resto, chi può averlo? È un’affermazione crudele, come prospettato da Giglioli? Forse sì, ma è necessaria per ricostruire una genealogia del paradigma vittimario che ha condotto alla situazione in cui una polemica come questa appare scontata. Perché se Balzerani ha ragione sul fatto che le vittime non possano avere il monopolio della parola, è a mio avviso riduttivo pensare che le polemiche che mirano a censurare le parole dei protagonisti della lotta armata siano solo una «spada di Damocle che questi signori intendono mettere sulle lotte attuali». Non è una situazione limitata all’Italia e non è una situazione circoscrivibile alla narrazione della lotta armata degli anni ’70 e ’80, infatti.

A partire dagli anni ’80, l’elaborazione del passato ha sempre più visto il conflitto della «coppia antinomica storia/memoria», come definita dallo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Era il periodo dell’affermazione della memoria, che è sempre soggettiva e poco attenta alle comparazioni e alla contestualizzazione (p. 18). Era il trionfo della cosiddetta «era del testimone», secondo la celebre espressione di Annette Wieviorka: il testimone, però, è finito negli ultimi trent’anni per sovrapporsi prima e per essere soppianto poi dalla «vittima», termine con contenuto religioso che rimanda alla sofferenza e al sacrificio. E a questo concetto, infatti, è irrimediabilmente legato quello del «perdono», richiesto alla vittima per la «riabilitazione pubblica» o la «condanna» del carnefice: basti pensare, in Italia, alle polemiche sulla richiesta di estradizione di Cesare Battisti e all’onnipresenza mediatica di Alberto Torregiani, figlio del gioielliere che Battisti, secondo le risultanze processuali, avrebbe ucciso nel 1979.

A partire dalla metà degli anni ’80, dunque, il paradigma vittimario ha imposto la sua egemonia ovunque nel mondo occidentale. Si è partiti, negli Stati Uniti, con la teorizzazione della giustizia riparativa e del victim-oriented approach, cioè di un approccio basato sulle vittime, inizialmente pensato per i reati comuni (e i dubbi sul fatto che si potesse applicare anche alla violenza politica erano numerosi): la vittimologia (victimology) è oggi una disciplina riconosciuta, branca della criminologia, mentre la vittima ha trovato una nuova centralità in tutti i sistemi penali. Ma si è passati, soprattutto, per alcune iniziative delle Nazioni Unite che hanno fatto scuola: se nel 1985 il termine «vittima» entrava per la prima volta a far parte del vocabolario di questa istituzione internazionale, è del settembre 2008 un’iniziativa organizzata a New York dall’Onu in cui si sono state chiamate a raccolta cinquanta vittime di atti terroristici avvenuti in tutto il mondo (incluso, per l’Italia, Mario Calabresi, nonostante sia complicato ricondurre a un generico «terrorismo» la morte di suo padre). Senza discernere il diverso contesto in cui erano avvenuti tali attentati.

La vittima si è, quindi, gradualmente imposta sul modo in cui viene pubblicamente ricostruito il passato. Le caratteristiche che ovunque accomunano la memoria che deriva dalla centralità delle vittime, secondo lo storico Giovanni De Luna, sono «il familismo, innanzitutto, il prepotente riaffacciarsi delle famiglie e dei singoli individui in uno spazio pubblico colonizzato dal lutto e dal dolore. E poi una fortissima carica rivendicativa […]. E poi ancora la soffocante presenza delle emozioni: odio, vendetta, perdono, pietà, compassione» (La Repubblica del dolore, p. 16). «In questa competizione vittimaria», aggiunge De Luna, «la storia scompare e sulla scena restano solo vittime e carnefici» (p. 97).

Se questo è vero in generale, in Italia l’adozione di questo paradigma vittimario non è passata per alcuna riflessione epistemologica e si è intrecciata, inoltre, con la specificità italiana determinata dal rapporto difficile con le sue «memorie divise», con il particolare sistema televisivo e il suo legame strettissimo con le forze politiche, con la superficialità e la pigrizia – se non la vera e propria ignoranza – di coloro che scrivono articoli di giornali e servizi televisivi che, ad esempio, hanno condotto pochi giorni fa gli autori dello Speciale Tg2 ad affermare che le Brigate Rosse sarebbero state responsabili dell’omicidio di Valerio Verbano (militante di sinistra ucciso da alcuni neofascisti), di Mario Amato (magistrato ucciso dai neofascisti dei Nar) e di Emilio Alessandrini (magistrato ucciso da Prima linea… almeno in questo caso si parla di una formazione di sinistra!). Secondo De Luna, che riprende un articolo su «Liberazione» di Paolo Persichetti del 2008, in Italia negli ultimi anni il riferimento alle vittime ricorre talmente tanto spesso da poter essere visto come un «tentativo di tenere insieme la Resistenza e i “ragazzi di Salò”, le foibe e i lager, il terrorismo delle Br e la mafia attraverso la costruzione, nel segno della compassione per le vittime, di “una memoria avvinta dall’emozione e assorbita dalla sofferenza”» (p. 83).

Una lucida ricostruzione storica, partendo da questi presupposti, appare quasi impossibile. A questo proposito, Vanessa Roghi ha giustamente parlato di memoria disarmata delle vittime, «anche da un punto di vista interpretativo: […] niente può spiegare, in una dimensione privata, perché un padre, un marito, un fratello abbiano perso la vita. […] A prevalere è lo sguardo “disarmato” che diventa disarmante quando alla voce del testimone non si affianca nessun tentativo di racconto storico, e la retorica della memoria si sostituisce al racconto della storia».

Se già nel 2004 il presidente della Repubblica Ciampi attribuì una medaglia ai parenti delle vittime del “terrorismo”, il caso Moro ha finito con il costituire, in un certo senso, il fulcro delle politiche della memoria che danno corpo al tentativo di nation-building della nuova Italia “postideologica” dell’ultimo ventennio: non è un caso se il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo è stata fissata, nel 2007, al 9 maggio, data dell’omicidio di Aldo Moro, che ha così “battuto sul campo” quella – concorrente – del 12 dicembre, anniversario della Strage di piazza Fontana del 1969. Si tratta, ovviamente, di un chiaro segnale interpretativo su cosa, nella «competizione tra vittime» di cui parla De Luna, sia giusto ricordare per dar vita a una nuova “tradizione inventata”.

Questo giorno della memoria è stato poi suggellato da alcune iniziative – politiche – di cui è stata principalmente fautrice la presidenza della Repubblica. Ad esempio, nel volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, da essa curato nel 2008, compaiono 378 nomi, tra vittime delle stragi, vittime delle Brigate rosse, ma anche militanti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra uccisi nel corso di manifestazioni di piazza o in seguito a singoli episodi che – francamente – poco hanno a che vedere con la categoria di “terrorismo”, anche laddove si attribuisca a essa una valenza euristica che è ancora oggetto di dibattito storiografico, rappresentando al momento piuttosto uno stigma morale. Le celebrazioni della giornata del 9 maggio del 2009, invece, sono state suggellate dall’incontro tra le vedove di Pino Pinelli e Luigi Calabresi davanti al presidente della Repubblica: si tratta della stessa modalità d’azione adottata in Italia nei confronti della memoria della Resistenza e della guerra civile del 1943-45, con la promozione dalla fine degli anni ’40 di incontri pubblici tra ex partigiani ed ex repubblichini. Solo che in quel caso protagonisti ne erano i “combattenti” non le “vittime” (e, in questo caso, i superstiti delle vittime), coloro che avevano fatto delle scelte, non coloro che le avevano subite: il paradigma narrativo è, negli anni, irrimediabilmente cambiato e oggi «la vittima è l’eroe del nostro tempo» (Giglioli, p. 9).

Ma come avvenuto, appunto, per la Resistenza – riguardo la quale sembra ormai essersi perso il valore della lotta antifascista in nome del «buoni e cattivi stavano da entrambe le parti» –, sembrano ormai essersi attenuate anche le specificità di ogni singola esperienza degli anni ’70-’80: in questa narrazione appiattente, le Br sono diventate uguali ai Nar, non c’è più differenza tra uccidere un obiettivo che si identifica come “nemico” e mettere una bomba in una stazione ammazzando decine di persone, non ci sono più differenze – in realtà abissali – tra le posizioni ideali dell’uno e dell’altro. In quanto “vittime”, tutte le “vittime” – i morti e i loro superstiti, vittime in quanto private dell’affetto dei loro cari – sono uguali: e da qui un fiorire di proposte come quella dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno di istituire un «giardino dedicato a tutte le vittime degli anni piombo» o quella del Pd, sempre a Roma, di costituire «una consulta cittadina sugli anni di piombo composta dai familiari di tutte le vittime romane».

Proprio per quanto riguarda la memoria e la storia lotta armata, è del 2015 la pubblicazione del Libro dell’incontro, che raccoglie l’esperienza di un gruppo di confronto di cui hanno fatto parte «vittime e responsabili della lotta armata degli anni settanta», poggiandosi sull’esperienza delle Commissioni verità giustizia del Sud Africa. Esperimenti come questi hanno indubbiamente un valore terapeutico: ma sono utili alla ricostruzione storica? Può cambiare la storia d’Italia, come recita la scheda del libro, un racconto che finisce simbolicamente con una preghiera, con il rifugio nella fede, che tutto appiana? Sicuramente no.

Bisogna tenere in considerazione, inoltre, le modalità secondo le quali viene attribuito lo status di vittima, se è vero che, come scrive Giglioli, «chi controlla una macchina mitologica […] tiene in mano le leve del potere» e che «l’ideologia vittimaria è oggi il primo travestimento delle ragioni dei forti» (p. 10), è un instrumentum regni (p. 12). Le vittime (tanto i “martiri” quanto le persone vittime della loro perdita) quasi non possono più essere soggette a critica o a biasimo: i parenti delle vittime hanno sempre ragione, mentre Aldo Moro è diventato una specie di santo e nessuno sembra potersi e volersi assumere – oggi – il coraggio che già nel 1980 aveva solo il dio di Giorgio Gaber, l’unico a poter dire, in un testo che oggi sarebbe forse censurato, «che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana/è il responsabile maggiore/di vent’anni di cancrena italiana./Io se fossi Dio/un Dio incosciente, enormemente saggio/c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera/ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora/quella faccia che era».

La stessa narrazione riguarda anche la contestata categoria di “terrorismo” alla luce del fatto che, come scrive Giglioli in un altro volume (All’ordine del giorno è il terrore, 2007), «il terrorismo è la violenza degli altri». L’attribuzione dell’etichetta e di “vittima” e di quella di “terrorismo”, amplificate dai media, finiscono così per diventare – separatamente, ma ancora più quando si presentano in coppia come nell’accezione di “vittima del terrorismo” – strumenti di legittimazione/delegittimazione nella scena pubblica: come scritto da Girolamo De Michele nel romanzo Con la faccia di cera, ad esempio, «se un operaio uccide un padrone è terrorismo, se un padrone uccide cento operai di tumore è normale amministrazione, è il prezzo del benessere, è schiuma ai bordi del fiume del progresso. […] Le medaglie alle vittime del terrorismo le hanno esaurite, e comunque sul petto degli operai non stanno bene: gli operai sono sporchi, puzzano di fatica e sudore. E i ministri hanno ben altro da fare che stringere le mani alle vedove e ai figli» (p. 120).

Sul piano politico-culturale – e, in questo, Balzerani non ha torto – il paradigma della vittima ha un effetto depotenziante nell’organizzazione delle lotte: come fa notare De Luna, infatti, «quando l’ammirazione di cui godono coloro che lottano per far riconoscere il proprio statuto di vittime diventa più grande di quella che si tributa a persone che hanno il coraggio di mettere a repentaglio la propria vita per difendere la libertà o la giustizia, si delinea un effettivo incoraggiamento alla costruzione di altrettanti recinti chiusi sulle proprie rivendicazioni, necessariamente in concorrenza gli uni con gli altri, sovradeterminati da una particolare esperienza dolorosa personale, così che tutto quello che scaturisce dalla centralità delle vittime, sembra comunque voler trasformare lo Stato in una “federazione” di interessi particolari» (De Luna, pp. 98-99).

Ma lo storico non può non interrogarsi anche sugli effetti per la sua disciplina dell’affermazione del paradigma vittimario. Se il testimone – come ad esempio dimostrato da opere magistrali come L’ordine è già stato eseguito di Sandro Portelli – era interrogato appunto per la sua capacità di «testimoniare» qualcosa di utile per la ricostruzione e l’elaborazione del passato, rappresentando spesso il punto di vista dei subalterni (cioè di coloro che non producevano le “fonti ufficiali”), il racconto della vittima è invece ridotto a una questione sentimentale: la vittima ha ragione perché ha subito e, quindi, è intoccabile e, scrive Giglioli, «chi sta con la vittima non sbaglia mai» (p. 9). Mentre un tempo chiunque poteva parlare in quanto “testimone” (quindi anche le/gli ex brigatiste/i, nel caso specifico), anche se non se ne condividevano le posizioni, ora la vittima ha sempre ragione e spetta a essa stabilire chi può parlare e chi no degli eventi che l’hanno resa tale: il passaggio successivo è quindi quello di togliere la parola agli autori delle azioni armate, censurare la loro presenza pubblica. Spogliarli, insomma, del ruolo di “testimoni” che indubbiamente hanno: molto di più, tra l’altro, dei superstiti delle vittime, che possono essere testimoni di un dolore, non di un evento.

Il paradigma vittimario non è privo di conseguenze anche sul piano della narrazione storica: che storia è quella delle vittime? Persichetti, nell’articolo già citato, afferma giustamente «sprovvisti dello statuto di vittime, vinti e subalterni spariscono nuovamente dalla storia, eclissati e inghiottiti dall’oblio. Sembra, infatti, che per poter lasciare traccia resti solo la triste via della competizione vittimaria, […] quasi a voler sancire che se non c’è vittima non c’è storia».

Alla fine non resta che chiedersi se un approccio del genere e, in generale, il modo in cui si sta affrontando il quarantennale del sequestro Moro – polemiche su chi può parlare e chi no, centralità delle vittime, diffusi accenni complottistici a presunti “misteri” ancora da scoprire e fantasiose accuse di “omertà” per i/le ex militanti che non avrebbero detto tutto (parlano troppo o parlano poco? Viene da chiedersi…), classifiche delle capacità narrative dimostrate o meno dai brigatisti e dalle brigatiste nei libri di cui sono autori e autrici o dibattiti sul buono o cattivo gusto di Balzerani nel fare quelle affermazioni, tenuti con lo stesso tono degli articoli sull’appropriatezza del look di Meghan Markle davanti alla regina – aggiunge davvero qualcosa a quello che ci potevamo dire fino al 15 marzo? Abbiamo imparato qualcosa di più? Abbiamo maggiori strumenti di comprensione? E anche per quanto riguarda il rapporto tra brigatisti/e, scena pubblica e media, cosa è cambiato rispetto a un anno fa? Sembra più che altro un gioco di ruolo il cui copione si ripete di volta in volta sempre uguale a se stesso.

Non sarebbe meglio – passati quarant’anni – «guardare con fiducia alla conoscenza storica» (p. 18), come ha scritto De Luna nel volume citato, e magari adattarsi ai tempi della ricerca che non sono esattamente gli stessi degli anniversari? Gli storici, del resto, sono pressoché gli unici che non hanno detto nulla e a cui non è stato chiesto nulla o quasi nelle numerose ricostruzioni del sequestro presentate da giornali – cartacei e online – e programmi televisivi. Eppure, negli ultimi anni, di ricerche accurate e importanti ne sono uscite, da La lotta armata a Genova di Davide Serafino (Pacini 2016) al fondamentale Brigate rosse. Dalle fabbriche alla campagna di primavera di Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elisa Santalena (DeriveApprodi 2017). Eppure, nonostante i tanti appelli alla «verità», convegni storici sul sequestro Moro come quello organizzato l’anno scorso presso i locali del Senato (Il caso Moro: la politica, la ricerca, la storia) vengono annullati perché i relatori chiamati a intervenire considerati troppo poco compiacenti. Forse si potrebbe partire da qui.

16 marzo 1978, un gruppo di operai e precari rapisce Moro. Erano le Brigate rosse /1

A quarant’anni di distanza nell’immaginario riprodotto dalle narrazioni complottiste la mattina del 16 marzo 1978 via Fani appare un luogo spettrale presidiato dai servizi segreti, un segmento di città privo di vita urbana dove si aggirano misteriose presenze. Eppure la documentazione storica in nostro possesso ci dice che la realtà di quella mattina è molto diversa. Intorno alle nove, in quel piccolo quadrante residenziale di Roma transitavano numerosi passanti e in strada circolavano diversi veicoli, tanto che alle varie fasi dell’azione brigatista, avvicinamento, assalto e sganciamento, assistono da posizioni diverse più di trenta testimoni. Nella stragrande maggioranza confermano la ricostruzione fatta dai militanti delle Brigate rosse che vi parteciparono. Di seguito il racconto di quella mattina ripreso dal capitolo 6 del libro, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Derviveapprodi, marzo 2017

 

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_br_copEra ancora l’alba quando a Roma, il 16 marzo del 1978, un gruppo di dieci brigatisti si immerse nel traffico per raggiungere il luogo dell’appuntamento. Si trattava di un contadino, un tecnico, un assistente di sostegno, un artigiano, uno studente, due disoccupati, un commerciante e due operai. Appartenevano alle Colonne di Roma, Milano, Torino ed erano intenzionati a compiere un’azione armata senza precedenti: il rapimento di Aldo Moro come massima esemplificazione dell’«attacco al cuore dello Stato». L’appuntamento era all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa. Il piano prevedeva l’annientamento della scorta di Moro composta da tre poliziotti e due carabinieri: gli agenti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e il caposcorta Francesco Zizzi, il maresciallo Oreste Leonardi e l’appuntato Domenico Ricci (1).
Tutto era stato meticolosamente pianificato in mesi e mesi di preparazione. Quel commando di dieci militanti, di età compresa tra i 20 e i 32 anni, diede prova di una notevole determinazione nel condurre a termine un’operazione che segnò la storia del Paese, un’operazione il cui investimento economico, per paradosso, non superò le 700.000 lire, appena l’equivalente di tre salari di allora di un operaio metalmeccanico (2).

La pianificazione
Una brigatista posizionata nella parte alta di via Fani avrebbe dovuto segnalare l’arrivo del convoglio di Moro alzando un mazzo di fiori per poi allontanarsi dal luogo. Di conseguenza un altro brigatista, fermo con la sua auto poco dopo l’incrocio con via San Gemini si sarebbe immediatamente mosso con la sua auto per posizionarsi davanti all’automobile che trasportava Moro e a quella della scorta che seguiva. Allo stop con via Stresa si sarebbe normalmente fermato. In quel momento altri quattro brigatisti divisi in due sottonuclei sarebbero entrati in azione sparando di sorpresa per eliminare gli agenti che proteggevano Moro. Mentre una brigatista tra via Stresa e via Fani doveva bloccare l’accesso al luogo dell’assalto (il «cancelletto inferiore»), un altro brigatista doveva entrare a marcia indietro da via Stresa in via Fani per caricare l’ostaggio. Gli ultimi due dovevano chiudere via Fani nella parte alta, operando il cosiddetto «cancelletto superiore», per tenere lontano dall’azione chiunque fosse sopraggiunto. I sottonuclei del gruppo di fuoco avevano compiti prestabiliti: il primo doveva colpirei carabinieri che accompagnavano Moro, il maresciallo Leonardi, ritenuto pericoloso per la sua esperienza, e l’autista, l’appuntato Ricci. Il secondo sottonucleo doveva attaccare la scorta della Pubblica sicurezza che occupava la seconda auto (Zizzi, Iozzino e Rivera). Contemporaneamente, il conducente della macchina ferma allo stop sarebbe sceso per rinforzare il «cancelletto inferiore». Alla fine della sparatoria i brigatisti avrebbero prelevato Moro e lasciato immediatamente la zona su tre auto dirette in una stessa direzione. La macchina ferma allo stop sarebbe stata abbandonata all’incrocio della sparatoria assieme a una quinta vettura dell’organizzazione, che serviva come riserva, parcheggiata poco più avanti su via Stresa.

Il primo progetto
In un primo momento le Brigate rosse avevano pensato di prelevare Moro all’interno della chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici. Il piano, «al quale era molto affezionato Morucci» (3), venne scartato perché il rischio di innescare un conflitto a fuoco in una zona che vedeva la presenza di una scuola elementare venne considerato troppo alto. La scorta infatti mostrava di essere molto vigile e reattiva quando Moro era fuori dalla sua macchina. Durante l’inchiesta una delle militanti dell’organizzazione che poi partecipò all’azione di via Fani si era introdotta nella luogo di culto fingendo di essere una devota recatasi a pregare. Inginocchiata a pochi passi dal Presidente del Consiglio nazionale della Dc aveva potuto osservare il comportamento degli agenti che proteggevano Moro. Abbandonati i banchi di preghiera per guadagnare l’uscita si era accorta che il poliziotto posizionato all’entrata della chiesa aveva subito portato la mano alla pistola. Agendo in quel luogo difficilmente i brigatisti avrebbero potuto avvalersi dell’effetto sorpresa.
Anche se misero da parte il piano iniziale, come vedremo più avanti i brigatisti preservarono lo stesso criterio che aveva ispirato la loro prima ipotesi di via di fuga: la scelta di un itinerario fuori dalle vie principali, su strade utilizzate solo dal traffico locale o addirittura private. Lo sganciamento sarebbe dovuto avvenire percorrendo via Riccardo Zandonai, una via chiusa da un condominio con due cancelli e una zona interna carrabile, che avrebbe permesso alle auto del commando di scomparire dalla vista, arrivando dopo il secondo cancello fino all’imbocco con via della Camilluccia, «a circa cinquanta metri dal largo tra il Cimitero Francese e via dei Colli della Farnesina», e da qui arrivare successivamente in via Trionfale, percorrendo un itinerario opposto a quello, ritenuto prevedibile, di eventuali inseguitori (4).

Via Fani, una vecchia conoscenza (il progetto di attentato a Pino Rauti)
Il punto stradale successivamente scelto per l’azione, l’incrocio tra via Fani e via Stresa, era conosciuto da due militanti della Colonna romana presenti la mattina del 16 marzo 1978 che avevano avuto modo di studiarlo poco meno di quattro anni prima in occasione di una inchiesta condotta contro Pino Rauti, figura di spicco della destra neofascista della capitale. Nel giugno del 1974 un gruppo di militanti provenienti da Potere operaio romano e che avviava i primi passi verso la lotta armata, meditava di compiere un attentato contro Rauti. L’azione era stata concepita come rappresaglia perla strage compiuta il 28 maggio precedente in piazza della Loggia a Brescia, nel corso di una manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal locale Comitato antifascista, che costò la vita ad 8 persone e ne ferì 102 (5). L’esponente missino abitava in via Stresa, a ridosso dell’incrocio con via Fani, tanto che il 16 marzo 1978 fu tra i primi a telefonare al centralino della questura per dare l’allarme: alle 9.15 dichiarò di aver sentito alcune raffiche di mitra e visto due uomini in divisa da ufficiali dell’aeronautica e una Fiat 132 blu allontanarsi dal luogo dell’agguato (6). Osservando i movimenti di Rauti, il gruppo aveva notato che quando lasciava la propria abitazione percorreva via Stresa nel breve tratto che si immette su via della Camilluccia, dove a causa di uno stop la sua automobile era costretta a sostare. Di fronte allo stop, sul lato opposto della via, era fissato un grosso cartellone pubblicitario dietro al quale uno del gruppo si sarebbe appostato con un fucile di precisione Sig Sauer. L’attacco, preparato nei minimi dettagli, era giunto fino alla fase operativa ma il giorno previsto, arrivato sul luogo di raduno nel quartiere Prati, il responsabile militare del commando informò gli altri componenti che l’azione era stata annullata. Non sappiamo quanto l’inchiesta del 1974 abbia significato nell’economia del piano per rapire Moro, ma è un fatto che gli esponenti della Colonna romana erano già pratici della zona.

Schizzo di Mario Moretti

La preparazione
Nel pomeriggio del 15 marzo 1978 vennero disposte lungo la via di fuga prescelta le vetture necessarie per effettuare il cambio macchine, più i due furgoni previsti per i trasbordi del rapito. Il furgoncino 850 Fiat color beige con doppio portellone laterale (per fare fronte a ogni evenienza e caricare il rapito da ambo i lati), pensato per il primo trasbordo da effettuare in piazza Madonna del Cenacolo, fu rubato da Bruno Seghetti in piazza dell’Orologio (Morucci nel suo “Memoriale” commette un errore di memoria e parla di piazza San Cosimato, luogo dove invece fu lasciato dopo l’azione). Tale furgone venne parcheggiato in via Bitossi, angolo via Bernardini, strada che taglia trasversalmente via dei Massimi. Si tratta di un quadrante tuttora estremamente appartato e tranquillo con circolazione prevalentemente locale. La Citroën Dyane azzurra che doveva aprire la strada al furgoncino Fiat 850 con a bordo Moro fu parcheggiata sul lato sinistro di via dei Massimi, dopo l’incrocio con via Bitossi. Il furgone previsto per il secondo trasbordo, probabilmente un Fiat 238 di colore chiaro, fu parcheggiato nella seconda parte della via di fuga, in zona Valle Aurelia, in uno slargo tra le vie Moricca, via Gaudino e via Vitelli. Anche le due Fiat 128 (una bianca ed una blu) furono lasciate in via Fani nel pomeriggio precedente l’azione, ciò perché si sarebbe corso il rischio di non poterle mettere nella giusta posizione la mattina successiva (7). La sera del 15 marzo furono distribuiti i giubbotti antiproiettile, i soprabiti da pilota, le mostrine, i berretti e le armi (8). Seghetti e Fiore si recarono sotto l’abitazione del fioraio Antonio Spiriticchio, in via Brunetti 42, per squarciare le gomme del suo furgone Ford Transit e impedirgli così di essere presente in via Fani, nei pressi dell’angolo con via Stresa al momento dell’azione. La Braghetti, in attesa nella base di via Montalcini che sarebbe diventata la prigione di Moro, ha scritto che non le era stato comunicato alcun piano di riserva:

«[…] sapevo solo che dovevo restare a casa, e tenermi pronta. Però avevo intuito che, nel caso di un esito parzialmente disastroso per noi, qualcuno, Valerio Morucci o Bruno Seghetti, avrebbe caricato Moro su una macchina e l’avrebbe portato in un altro appartamento dell’organizzazione, meno sicuro del nostro ma comunque “coperto” abbastanza per reggere un giorno e una notte. La mattina dopo avrebbero recuperato me in ufficio, dove mi era stato detto di tornare in qualunque circostanza, e Moro sarebbe infine arrivato dove ora si trovava .Una volta nascosto Moro, un compagno dell’esecutivo brigatista sarebbe arrivato a riempire i posti rimasti vacanti» (9).

La base di riserva
In effetti, un piano del genere esisteva. La base era quella di via Chiabrera 74 (soprannominato “l’Ufficio”), l’appartamento dove durante il sequestro si tennero tutte le riunioni di Colonna (10).

 

L’avvicinamento
I brigatisti giunsero in via Fani per strade diverse. L’Autobianchi A112 con cui Morucci e Bonisoli si recarono sul posto fu presa dopo un cambio macchina nella zona retrostante il mercato di via Andrea Doria, dove erano giunti partendo dalla base di via Chiabrera a bordo di una 127 (11). La A112, lasciata senza persone a bordo, serviva come mezzo di riserva nel caso fosse sorto un problema con le altre autovetture previste per lo sganciamento. La Fiat 128 Giardinetta bianca con targa diplomatica fu portata da Moretti e Balzerani intorno alle 7.00 (12). Usciti dalla base di via Gradoli passarono davanti all’abitazione di Moro per accertarsi che la scorta fosse sul posto, quindi l’auto venne parcheggiata con Moretti alla guida «sulla destra di via Fani subito dopo via Sangemini, venendo da via Trionfale e con il muso dell’auto in direzione dell’incrocio con via Stresa» (13). Da quel punto di osservazione l’ingresso in via Fani è visibile perché dopo via Sangemini la strada va in discesa. Sulla Fiat 132 blu che avrebbe portato via Moro giunsero Seghetti e Fiore provenienti dalla base di Borgo Pio. L’auto era stata rubata nei giorni precedenti tra via Cola di Rienzo e via Crescenzio. Fiore scese prima e Seghetti posizionò la 132 in via Stresa sull’angolo sinistro, a qualche metro dall’incrocio di via Fani, di fronte al bar Olivetti, con la posizione di guida rivolta verso l’alto di via Stresa, pronto a portarsi con una manovra di retromarcia accanto alla Fiat 130 di Moro. Dopo le prime raffiche riuscì a vedere Morucci intento a disinceppare il mitra e l’autista della Fiat 130 che tentava con ripetute manovre di trovare un varco, quindi scorse la raffica mortale (14). La Fiat 128 bianca con Casimirri al volante e Loiacono al suo fianco era posizionata sul lato destro di via Fani, poco più avanti della Fiat 128 targata Corpo diplomatico, con la direzione di guida rivolta verso il basso della via in modo da poter attivare la posizione di «cancelletto superiore» al momento dell’attacco (15). I due erano irregolari e arrivarono separatamente sul luogo con i mezzi pubblici. La Fiat 128 blu si trovava sul lato destro di via Fani, nella parte bassa, in prossimità dello stop «superato l’incrocio con via Stresa e in direzione contraria, con il muso dell’auto rivolto verso la direzione di provenienza delle auto di Moro» (16). Al suo interno c’era la Balzerani, pronta a uscire appena scattata l’azione per attivare il «cancelletto inferiore». Anche Gallinari arrivò sul posto con i mezzi pubblici. Da rilevare che per l’attacco e il primo allontanamento furono impiegate solo autovetture italiane di marca Fiat, più una eventuale di scorta modello Autobianchi. Dal momento del trasbordo in piazza Madonna del Cenacolo le vetture impiegate nel proseguimento dell’operazione, fatta eccezione per i furgoni che non erano in via Fani, sarebbero state solo modelli francesi: una Citroën Dyane e una Ami 8. La cosa fu pensata per depistare possibili segnalazioni di testimoni.

L’attacco
Via Fani, poco dopo le 9.00. «Marzia» (nome di battaglia di Rita Algranati) vide giungere le due macchine con Moro e la scorta (una Fiat 130 e un’Alfa Romeo). Segnalò ai suoi compagni l’arrivo dell’obiettivo con il gesto convenuto – il movimento di un mazzo di fiori – e lasciò la sua postazione su una Vespa 50. «Maurizio» (Mario Moretti) si immise come previsto con la sua auto (una Fiat 128 Giardinetta con targa Corpo diplomatico) nella careggiata, ponendosi alla testa del convoglio di Moro nel frattempo sopraggiunto. Scendendo lungo via Fani si trovò davanti una Fiat 500 che procedeva lentamente. Prima che le macchine del convoglio, abituate a viaggiare a velocità sostenuta, decidessero di superare entrambi, «Maurizio» effettuò la manovra di sorpasso e lo stesso fecero le due auto di Stato. Quel gesto forse facilitò la riuscita dell’azione: la naturalezza di quel sorpasso ingannò la scorta, fugando il sospetto sulla vera funzione che la Giardinetta avrebbe svolto qualche attimo dopo. L’effetto sorpresa fu determinante (17). Giunto allo stop «Maurizio» si fermò, così come fecero la Fiat 130 e l’Alfa Romeo. Immediatamente i quattro brigatisti in attesa, «Matteo» (Valerio Morucci), «Marcello» (Raffaele Fiore), «Giuseppe» (Prospero Gallinari) e «Luigi» (Franco Bonisoli) aprirono il fuoco, mentre la brigatista addetta al «cancelletto inferiore», «Sara» (Barbara Balzerani) fermava con il mitra una Fiat 500 appena sopraggiunta dalla parte bassa di via Fani guidata, lo si seppe poi, dal poliziotto Giovanni Intrevado, in quel momento fuori servizio. Contemporaneamente, sulla parte alta della via veniva formato il «cancelletto superiore»: «Camillo» (Alessio Casimirri) e «Otello» (Alvaro Loiacono) – che si era calato un sottocasco del tipo «mephisto» sul volto perché in passato era stato arrestato e il suo viso era fotosegnalato – bloccavano con una Fiat 128 ogni accesso armati di un fucile M1 Winchester. I primi spari colpirono l’autista dell’Alfetta che fece un balzo in avanti andando a tamponare la 130. L’appuntato Ricci, alla guida della 130, cominciò a suonare all’auto di «Maurizio» ferma davanti alla sua affinché ripartisse. Nel frattempo il mitra che doveva sparare a Ricci si inceppò (18), così come si inceppò anche l’altro che pochi istanti prima aveva ucciso il maresciallo Leonardi. Ricci ebbe il tempo di tentare una disperata manovra per portare in sicurezza la macchina, cercando di passare alla destra della 128. Per ostacolare quel tentativo «Maurizio», invece di scendere dall’auto come previsto per rafforzare il «cancelletto inferiore», rimase sull’auto premendo il piede sul freno e impedendo così alla 130 di forzare la morsa nella quale era finita. Poi anche Ricci venne raggiunto da alcuni colpi. Nel frattempo si inceppò anche un terzo mitra che stava sparando contro l’Alfetta e ciò permise a un componente della scorta, l’agente Iozzino, probabilmente già ferito, di scendere e tentare una reazione. Sparò verso un brigatista, ma venne ripetutamente colpito e cadde (19). Quando gli spari cessarono, «Maurizio» scese dalla 128 e prelevò Moro insieme a Matteo dalla 130 (secondo il piano doveva essere solo «Matteo» a farlo) trasferendolo poi nell’auto giunta in retromarcia da via Stresa guidata da «Claudio» (Bruno Seghetti) (20).

Da quel momento cominciò la seconda fase dell’operazione, la fuga, la cui pianificazione era stata affidata alla Colonna romana che aveva elaborato un itinerario fuori dagli assi di circolazione principali, su strade poco trafficate, viottoli, vie private.

 

 

 

Note

1 Il maresciallo Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera morirono in via Fani. Il capo scorta Francesco Zizzi fu ricoverato in ospedale gravemente ferito, ma spirò alle 12.35 al Policlinico Gemelli. Si veda il referto medico in Commissione Moro 1, vol. 30, p. 327, f.to Giuliano Pelosi. Mario Moretti, Bruno Seghetti e Barbara Balzerani hanno ricostruito con gli autori del libro i momenti del sequestro nel corso di una serie di conversazioni tra il 2010 e il 2016.

2 Valerio Morucci, Memoriale Morucci, ACS, MIGS, busta 20, p. 34: «Il costo dell’azione di via Fani, escluso il costo dell’appartamento di via Montalcini, già in dotazione delle Brigate rosse, può farsi ammontare a circa700.000 lire. Esso risulta in parte dal biglietto, ritrovato in via Gradoli intestato a Fritz. In quel biglietto sono riportate le spese effettuate per le sirene, le tronchesi, le borse, gli impermeabili, i berretti e il resto necessari all’azione». Fritz era il nome convenzionale per indicare Moro tra coloro che si occuparono del sequestro.

3 Barbara Balzerani, colloquio con gli autori.

4 Ecco il racconto dettagliato del piano fatto da Valerio Morucci, Memoriale, op. cit., p. 22: «La macchina con Moro e quella di appoggio avrebbe dovuto percorrere via Zandonai che è una strada senza uscita (o meglio che ha un fondo cieco dopo una o due traverse laterali). In fondo a via Zandonai c’è un complesso residenziale con una porta metallica a scorrimento elettrico che consentiva il passaggio all’interno del complesso e lo sbocco successivo in via della Camilluccia, a circa cinquanta metri dal largo tra il Cimitero Francese evia dei Colli della Farnesina. Per l’accesso al residence era stata fatta una chiave falsa, ricavata da una chiave di lucchetto del telefono. La chiave serviva ad aprire la porta automatica del residence. Una volta superato, con le due auto, l’ingresso del residence dalla parte di via Zandonai, il cancello si sarebbe richiuso automaticamente impedendo il passaggio degli inseguitori, e si sarebbe arrivati (una volta usciti dall’altro cancello del residence), percorrendo via della Camilluccia, in via Trionfale; in una direzione opposta a quella prevedibile (da parte di eventuali inseguitori, e che sarebbe dovuta logicamente essere) via Zandonai, via del Nuoto, via Nemea, proseguendo fino a ponte Milvio».

5 Colloquio con Bruno Seghetti, 3 maggio 2016. Si tratta di quell’area politica che nei mesi successivi avrebbe dato vita a sigle come Fac (Formazioni armate comuniste) e Lapp (Lotta armata per il potere proletario) che operavano all’ombra del Comitato comunista centocelle (Cococe).

6 In una interrogazione parlamentare, la n. 3-02549, depositata il 17 marzo 1978 presso la Camera dei deputati, Pino Rauti riferiva di essere stato testimone oculare dopo la sparatoria della ««fuga» di un’auto ad altissima velocità lungo via Stresa, auto sulla quale poi – come subito dopo si è appreso – era stato «caricato» l’onorevole Moro», per poi lamentare la difficoltà riscontrata nel riuscire a mettersi in contatto con il 113e la sala operativa della questura, intasate dalle numerose chiamate che pervenivano in quel momento.

7 Sulla Fiat 128 blu Valerio Morucci fornisce una versione diversa, come si può leggere più avanti, V. Morucci, Memoriale, cit., p. 27.

8 Ivi, p. 28, «Ogni componente del nucleo arrivò in via Fani munito dell’arma da fuoco personale e del mitra. Ai due irregolari partecipanti all’azione le armi furono consegnate la mattina stessa del 16 marzo (da Seghetti)». Versione confermata anche dagli altri componenti dell’azione.

9 Anna Laura Braghetti con Paola Tavella in, Il prigioniero, Feltrinelli 2003 (prima edizione Mondadori1998), pp. 8-9.

10 Colloquio di Bruno Seghetti con gli autori.

11 Si veda in particolare la ricostruzione di Valerio Morucci: «Ci siamo spostati con la 127 bianca, che era inmia dotazione, con targa e documenti duplicati da un’auto appartenente ai servizi commerciali della Sip. I primi numeri di targa erano R2… Con questa auto arrivammo nella zona retrostante il mercato di via Andrea Doria. Qui lasciata la 127, prendemmo la A 112 con la quale ci recammo direttamente in via Stresa»; V. Morucci, op. cit., p. 27.

12 Valerio Morucci riferisce una versione contrastante corretta da Balzerani: «Il n. 1 (Moretti) arrivò in via Fani con la Fiat 128 blu assieme a Barbara Balzerani e risalì a piedi, senza fare alcun cenno e senza dare a vedere di conoscere gli altri, tutta via Fani controllando che tutti i componenti del nucleo fossero presenti»; Valerio Morucci, Memoriale, p. 27.

13 Barbara Balzerani, colloquio con gli autori.

14 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori.

15 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori. Una ricostruzione analoga viene fatta da Valerio Morucci, Memoriale, p. 29.

16 Le commissioni parlamentari d’inchiesta, compresa l’ultima, per spiegare il successo dell’attacco brigatista hanno a nostro giudizio sopravvalutato l’effetto del volume di fuoco proveniente da uno dei quattro mitra, l’ultimo in alto, nonostante l’imprecisione dei colpi da esso sparati. La circostanza, è stato ipotizzato, dimostrerebbe la presenza nel commando di un tiratore professionista, un «superkiller», la cui identità di volta in volta è stata attribuita ai Servizi, alla criminalità organizzata o alla Raf (Rote Armee Fraktion) tedesca. Il fatto che nella fase conclusiva dell’attacco, quando i primi tre brigatisti avevano cessato il fuoco, il quarto componente del sottonucleo superiore abbia aggirato il retro dell’Alfetta, portandosi sulla parte destra di via Fani, dove ha continuato a esplodere colpi con la sua pistola, ha fatto ipotizzare anche la presenza di un quinto sparatore addirittura «addestrato al tiro incrociato». Al contrario, elementi quali l’effetto sorpresa, il camuffamento della Fiat 128 Giardinetta con targa diplomatica che ha bloccato lo stop, la mimetizzazione dei quattro uomini del nucleo di fuoco sono stati sottovalutati.

17 R. Fiore, L’ultimo brigatista, con A. Grandi, Rizzoli, Milano 2007, p. 121.

18 Una chiazza di sangue venne rinvenuta sul sedile occupato dall’agente.

19 Conversazione degli autori con Mario Moretti tra il 2010 e il 2014. Un disegno dell’azione di via Fani realizzato da Moretti è agli atti della seconda Commissione di inchiesta sul Caso Moro; risale al 2006. Altri tre militanti ebbero un ruolo fondamentale nel sequestro: «Alexandra», (Adriana Faranda), che oltre alle fasi preparatorie, all’«inchiesta» e al logistico, fu insieme a Morucci la «postina» che recapitò i Comunicati dell’organizzazione e le lettere di Moro; «Camilla» (Anna Laura Braghetti), intestataria dell’appartamento di via Montalcini 8 nel quale venne imprigionato Moro nei 55 giorni del sequestro e «Gulliver» (Germano Maccari), il «quarto uomo» che prese parte alla logistica del sequestro, presidiò l’appartamento durante i 55 giorni interpretando il ruolo di marito della Braghetti, e prese parte alla esecuzione del presidente Dc nel garage dell’abitazione.

20 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori.

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