La reazione nelle fabbriche e nelle scuole dopo l’annuncio del sequestro Moro

Appena si diffuse la notizia del rapimento Moro, quale fu la reazione nelle città, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, in quelle fabbriche da dove le Brigate rosse avevano iniziato il loro viaggio, otto anni prima, nel 1970?

Brigate rosse«Dinanzi all’omicidio del vicedirettore de “La Stampa” Carlo Casalegno nel novembre 1977 e, soprattutto, al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse pochi mesi dopo, le reazioni fra i lavoratori Fiat apparvero deboli sino a sconfinare nell’indifferenza. A qualche delegato dell’ala dura del movimento sembrarono sprecate quelle ore di sciopero contro il terrorismo che il sindacato si era affrettato a dichiarare. Lamentava per esempio un delegato che partecipava a un gruppo di discussione guidato da Giulio Girardi, teologo e sociologo dedito a un lavoro che a quel tempo si diceva di “autoricerca” militante: “[…] mi fanno perdere decine di ore contro il terrorismo. Quale terrorismo? Guardiamo dov’è il terrorismo: è solo quello delle Brigate Rosse? Si devono condannare le Br perché hanno rapito Moro e hanno fatto fuori quegli altri? Va bene: stanno facendo il processo alle BR. Però a quelli che stanno al governo chi è che gli fa il processo? Nessuno! Chi è che fa il processo ai padroni che ci fanno diventare, noi operai, brigatisti…». Era questa la situazione descritta da Giuseppe Berta nel saggio, Mobilitazione operaia e politiche manageriali alla Fiat, 1969-1979(1).

La mobilitazione immediata del Pci e dei sindacati confederali
All’annuncio del sequestro la mobilitazione del Pci e del sindacato è immediata. Le parole d’ordine sono vigilanza e mobilitazione. Dalla sede centrale di Botteghe oscure il Pci attiva tutte le strutture periferiche del partito, dalle federazioni, ai comitati cittadini, alle singole sezioni che hanno sede nel territorio, fino alle cellule aziendali. Vengono stimolate tutte le sedi istituzionali: consigli comunali, provinciali e regionali. Al Ministero dell’Interno giungono messaggi di cordoglio e telegrammi dei corpi intermedi dello Stato, dell’amministrazione centrale e periferica, dei sindacati confederali, delle forze politiche parlamentari, delle scuole e anche di microformazioni di estrema sinistra. Se per il Pci si tratta di dimostrare la saldatura tra masse e Stato(2), per quest’ultimo fu una singolare prova di auto-consenso (3). Anche il sindacato si muove immediatamente nei posti di lavoro proclamando scioperi ed assemblee, spesso anticipate dai militanti del Pci, in particolare nelle fabbriche, promuovendo appelli non solo di condanna per quanto avvenuto ma per chiedere «l’isolamento di tutti i simpatizzanti del terrorismo». Le fermate del lavoro trovano subito il consenso della aziende e si trasformano ben presto in serrate padronali o “scioperi precettati”, con le maestranze invitate ad uscire dagli stabilimenti e la chiusura dei cancelli alle loro spalle. Comizi vengono organizzati: a Roma, in piazza san Giovanni, il segretario generale della Cgil Luciano Lama tiene una manifestazione con 50 mila persone. Si vedono anche le bandiere bianche della Dc con l’effige dello scudo crociato confuse tra quelle rosse del Pci. E’ la prima volta in assoluto e la scena suscita un certo spaesamento. La presenza di aderenti alla Dc nelle manifestazioni suscita malumori e tensioni in altre città, risolti con il brusco  allontanamento dei dissidenti da parte del servizio d’ordine. Per i dirigenti del Pci e del sindacato è venuto il tempo di fare terra bruciata attorno a quello che definiscono «partito armato», nessuna ambiguità, giustificazione, tentativo di comprensione, minimizzazione o peggio divergenza verrà più tollerata, da questo momento una sola scelta diventa possibile: «o con lo Stato o contro lo Stato». Per Lama «bisogna espellere dalle masse non i terroristi che non ci sono o sono pochissimi ma chi li giustifica, chi civetta con loro… chi li considera ancora troppo frequentemente come dei ragazzi che forse avrebbero ragione in altre condizioni»(4). Dello stesso tenore le parole di Bruno Trentin, ex segretario della Fiom e della Flm e nel 1978 membro della segreteria della Cgil, «Dobbiamo aggredire quelle zone di acquiescenza e di scarsa consapevolezza che ancora si annidano nelle aziende, ma soprattutto nelle scuole. È il compito più importante da svolgere»(5). Tuttavia a Milano, nel corso di una manifestazione parallela, Giorgio Bocca registra «l’inevitabile incomunicabilità tra gli oratori comunisti sul palco e gli extraparlamentari che lanciano cori irrisori e sprezzanti come “Moro libero, Curcio centravanti»(6). Nel resto del Paese si fermano, o meglio vengono chiuse, fabbriche e scuole, c’è un clima attonito e sospeso. Se nei democristiani e nelle destre l’azione di via Fani suscita il timore di una possibile insurrezione (7), nel Pci la sfida aperta dalle Br col sequestro del Presidente del consiglio nazionale della Dc è percepita come un passaggio decisivo per affermare la propria legittimazione istituzionale ed al tempo stesso la propria supremazia sulle masse popolari. Il 22 aprile 1978, in una intervista a Repubblica, Berlinguer affermava: «I brigatisti sono i nostri antagonisti diretti, sostenitori di un’opzione alternativa nella sinistra»(8). Non fu un caso se il Pci bruciò per reattività tutti i gruppi dell’estrema sinistra.

La risposta nelle scuole e nelle università
La reazione nel mondo studentesco è tuttavia ben lontana dalla condanna della violenza politica e dallo sdegno unanime promosso dalle istituzioni. Nelle scuole ed università si discute moltissimo e ci si spacca sulla linea da prendere. Nel corso della Direzione del Pci del 16 marzo, Pajetta si preoccupa perché in un liceo della Capitale avevano inneggiato al rapimento»(9). E se a Milano e Roma la Fgci organizza dei cortei (quello romano era privo di studenti universitari), nelle scuole le sue mozioni vengono messe in minoranza(10). Dopo il primo disorientamento nell’area della sinistra estrema, dai vari settori dell’Autonomia fino a Democrazia proletaria che nasceva proprio in quelle ore, si discute su come rispondere all’intimazione di schierarsi senza alternative possibili con lo Stato. In quei giorni appare per la prima in un titolo di Lotta continua lo slogan «Nè con lo Stato né con le Br»(11) che verrà fatto proprio dai demoproletari. All’università di Roma sul piazzale della Minerva si tiene un’affollata assemblea di movimento: «Gli interventi degli autonomi sono molto variegati ed anche molto ambigui. Si va dall’affermazione di alcuni sconosciuti per i quali il rapimento Moro è all’interno di una logica di movimento, ed altre, secondo cui si tratta di un’azione giusta, ma tatticamente sbagliata, ed altre ancora, più articolate (per es. Scalzone) secondo le quali il rapimento di Moro, prima che essere condivisibile, opera e mostra un varco aperto nel potere statale che produrrà contraddizioni all’interno delle quali il movimento può svilupparsi»(12), invece di recriminare, dissociarsi o prendere le distanze, per Scalzone il movimento doveva farsi portatore di una proposta in favore di una soluzione politica del sequestro.

Le reazioni nelle fabbriche
Il movimento operaio non si compattò affatto sulle posizioni di aperta condanna del rapimento Moro e della lotta armata come avrebbero voluto le istituzioni, i dirigenti del Pci e del sindacato. Davanti alla chiusura delle fabbriche il grosso degli operai diserta i cortei e preferisce tornare a casa. In alcuni luoghi simbolo del conflitto operaio, come le Carrozzerie di Mirafiori, lo sciopero fallisce e non si tiene nessuna assemblea che invece si svolge affollata alle Presse. Alla Sit-siemens di Milano, uno dei luoghi dove le Br hanno mosso i primi passi, «molti non hanno scioperato per aperta dissociazione dai contenuti». All’Alfa sud e all’Italsider di Bagnoli stesse reazione tiepida(13). «A Orbassano, – testimonierà Giuliano Ferrara, allora responsabile delle fabbriche del Pci torinese – dove ero andato per tenere un comizio in difesa della democrazia in una zona operaia della cintura di Torino, fu distribuito un volantino di plauso all’attacco al cuore dello Stato, scesi dal podio dell’oratore e cercai platealmente chi lo distribuiva nel fermento della folla, era un ragazzino dalla faccia innocente di quelli che poi si fecero vivi in seguito nelle cronache della spaventosa guerra civile che non sembrava arrestabile, non era né un isolato né un provocatore, era un giovane italiano del tempo in cui prendere le armi contro le istituzioni era considerato possibile, e per molti, marxisti e cattolici e radicalizzati di ogni sorta, un dovere ideologico e politico(14). A mobilitarsi sono soprattutto gli aderenti al Pci, irregimentati dalle direttive che provengono dai vertici. Due giorni dopo il sequestro, su Lotta continua appare l’anticipazione di una inchiesta pubblicata l’anno successivo (B. Mantelli e M. Revelli, dopo aver intervistato centinaia di operai nel corso dei 55 giorni del rapimento, raccolsero in un libro-inchiesta i loro risultati, Operai senza politica. Il caso Moro alla Fiat e il “qualunquismo operaio”, Roma, Samonà e Savelli, 1979) che raccoglie a caldo, senza filtri, le reazioni degli operai Fiat all’uscita delle porte di Mirafiori:

Porta 2 Mirafiori

La maggioranza degli operai intervistati lamenta il fatto che non si è trattato di un vero sciopero ma di una chiusura imposta in molti reparti dall’azienda stessa che invitava ad uscire e chiudeva i cancelli alle loro spalle: «Questo sciopero è uno sciopero obbligato, cosa vuole d’altronde, c’è l’uscita per tutti… questo è uno sciopero eminentemente politico». Un delegato spiega con disappunto «La Direzione invitava a uscire, la cosa ha creato casino» Altri operai lamentano: «Non siamo neanche riusciti a discuter in fabbrica, «via, via tutti, hanno rapito l’onorevole Moro». Delle operaie aggiungono: «A noi ci hanno sbattute fuori, ci hanno mandate a casa perché non si può lavorare. La direzione ci ha detto che dovevamo andare a casa. Pensiamo che non sia giusto! Continuare a lavorare no, con tutte queste cose che succedono… Ma che non fosse la direzione a mandarci via», e ancora «La Direzione ha fatto chiudere la fabbrica. Questa non una cosa giusta. La cosa giusta è quando uno proclama uno sciopero, lì si vede la forza dello sciopero, c’è o non c’è. Qui ci sono mille persone e tutte hanno scioperato. Ma perché? Perché hanno chiuso la fabbrica? Hai capito perché si è fatto lo sciopero?». A seguire altri operai: «Sciopero? Quale sciopero? Noi non abbiamo mica fatto sciopero. Abbiamo iniziato poi abbiamo smesso. Non tutti abbiamo lavorato fino ad adesso, ma una buona parte. Era una cosa impreparata, chi diceva no, chi diceva si’…», «Penso che parlano tanto di democrazia, ma questa non è democrazia (è un meridionale che parla). Chiudono i cancelli e obbligano gli operai ad accodarsi[…] lo sciopero va fatto di propria volontà! Non con i cancelli chiusi! Perché la gente deve avere coscienza. Uno deve capire e essere convito di quello che fa, non essere obbligato»(15).

«Di Moro son contenti… ci hanno fatto la danza indiana»
51InS9Oyu1L._SX360_BO1,204,203,200_-1Gli operai mostrano molta diffidenza davanti al microfono, se stanno discutendo animatamente all’improvviso fanno silenzio, cercano di sviare le domande, rinviano ai delegati, dichiarano di non occuparsi di politica, altri più sibillini affermano: «Io non penso! A me non mi è dato di pensare. Mi è dato solo di produrre e basta. Se scoprono che penso, mi fanno fuori!», oppure «Spegni quell’affare! Se vuoi che ti risponda spegni quell’affare! (Lo spegniamo. Ci chiede per chi facciamo l’intervista. Rispondiamo per una rivista. Fa un sorrisetto e se ne va)», atteggiamento che spinge gli autori ad domandarsi se quel giovane operaio che si era avvicinato «a testa bassa» fosse addirittura un «Fiancheggiatore?»
(16). Le tante reticenze e silenzi nelle risposte raccolte spingono gli autori a segnalare una mutazione della composizione del ceto operaio che – ai loro occhi – sembra aver smarrito i propri codici linguistici, i propri riferimenti culturali e politici, evidenziando  lo sfarinamento di quella che un tempo era stata la centralità operaia. Analisi – va detto – che per un verso sottovaluta troppo frettolosamente «l’opacità operaia», quello schermo di riservatezza dietro al quale gli operai tutelavano la loro libertà di giudizio per non incorrere nei rigori del regime disciplinare della fabbrica, della legge e nel caso di specie del sindacato e del Pci, per l’altro sembra addossare agli operai gli effetti di quella «solitudine» che le scelte politiche sindacali e i processi di ristrutturazione del ciclo produttivo avevano avviato da tempo. Nonostante l’atteggiamento prudente gli operai intervistati fanno fatica a celare la loro indifferenza verso la sorte di Moro, mentre parole di empatia vengono spesso dedicate agli uomini della scorta caduti nell’agguato: «Penso che quando perde la vita altra gente nessuno fa niente. E’ capitato uno che è un pezzo grosso e si fanno tutte queste cose. Per me tutto questo proprio non bisognava farlo. Si doveva continuare normalmente», ed ancora, «Quello che io penso è tutta un’altra cosa, è una cosa mia che può anche non andare d’accordo con quello che decidono loro»(17). E se c’è chi è d’accordo con lo sciopero e andrà alla manifestazione del pomeriggio, in piazza san Carlo, chiedendo anche «che i prigionieri delle Br sotto processo devono essere uccisi per rappresaglia, come in Germania quelli della Raf», altri, alla domanda su cosa pensano del rapimento, rispondono: «Io direi in prima persona di tagliargli la testa a loro prima che a tutti gli altri. Quelli gli fanno fare la fame a uno che lavora. E loro fanno sparire miliardi. E poi ci sono i miliardi di debito che dobbiamo pagare noi…», «Se dicessi cosa penso sarebbe già troppo. Meglio stare zitti…», «Abbiamo sempre avuto contro la democrazia cristiana, e adesso ci fate fare sciopero per la Dc. Anche la settimana scorsa hanno ucciso qui a Torino un agente, non si è fatto nessuno sciopero perché non era il presidente della Democrazia cristiana. Ho già detto tutto guardi….».  «Di Moro son contenti… ci hanno fatto la danza indiana – racconta un operaio giovane che esce dalle fonderie e ha il manifesto in tasca – io esco dalle fonderie, l’incazzatura è generale, si sono formati subito i capannelli, discorsi ecc. In fabbrica si è discusso del processo alle Br che si svolge a Torino, dell’indifferenza delle strutture dello Stato, del processo di Catanzaro che non va avanti, incazzatura per i quattro morti e per Moro niente…» e ancora dice un altro operaio: «danno uno schiaffo a uno, prima dicevano “che quello lì ha ragione, quello lì bisogna picchiarlo”. Dopo quando davvero gli hanno dato uno schiaffo, allora dicono “No, sciopero!”»(18).

Note
1) Il saggio di Berta è presente in, Tra fabbrica e società, mondi operai nell’Italia de Novecento, a di Stefano Musso, in Annali Fondazione Giacomi Feltrinelli, anno Trentatreesimo, marzo 1999. La citazione è presa da Coscienza operaia oggi. Nuovi comportamenti operai in una ricerca gestita dai lavoratori, a cura di G. Girardi, Bari, 1980, p. 85. Sull’atteggiamento dei lavoratori Fiat verso il terrorismo si veda anche, A Baldissera, Le immagini del terrorismo tra gli operai, “Politica ed economia”, a XII, n. 9 1981, pp. 33-40.
2)  Seguendo l’idea guida del processo di integrazione delle masse nello Stato, si sarebbe giunti ad uno «Stato allargato», o «integrale»: una visione dialettica del nesso Stato-società, sfere della realtà profondamente connesse e in cui agiscono gli stessi soggetti collettivi: le classi, i gruppi sociali, i movimenti, i partiti, gli aggregati di interessi e di idee. Uno dei maggiori artefici di questa visione, che partendo da Gramsci recuperava aspetti del corporativismo e del totalitarismo fascista, fu Pietro Ingrao, in Masse e potere, Editori riuniti 1977 (nuova ed. 2015).
3) Acs, Ministero dell’Interno gabinetto speciale (Migs), Busta 19.
4) L. Lama, Discorso pronunciato in piazza san Giovanni il 16 maggio 1978, Pdf in https://www.rassegna.it/articoli/il-caso-moro-nelle-carte-della-cgil-1.
5) B. Trentin, «Iniziative nelle fabbriche e nelle scuole in difesa della democrazia», l’Unità, 18 marzo 1978.
6) G. Bianconi, 16 marzo 1978, Laterza 2019, p. 157. L’articolo di Bocca appare su La Repubblica del 17 marzo 1978.
7) «La prima cosa che cercammo di capire era cosa significava il rapimento: se fosse un atto chiuso in sé oppure il segnale d’avvio di una strategia di tipo insurrezionale». Guido Bodrato, membro della segreteria della Dc nel 1978, in il Dubbio, 14 Marzo 2018.
8) La Repubblica, 22 aprile 1978.
9) Fondazione Istituto Gramsci, Fondo APC, microfilm 7805, verbale Direzione 16 marzo 1978, n.8, ff. 1-15.
10) Lotta continua, 17-20 marzo 1978.
11) Lotta continua, 18 marzo 1978, p. 12.
12) AA.VV., Movimento Settantasette. Storia di una lotta, Torino, Rosenberg & Sellier, 1979; pp. 258-259)
13) Gli episodi vengono riportati nelle cronache di Lotta continua, 17 marzo, p.3.
14) G. Ferrara, https://m.dagospia.com/non-c-e-controverita-possibile-giuliano-ferrara-rivive-il-rapimento-moro-169498.
15) B. Mantelli e M. Revelli, Operai senza politica. Il caso Moro alla Fiat e il “qualunquismo operaio”, Roma, Samonà e Savelli, 1979, p.19, 22, 24, 25, 39, 41, 52.

16) B. Mantelli e M. Revelli, Op. cit. p. 52.
17) Op. cit., 17, 18.
18) Op. cit., 42, 23, 28, 33, 40.

Quando la ricerca storica fa paura

Campagnadiprimavera

L’ultima relazione dei Servizi di sicurezza per l’anno 2019, depositata in parlamento nelle scorse settimane (leggi qui), punta l’indice contro la ricerca storiografica indipendente sugli anni 70. A preoccupare gli apparati di sicurezza è la presenza di una lettura non omologata di quel periodo, etichettata come «propaganda», rispetto alle versioni storiografiche ufficiali. Il pericolo – scrivono gli estensori del testo – è quello di «tramandare la memoria degli “anni di piombo” e dell’esperienza delle organizzazioni combattenti», un «impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili» che – sempre secondo i Servizi –  rischia di trovare consensi «nell’uditorio giovanile». Quel decennio, nonostante il quasi mezzo secolo trascorso, suscita ancora grossi timori in settori di peso delle istituzioni che pretendono di mantenere una tutela etica sul periodo, estendendo all’infinito la logica emergenziale fino ad occupare il campo della conoscenza del nostro passato più prossimo. In un solenne discorso pronunciato il 9 maggio 2009, in occasione della “giornata in memoria delle vittime delle stragi e del terrorrismo”, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva chiesto il bavaglio verso una parte dei protagonisti di quel periodo1. «Chi controlla il passato controlla il futuro», scriveva Georges Orwell in un felice passo del suo 1984

Da alcuni anni è venuto meno il monopolio delle fonti, in passato nelle mani solo della magistratura e delle commissioni parlamentari con la loro scia di consulenti e periti che hanno elaborato il più delle volte narrazioni mistificatorie. Alla voce importante dei testimoni ora si è aggiunta questa importante novità: un’apertura che contiene i germogli di una nuova primavera storiografica. Non è cosa da poco tornare ad una attività di ricerca che rifugge rappresentazioni monocromatiche e sottopone a critica il paradigma penale che ha fatto della visione poliziesca e complottista la chiave di lettura di quegli anni. Agli apparati, come ai dietrologi, tutto ciò non piace. Per decenni l’accesso riservato alle carte aveva messo nelle loro mani un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, totalmente stabilizzatore, una narrazione ostile alla storia dal basso, che nega alla radice l’agire dei gruppi sociali fino a negare la capacità del soggetto di muoversi e pensare in piena autonomia, secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale, dando vita ad una sorta di nuovo negazionismo storiografico.

1 Discorso tenuto nel corso della celebrazione della terza giornata della memoria delle vittime di stragi e terrorismo, «Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso: ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni».

Il passo, p. 199, della “RELAZIONE SULLA POLITICA DELL’INFORMAZIONE PER LA SICUREZZA 2019”

«L’attività di costante monitoraggio informativo assicurata dal Comparto intelligence ha rilevato, in linea di continuità con gli ultimi anni, il proseguire dell’impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili”, volto a tramandare la memoria degli “anni di piombo” e dell’esperienza delle organizzazioni combattenti. La propaganda si è in particolare rivolta, in un’ottica di proselitismo, a un uditorio giovanile, con un occhio di riguardo alla composita area dell’antagonismo di sinistra, sulle cui sensibilità risulta tarata una lettura trasversale, in chiave rivoluzionaria, dell’“antifascismo”, dell’“anti-imperialismo”, dell’“antimilitarismo” nonché delle questioni correlate al disagio sociale, dall’emergenza abitativa a quella migratoria, passando per le criticità del mondo del lavoro».

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Moro e quella concitata sera del 15 marzo 1978

Per capire il comportamento politico tenuto dalle maggiori forze politiche nei giorni del sequestro Moro bisogna osservare con attenzione quel che avvenne la settimana precedente, quando la lunga trattativa condotta da Moro per il varo dell’ennesimo governo Andreotti giunse a termine. Con una maestria incredibile, dopo aver estenuato gli emissari del Pci, Moro con colpo di mano finale cambiò la carte in tavola a tempo ormai scaduto cancellando dalla lista dei nuovi membri del governo i tre ministri indipendenti di sinistra che il segretario della Dc Zaccagnini e il primo ministro incaricato Andreotti avevano negoziato con il Pci. Tempo prima, all’ambasciatore americano Richard Gardner, il leader Dc aveva spiegato di ritenere «necessario guadagnare altro tempo. Ci sarebbe voluto almeno un anno per creare un clima elettorale in cui il Pci avrebbe subito una pesante sconfitta e la Dc una netta vittoria. Il trucco stava nel trovare un modo per tenere il Pci in una maggioranza parlamentare senza farlo entrare nel Consiglio dei ministri». Nei tre precedenti incontri che si erano tenuti lungo tutto il 1977, Moro aveva spiegato al diplomatico Usa che da parte democristiana non c’era mai sta la volontà di condividere il potere con i comunisti, ma che la situazione economico-sociale e la forza elettorale che avevano raggiunto imponevano delle concessioni. Non potendo andare ad elezioni anticipate, che avrebbero rischiato di rafforzare ulteriormente il Pci, bisognava mantenere le redini del governo, aprendo ai comunisti l’ingresso nella maggioranza e coinvolgendoli nella elaborazione di un programma di governo senza concedere loro alcun ministero. Una strategia rivolta ad impegnare il Pci nella difesa dello Stato avvalendosi della sua capacità di fare argine contro la protesta sociale

Quella concitata sera del 15 marzo 1978
Moro scorta«Quel mercoledì ero stato quasi tutta la serata col presidente. I comunisti contestavano che il governo era stato fatto col bilancino, assecondando le pretese di tutte le correnti Dc. Moro era convinto che non si potesse fare altrimenti, che solo a quelle condizioni la Dc poteva accettare che i comunisti entrassero nella maggioranza. A un certo punto mi disse: “Il Pci deve sapere che può essere solo così”». Tullio Ancora, consigliere di Aldo Moro, incaricato di tenere i rapporti con Botteghe oscure1, racconta in questo modo l’ultima sera di libertà del Presidente della Dc nello studio di via Savoia 88, base operativa della sua corrente, dove si riuniva con i suoi fedeli collaboratori. Un appartamento di 240 metri quadri, sette stanze e sei armadi blindati nei quali conservava documentazione di varia natura, anche dossier – si scoprì dopo la sua morte – di proprietà dello Stato (e che, dunque, non dovevano trovarsi lì). Fascicoli che decenni dopo richiesero mesi di lavoro alle Commissioni incaricate della stesura di un inventario. Tullio Ancora aggiunge: «Andammo avanti a lavorare fino alle 22. L’ultimo incarico che mi diede Moro, a tarda sera, fu di avvertire Berlinguer che, al di là delle perplessità, quella lista la dovevano accettare così com’era, altrimenti saltava il governo. Mi incontrai con Barca di notte, ma prima di quel messaggio a Berlinguer, all’indomani, arrivò la notizia del rapimento e dell’uccisione della scorta»2. Congedato Ancora, Moro si attardò ulteriormente rimanendo a parlare con il suo collaboratore Nicola Rana: «Io e l’onorevole Moro la sera del 15 siamo rimasti a chiacchierare all’uscita di via Savoia fino alle 23-23.30 proprio perché Moro diceva: “Rana, mi raccomando, domani, non appena finiamo…”. Avevamo le tesi di laurea da discutere il 16 mattina, ragion per cui Moro aveva deciso di fare un passaggio alla Camera, di sentire il discorso di Andreotti e poi per le 11 di essere all’università, dove avevamo 12 allievi da laureare»3.
Secondo alcune testimonianze, intrattenersi fino a tardi nello studio di via Savoia era per Moro una consuetudine. Anni dopo Francesco Cossiga rivelò che questa sua abitudine era un modo per tenersi lontano dalle tensioni familiari4, ma quella sera del 15 marzo la famiglia non c’entrava nulla, era in ballo il futuro del nuovo governo monocolore guidato da Andreotti. I segnali di forte insofferenza che stavano montando tra i dirigenti comunisti preoccupavano il dirigente democristiano perché avrebbero potuto ripercuotersi in parlamento, privando il nuovo esecutivo del voto di fiducia del Pci.

Incontro nella notte
Anche Luciano Barca5, che nelle settimane precedenti aveva preso parte a due incontri riservati tra Moro e Berlinguer, ha raccontato quel che avvenne quella lunga sera. A mezzanotte squillò il telefono di casa. All’altro capo del filo c’era Ancora che voleva vederlo subito nonostante l’ora tarda. I due abitavano vicino e si vennero incontro a metà strada. Barca prese appunti tenendo il foglio su un cofano d’auto6: «Moro è preoccupato delle riserve che sono state formulate dal Pci alla lista del governo e fa appello a Berlinguer affinché non si riapra il dibattito che faticosamente i gruppi parlamentari Dc hanno appena chiuso. […] Decido che è inutile svegliare Berlinguer (che tra l’altro non ama parlare per telefono e in sedi non proprie: tutti i miei resoconti e tutte le discussioni sulle risposte da dare hanno avuto come unica sede il suo ufficio di Botteghe Oscure, spesso con la partecipazione di Bufalini o Natta) e batto a macchina l’appunto per consegnarglielo al mattino»7. L’incontro quel mattino non ci fu, quel messaggio giunse a Berlinguer molto più tardi. La notizia dell’azione di via Fani modificò radicalmente la situazione. Racconterà Berlinguer: «Mi trovavo nella sede del gruppo comunista alla Camera, nella stanza dell’onorevole Natta, quando, intorno alle 9 e un quarto entrarono per darci la notizia prima il giornalista Angelo Aver, di “Paese Sera”, e immediatamente dopo l’onorevole Di Giulio. Entrarono successivamente altri compagni, altri collaboratori. Dopo una brevissima consultazione, decidemmo di recarci immediatamente a Palazzo Chigi dove trovammo che erano già convenuti o stavano convenendo numerosi esponenti politici e ministri. In quel momento, nelle stanze di Palazzo Chigi c’era una certa confusione»8. Fu dunque la circostanza eccezionale del rapimento, come si può leggere nelle parole di Giorgio Napolitano tenute in apertura della riunione di Direzione del 16 marzo, che spinse il Pci a tralasciare ogni riserva sulla composizione del governo e votare la fiducia: «Nella riunione di emergenza avvenuta stamane, poco dopo le 10 tra il Presidente del ConsiglioAndreotti ed i Segretari dei partiti dell’arco democratico, si è convenuto di accelerare all’estremo tutto l’iter della fiducia per fare in modo che il governo la ottenga entro la nottata dai due rami del Parlamento, per esplicare i suoi compiti gravi e delicati con pienezza di poteri. […] Berlinguer farà un intervento molto breve, sotto i 30 minuti concordati, nel quale darà risalto alle questioni dell’emergenza, quella più generale e quella di punta ora, e farà appello alla solidarietà democratica»9.
Si trattò di una improvvisa accelerazione politica che nel giudizio di alcuni storici è la prova di come in quei giorni si produsse «un’adesione comunista, per molti versi definitiva, alle istituzioni della democrazia italiana»10. Una valutazione analoga venne anche da Mario Moretti, che nel libro intervista con Rossanda e Mosca riconobbe la propria sorpresa davanti al livello di integrazione istituzionale ormai raggiunto dal Pci. I brigatisti, sbagliando, ritenevano che l’operazione Moro avrebbe suscitato una crisi difficilmente gestibile all’interno del Pci, favorendo uno scollamento tra i vertici del partito e una base che aveva mostrato segni di insofferenza di fronte alla strategia del compromesso storico11. Anche Moro – racconta sempre Moretti – all’inizio della sua prigionia «sta a vedere quel che succede, esattamente come noi. E quel che succede è sorprendente, sconvolgente. Anche lui ha bisogno di pensarci. [Per questo rimarrà] prima sorpreso, poi incredulo, sconcertato, irritato. Sempre lucidissimo però […] convinto che il blocco si smuoverà da quella chiusura solo se la Dc avrà un’iniziativa, si muoverà per prima. E comincia la sua battaglia politica con il suo partito»12.

L’intransigenza di Moro e la rabbia cupa del Pci
L’ingresso del Pci nella nuova maggioranza di governo, dopo la difficile parentesi del «governo delle astensioni»13, era stato pagato con un alto prezzo politico proprio a causa della rigida posizione di Moro. Negli ultimi giorni che precedettero il 16 marzo: «si chiarì che nel nuovo esecutivo non sarebbero mai stati inseriti né esponenti di altri partiti[…] né “tecnici di area”, come richiesto dai repubblicani, malgrado i tentativi in questo senso di Andreotti»14.
Dopo estenuanti trattative, la lista dei ministri era stata resa pubblica alle 21.00 di sabato 11 marzo. Alle 17.00 il presidente del Consiglio incaricato si era recato al Quirinale per sciogliere la riserva, ma c’erano volute ancora tre ore di negoziato per riempire le ultime caselle. Nonostante gli impegni assunti durante le trattative il monocolore democristiano si riproponeva senza novità: una tradizionale compagine suddivisa rigorosamente per correnti, secondo criteri del passato: 13 dorotei, 7 fanfaniani-forlaniani, 6 morotei, 6 forzanovisti, 4 basisti, 4 andreottiani, 3 del gruppo Rumor-Gullotti, uno per Colombo: Il «ministero delle anime morte» titolava un editoriale de «la Repubblica» il giorno dopo15. Non una delle richieste avanzate dal Pci, che pure lo stesso Andreotti, con Zaccagnini, avevano appoggiato, era stata accolta e ciò per una precisa volontà di Moro, che per garantire l’unità della Dc e fare fronte ai veti del Psdi aveva corretto la lista dei ministri reintroducendo nomi di esponenti politici democristiani per nulla graditi ai comunisti. Una sorpresa amara per Botteghe Oscure, che troppo presto aveva dato per vinta la partita. Completamente spiazzato apparve, infatti, il commento positivo di Natta apparso su «l’Unità» del 12 marzo, dato al giornale prima che venisse diffusala lista ufficiale dei ministri: «Pur nei limiti del monocolore, noi abbiamo ritenuto l’opportunità della presenza di personalità indipendenti di prestigio e della corrispondenza della compagine governativa alla esigenza di impegno, di capacità operativa e di coerenza con lo sforzo eccezionale e con la solidarietà occorrenti. Mi sembra anzi che questa sia la garanzia prima di un rapporto corretto e positivo tra governo e maggioranza, tra indirizzo ed esecuzione»16.
Di fronte al fatto compiuto il commento di Chiaromonte fu ben diverso: «Una lista desolante. Pochissimi cambiamenti, e di non grande peso politico. Alcuni trasferimenti da un ministero all’altro, peraltro incomprensibili nelle loro motivazioni. La maggioranza dei ministri confermata: anche quelli, come Donat Cattin e Bisaglia17, ostili apertamente e combattivamente alla politica di solidarietà democratica. Nessun tecnico indipendente al di fuori di Ossola, che faceva già parte del precedente governo. A molti sembrò una sfida ai comunisti e alla nuova maggioranza parlamentare»18.
Tra i tecnici indicati dal Pci, non c’era il nome di Luigi Spaventa, economista, eletto in parlamento come indipendente nelle liste del Pci19. Le valutazioni positive di Natta furono tanto più imbarazzanti perché «l’Unità» pubblicò sotto al suo intervento la lista dei ministri con un commento molto severo: «Ancora una volta la Democrazia cristiana si è dimostrata incapace di superare la logica delle correnti, le pressioni e le pretese dei gruppi, e di far corrispondere la scelta e la collocazione degli uomini a esigenze generali di qualificazione e di organicità dell’azione di governo nell’interesse del Paese»20. Quelle parole mettevano a nudo l’ingenuità della strategia comunista e la cosa divenne ancora più rimarchevole alla luce dei commenti apparsi nei giorni successivi sugli altri quotidiani: un fondo di Scalfari su «la Repubblica» del 16 marzo descrisse i malumori nel Pci: «dirigenti furibondi, negoziatori messi sotto accusa […] militanti delusi», e chiamò in causa il complesso di inferiorità del Pci riguardo alla propria legittimazione: «I comunisti sono stati talmente cauti da aver consentito, in nome della cautela, la nascita di uno sgorbio ministeriale»21. La reazione dei dirigenti di Botteghe oscure è descritta come «aspra» da Giuseppe Fiori nella sua biografia di Berlinguer: «Pajetta telefona ad Andreotti e gli parla severamente. È subito riunita la segreteria comunista con i presidenti dei gruppi. Si discute vivacemente. È anche espressa l’opinione che a questo nuovo governo (ma si ironizza sul nuovo) debba negarsi il voto favorevole. In tutti c’è ripensamento e dubbio»22. Pecchioli ricorda che quella sera «Berlinguer era furibondo. Raramente aveva preso tanto male qualcosa». Pajetta era per la rottura. In ogni caso – riferisce Natta – «pensavamo ad un discorso di Berlinguer molto duro e molto critico»23. La scelta comune, però, è di «lasciare che a pronunziarsi sia la Direzione dopo aver ascoltato Andreotti in Parlamento»24. Secondo Finetti l’intervento d’autorità di Moro avrebbe creato dissapori con Zaccagnini, «che infatti, quella sera, abbandona il suo ufficio dissociandosi da Moro e ventilando le dimissioni da segretario»25. Un attrito che avrebbe suscitato nei vertici del Pci l’attesa «di una presa di distanza da Moro» del segretario della Dc e di Andreotti. Gianni Gennari, molto vicino a Zaccagnini nei giorni del sequestro, ha confermato l’insofferenza e il forte dissenso di Zaccagnini per le scelte di Moro e non solo e la sua volontà di dimettersi dal ruolo di segretario: «Mi disse più volte che non era contento di come erano andate le cose per la soluzione politica di quella crisi di governo. Neppure era convinto della composizione del nuovo governo Andreotti che proprio la mattina della strage si era presentato alla Camera. Anche un recente “rimpasto” degli organi di partito – di cui pure era lui il segretario – non lo aveva soddisfatto…Avevano combinato tutto Moro e Andreotti. Lui aveva preso la decisione, quindi, e me lo disse chiaro, di dare le dimissioni da segretario. Dunque se le Br non avessero rapito Aldo Moro, Benigno Zaccagnini, appena varato il governo Andreotti con il Pci nella maggioranza si sarebbe dimesso da segretario della Dc. Per la cronaca lo ha scritto una volta anche Enzo Biagi, nero su bianco, mai smentito da qualcuno…Zac voleva tornare a Ravenna, a fare il pediatra. Era stanco di quella politica, che aveva voluto anche lui, ma di cui troppe cose, troppe persone, troppe vicende concrete non gli piacevano. Lo aveva detto anche a Moro, e negli ultimi giorni qualche colloquio non era stato del tutto normale. Zaccagnini era inquieto, e ne aveva detto le ragioni precise: inascoltato, nel partito di cui pure era segretario e nel governo…Ma le Br rapirono Moro, e lui fu costretto a restare. In quelle condizioni le sue dimissioni divennero impossibili»26.
Finetti aggiunge anche un retroscena: «Scalfari in quelle stesse ore parte all’offensiva di Moro accusandolo di essere lui a celarsi dietro il nome in codice «Antelope Cobbler» della lista delle tangenti della Loockhed, pubblicando in terza pagina un articolo intitolato, Antelope Cobbler? Semplicissimo è Aldo Moro presidente della Dc27. A dire il vero questa informazione apparve anche su altri quotidiani, come il «Corriere della sera», «La Stampa» e «Il Giorno». Il numero de «la Repubblica», comunque, venne immediatamente ritirato dalle edicole dopo la notizia del sequestro e sostituito con una edizione straordinaria nella quale non troverà più posto l’articolo che chiamava in causa Moro28.

Tratto da Brigate rosse, dalle Fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017


Note
1
La testimonianza della sua attività come emissario delle diplomazia segreta con il Pci si può leggere in T. Ancora, Enrico, perché senza scorta; in Enrico Berlinguer, a cura di R. Di Blasi, pp. 110 e segg., Editrice l’Unità, Roma 1985.
2 I due passaggi sono tratti da «Avvenire», 7 maggio 2008, Moro e il Pci, un’amicizia travolta dal rapimento, intervista di A. Picariello a Tullio Ancora e Enrico, perché senza scorta, cit. p. 111.
3 Audizione di Nicola Rana, CM2 Martedì 16 febbraio 2016.
4 «Se Moro ti incontrava alle dieci di sera eri fottuto perché ti teneva a discorrere fino a mezzanotte pur di non tornare a casa presto. Lui tornava a casa all’una e si faceva un uovo al tegamino», in L’uomo che non c’è, intervista di Claudio Sabelli Fioretti a Francesco Cossiga, Aliberti editore 2007. Anche Nicola Rana in CM2, audizione del 16 febbraio 2016, fece un accenno ai problemi familiari: «Quel giorno, il 15 marzo, era accaduta soltanto una cosa che teneva la preoccupazione di Moro. C’era stata una lite.[…]  Il presidente Moro era preoccupato per alcune questioni familiari, per un litigio che era intercorso proprio quella giornata tra la signora Chiavarelli e la figlia Anna. C’era stato un fortissimo litigio».
5 Parlamentare e membro della Direzione del Pci, esperto di politica economica, incaricato dal segretario del Pci E. Berlinguer di tenere i contatti con l’entourage di Moro.
6 La scena è raccontata in questo modo da G. Fiori in, Vita di Enrico Berlinguer, cit. pp. 352-353.
7 L. Barca, «Gli incontri segreti con Moro», in Enrico Berlinguer, Edizioni l’Unità, 1985, p.107.
8 Commissione Moro 1, audizione di Enrico Berlinguer, vol. 5, p. 350.
9 FG, APC, microfilm 7805, verbale Direzione del 16 marzo 1978, numero 8, fogli 3-4.
10 A. Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, cit., p. 14.
11 M. Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, intervista con Rossana Rossanda e Carla Mosca, Anabasi, Milano (prima edizione) 1994, pp. 144-146.
12 Ibid.
13 Giuseppe Fiori riassume così il bilancio del Pci sull’accordo di programma a cui aveva preso parte in cambio della propria «non sfiducia»: «Una scatola vuota; peggio un recipiente dove la Dc mette poco del pattuito e parecchie sue convenienze. In Parlamento rimanda, sabota, snatura punti del programma sui quali s’era raggiunta l’intesa dopo trattative estenuanti: la riforma sanitaria, l’equo canone, i patti agrari, il sindacato di polizia, i nuovi poteri degli enti locali. I singoli ministri agiscono senza considerazione alcuna per i partiti dalla cui astensione derivano il potere, e lo si vede nelle nomine pubbliche, spesso scandalose, sempre di bottega»; G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, cit., p. 341. Opinione condivisa anche da Francesco Barbagallo che scrive: «Il Pci usciva molto provato dalla esperienza governativa del 1977. In mancanza di provvedimenti riformatori sul terreno dello sviluppo, del Mezzogiorno, dell’occupazione e dell’organizzazione del lavoro, era diventato bersaglio della protesta giovanile, del disagio operaio, della delusione degli strati intermedi e intellettuali»; F. Barbagallo, «Il Pci dal sequestro di Moro alla morte di Berlinguer», in L’Italia Repubblicana nella crisi degli anni 70. Sistema politico e istituzioni, a cura di G. De Rosa e G. Monina, Rubettino, Soveria Mandelli 2003, p. 80.
14 A. Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, cit., p. 34. Egli cita in particolare una nota riservata di Luciano Barca a Berlinguer e Chiaromonte del 5 aprile 1978 in FG, APC, microfilm 7804, f. 0016.
15 «la Repubblica», 12 marzo 1978.
16 «l’Unità», colloquio con Alessandro Natta, Mettere a frutto le maggiori possibilità di rinnovamento, 12 marzo1978.
17 Il primo all’Industria, il secondo alle Partecipazioni statali.
18 G. Chiaromonte, Le scelte della solidarietà democratica. Cronache, ricordi e riflessioni sul triennio 1976-1979, Editori riuniti, Roma 1986, p. 100. L’espediente dei «tecnici indipendenti» doveva celare, in realtà, il coinvolgimento nel governo di ministri graditi al Pci.
19 A rivelare la circostanza è l’ambasciatore statunitense Gardner che riporta il contenuto di un colloquio con Amintore Fanfani del 18 dicembre 1977, R.N. Gardner, Mission Italy, cit., p. 179.
20 «l’Unità», 12 marzo 1978.
21 E. Scalfari, La firma di Natta non vale una messa, «la Repubblica», 16 marzo 1978.
22 G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, cit., p. 352.
23 C. Valentini, Berlinguer, Editori riuniti, Roma 1997, p. 285.
24 G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, cit., p. 352.
25 L’episodio sembra trovare, tuttavia, una smentita indiretta nelle parole di Moro presenti nella sua ultima lettera a Zaccagnini del 5 maggio 1978, non consegnata, dove scrive: «Essendoci lasciati in ottima intesa la sera del martedì», intendendo il giorno prima di mercoledì 16 marzo.
26 Teologo, consigliere di Berlinguer per gli affari religiosi, predispose il testo della lettera ai cattolici Italiani, inviata il 7 ottobre del 1977 al vescovo di Ivrea, Monsignor Bettazzi. La testimonianza di Gennari su Zaccagnini è apparsa su «La Stampa», 15 luglio 2012.
27 U. Finetti, Caso Moro, trent’anni di mistificazioni, in «Critica sociale», 13 marzo 2008.
28 «la Repubblica», 16 marzo 1978 (edizione ordinaria).

Per saperne di più
Diario del sequestro Moro

 

Geografia del rapimento Moro, 16 marzo 1978

Una ricostruzione fotografica dei luoghi del rapimento Moro immortalati dal fotografo Luca Dammico

Senza uscita
Geografia del caso Moro
Parte I – 16 marzo

 

Via Angelo Brunetti – Nella notte tra il 15 e il 16 marzo due brigatisti bucano le gomme del furgone da lavoro di Antonio Spiriticchio, che tutte le mattine vende fiori all’angolo tra via Stresa e via Mario Fani e che rischierebbe così di trovarsi sulla linea di tiro e di intralciare l’azione
Via Savoia, 88 – La sera del 15 marzo Aldo Moro si intrattiene nel suo studio, in compagnia dei suoi più stretti collaboratori: Nicola Rana e Corrado Guerzoni. Il giorno dopo avrà luogo un importante dibattito parlamentare e il successivo voto di fiducia al quarto governo Andreotti, un governo sostenuto per la prima volta dai voti del Partito Comunista e nato grazie alla fondamentale opera di mediazione dello stesso Moro

Via del Forte Trionfale, 89 – Il 16 marzo 1978 Aldo Moro esce di casa alle 8 e 55. La sua scorta è formata da due automobili: una Fiat 130 con a bordo l’onorevole, il suo caposcorta (Maresciallo Oreste Leonardi) e l’autista (l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci) e una Alfetta, con all’interno i tre poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Sono tranquilli e non in condizione di particolare allerta

Via Mario Fani – Pochi minuti dopo le 9.00, seguendo il percorso consueto, le due auto si immettono in via Mario Fani provenendo da via Trionfale. Li aspettano dieci membri delle Brigate Rosse. La prima a entrare in azione è Rita Algranati, che attraverso un segnale concordato (ha in mano un mazzo di fiori) comunica agli altri membri del commando che le due auto hanno imboccato la via. A questo punto una Fiat 128 con targa diplomatica (rubata) guidata da Mario Moretti e parcheggiata a lato della carreggiata, si immette nella corsia proprio davanti all’automobile di Moro, in modo da condizionarne l’andatura, imporle un arresto nel punto concordato e impedirne la fuga al momento dell’assalto. Quando il convoglio giunge allo STOP tra via Fani e via Stresa, la Fiat 128 arresta la sua corsa costringendo le due macchine della scorta a fermarsi proprio in prossimità di alcune siepi, dietro le quali quattro uomini vestiti da piloti d’aereo attendono armati di mitra (poco più avanti si trova la fermata di un autobus privato che conduce alcuni piloti a Fiumicino, questo travestimento ha permesso ai brigatisti di passare inosservati pur dovendo aspettare fermi per diverso tempo). Contemporaneamente si attivano due blocchi del traffico, uno superiore, attivato al passaggio dell’Alfetta di scorta e composto da due brigatisti armati (Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri) e uno inferiore (Barbara Balzerani), in mezzo all’incrocio, entrambi per tenere lontani passanti e automobili estranee all’azione. In pochi secondi i quattro brigatisti/avieri, identificati in Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Franco Bonisoli e Valerio Morucci, sparano circa un centinaio di colpi in direzione dei cinque uomini della scorta. Quattro agenti non fanno in tempo neanche ad abozzare una reazione, tanto è il fattore sorpresa; soltanto uno (anche a causa del malfunzionamento di alcuni dei mitra in dotazione alle BR) ha modo di uscire dall’auto (dal lato destro) ma viene colpito a morte prima di poter scappare. A sparatoria finita Aldo Moro, illeso e sotto shock, viene fatto scendere dall’automobile e fatto salire sul sedile posteriore di una Fiat 132, condotta da Bruno Seghetti in retromarcia da via Stresa fino all’incrocio. Questa e altre due macchine (altre due Fiat 128) con a bordo tutte e nove le persone coinvolte si dileguano in salita per via Stresa.

Via Stresa angolo via Trionfale – Percorsa interamente via Stresa, le tre vetture svoltano a sinistra in via Trionfale, in direzione centro (scelta giudicata meno prevedibile da eventuali inseguitori)

Via Trionfale – il convoglio percorre la via per circa 800 metri, molto probabilmente incontrando anche una volante che, udito alla radio l’accaduto, si sta dirigendo verso via Fani in senso contrario

Via Trionfale (a destra nella foto) / via Carlo Belli (a sinistra) – Al termine di una leggera discesa una curva verso destra molto brusca e poco visibile permette alle tre automobili di imboccare via Carlo Belli, una via privata quasi nascosta alla normale viabilità, la Fiat 128 che funge da battistrada sbaglia la curva ed è costretta a fermarsi per fare manovra, venendo superata dalle altre due automobili

Via Carlo Belli – Dopo circa due minuti dall’inizio della fuga, le tre auto (che sono a questo punto già ricercate dalla forze dell’ordine) sono sostanzialmente invisibili

via Carlo Belli / via Casale de Bustis – La via privata termina con una curva ad angolo retto che immette in via Casale de Bustis, praticamente una via sterrata, anch’essa sconosciuta alla maggior parte dei romani

Via Casale de Bustis è chiusa al traffico e termina con una catena (oggi con una sbarra di metallo), ma ciascuna delle tre automobili del convoglio è dotata di tronchesi. Un passeggero della Fiat 132, che a quel punto fa da battistrada, scende in strada per tagliare la catena; passate le vetture sarà compito di Barbara Balzarani rimetterla al suo posto per non attirare l’attenzione. La colonna di macchine è ora nel quartiere residenziale della Balduina

Via Massimi / via Bitossi – la Balduina è la zona preposta al cambio delle autovetture. Le tre Fiat sono state viste fuggire da via Fani e sono perciò identificabili. Arrivati in via Massimi, Valerio Morucci scende dalla Fiat 128 blu e si mette al volante di un furgone bianco Fiat 850, precedentemente parcheggiato in via Bitossi, mentre Bruno Seghetti lascia il volante della Fiat 132 (dove c’è Aldo Moro, nascosto sotto un plaid) a Mario Moretti e si mette alla guida di una Dyane azzurra lasciata proprio in via Massimi

Piazza Madonna del Cenacolo – Il corteo di ormai cinque autovetture si arresta su un lato della piazza, opposto a quello qui visualizzato (all’epoca non c’era il giornalaio e solo un’attività commercaile era aperta). La piazza era molto disadorna come si può vedere nella fotocartolina qui sotto. Le due Fiat 128 sostano pochi secondi e proseguono verso via Licinio Calvo.

Madonna del cenacolo.jpg
Piazza Madonna del Cenacolo negli anni 70, molto poco trafficata. Il trasbordo avviene nella zona dove si trova raffigurata la roulotte. Angolo della piazza protetto sul lato destro e posteriore  dalle mura di un Istituto religioso. Dal sedile posteriore della Fiat 132 Moro viene fatto salire sul furgone Fiat 850 e fatto rannicchiare in una cassa di legno. Da qui i membri delle Brigate Rosse si dividono: il furgone con a bordo Moretti e Gallinari e la Dyane con Seghetti e Morucci si dirigono in discesa per via della Balduina, mentre gli altri componenti del commando, dopo aver abbandonato le tre Fiat in via Licino Calvo, poco lontana, si disperdono scendendo le scalette che conducono in via Prisciano e da qui in via delle Medaglie d’Oro  (i membri della colonna romana verso le loro basi, quelli venuti da fuori verso la stazione Termini)

Via Damiano Chiesa – Dopo un breve tratto di via della Balduina, i due mezzi svoltano a destra imboccando via Damiano Chiesa in direzione di viale di Valle Aurelia e successivamente a sinistra in una via residenziale secondaria: via Mario Fascetti

Scendendo via Damiano Chiesa il convoglio brigatista svolta sulla sinistra (a destra nella foto) dove è visibile via Mario Fascetti

Via fascetti.jpg

Via Mario Fascetti, strada privata oggi chiusa da sbarre ma all’epoca aperta. In fondo alla via il convoglio brigatista con Moro a bordo è obbligato a svoltare a destra, in via Papiniano. Sulla sinistra si erge l’enorme muraglione della ferrovia Roma-Viterbo


via Papiniano – Percorsa interamente via Fascetti, il furgone e la Dyane arrivano in via Papiniano, la percorrono fino a svoltare sulla sinistra in via Proba Petronia

Via Proba Petronia è una strada estremamente tranquilla e poco trafficata, su cui affacciano solo palazzine residenziali, che sale fino al punto più alto del colle della Balduina. Sul suo lato sinistro sorgono le abitazioni, su quello destro invece affaccia sul brullo e disabitato pendio che conduce alla Valle Aurelia

Quello che a prima vista potrebbe sembrare un vicolo cieco rappresenta invece una via di fuga totalmente imprevedibile per le volanti delle forze dell’ordine, ormai lanciate all’inseguimento: quasi al termine di via Proba Petronia i brigatisti svoltano a destra in una via se possibile ancora più secondaria e nascosta delle precedenti, via Armando di Trullio. Stradina talmente angusta che porta i due mezzi del commando brigatista quasi a toccarsi

Percorrendo in discesa questa via stretta e tortuosa si arriva infatti nel pieno della Valle Aurelia, passando in pochi secondi in un quadrante della città solitamente poco raggiungibile e soprattutto poco abitato

Il convoglio percorre perciò tutta via di Valle Aurelia, svolta in via Bonaccorsi, poi in via Moricca, dove è stato parcheggiato un secondo furgone per un eventuale ulteriore cambio, di cui non c’è però bisogno, e prosegue fino a via Baldo degli Ubaldi. È uno dei punti più esposti dell’intero percorso, che fino a questo momento non ha incontrato nessun semaforo. Il largo viale viene percorso in salita fino a piazza Irnerio dove il convoglio incrocio via Aurelia Nuova, percorsa verso sinistra per un breve tratto fino a via Ludovico Altieri

via Madonna del Riposo – Così facendo i due mezzi con il sequestrato passano, senza fermarsi, a pochissimi metri da una base delle BR, in via Palombini 19, e giungono in piazza San Pio V. Da qui, attraverso via Madonna del Riposo, in piazza di Villa Carpegna

Da piazza di Villa Carpegna si diramano moltissime vie in tutte le direzioni; la scelta dei brigatisti (ponderata sempre con l’obiettivo di non incontrare semafori o traffico) è quella di svoltare in via di Torre Rossa e poi in via Aurelia Antica, entrambe circondate da ville e conventi

Da via Aurelia, sempre con lo stesso criterio il furgone e l’automobile di appoggio entrano in via della Nocetta, che costeggia la villa Pamphili per alcuni chilometri, incontrando sparute abitazioni e qualche casale

Via della Nocetta circondata su un lato dalle mura di Vialla Pamphili e sull’altro dalla valle dei casali

via della Nocetta strada ancora oggi poco trafficata

Ancora via della Nocetta

Via della Nocetta finisce su via Leone XIII (L’olimpica). Il convoglio svolta a destra per un breve tratto per immettersi in via del Casaletto che inizia in quel punto. Unico tratto veramente critico del percorso perché c’è uno slargo dove spesso (ancora oggi) sostano mezzi delle Forze di polizia per effettuare controlli. Quella mattina fila tutto liscio. Via del Casaletto, ancora una volta una strada poco trafficata, scorre parallela alla ben più frequentata viale dei Colli Portuensi, costeggiando la Valle dei Casali. La percorrono praticamente tutta fino ad arrivare a una piccola traversa sulla sinistra, via Balboni, per poi immettersi nella ripida discesa di via Bellotti

In fondo a via Bellotti, riconoscibile dal cemento armato con cui è costruito, si scorge l’obiettivo di questa seconda parte del percorso: la Standa (Oggi Conad) di viale Newton, provvista di parcheggio coperto. Qui, mimetizzati tra i clienti mattinieri occupati dai loro pacchi, Moretti e Maccari, che era in attesa sul posto, caricano la cassa con il Presidente su una Ami 8, un’utilitaria di proprietà di Laura Braghetti

Il parcheggio coperto della Standa di viale Newton. A questo punto le strade si dividono ancora: Valerio Morucci e Bruno Seghetti hanno il compito di portare lontano da questa zona di Roma i due mezzi utilizzati (li lasceranno a Trastevere, il furgone inizialmente parcheggiato in piazza san Cosimato e poi definitivamente lasciato davanti alla fontana del Prigione, in via Goffredo Mameli), e successivamente fare la telefonata di rivendicazione.  Moretti e Maccari con Moro all’interno della cassa si dirigono verso il garage di via Montalcini 8, dove il prigioniero verrà trasportano nell’appartamento 1, al piano rialzato, il luogo destinato alla prigionia e il cosiddetto «processo». Gallinari li raggiungerà a piedi percorrendo la stessa strada, via Luigi Corti, una tortuosa stradina interna che parte dall’uscita del parcheggio della Standa e raggiunge la Portuense all’altezza di largo la Loggia. Da lì, dopo un breve tragitto di pochi minuti arriva in via Montalcini

Via Montalcini 8 dove Aldo Moro trascorrerà gli ultimi cinquantacinque giorni della sua vita

Per saperne di più
Diario del sequestro Moro

 

Quando D’Alema frequentava via Montalcini

Il 16 maggio del 2009, nel corso di una cerimonia in ricordo di Aldo Moro tenutasi nella città di Bari, Massimo D’Alema rivelava una singolare circostanza che lo aveva visto trovarsi la mattina del 16 marzo 1978 davanti al garage dell’abitazione di via Montalcini pochi attimi prima dell’arrivo della Ami 8 con a bordo Maccari e Moretti e la cassa nella quale era rannicchiato Moro. In quella via, a pochi passi dal civico 8, il luogo dove il Presidente del Consiglio nazionale della DC venne tenuto prigioniero durante i 55 giorni del sequestro ed ucciso la mattina del 9 maggio 1978, abitava il padre del giovane D’Alema, il senatore del Pci Giuseppe D’Alema. Massimo invece, allora Segretario nazionale dei giovani comunisti, risiedeva in una strada vicina ed ogni mattina attendeva il genitore all’inizio di via Montalcini per recarsi insieme nelle sedi del partito. Ovviamente l’episodio riveste un semplice significato aneddotico, se non fosse che non se n’è mai trovato traccia nelle innumerevoli pubblicazioni prodotte dagli esponenti della scuola dietrologica, che al contrario hanno infarcito i loro scritti di minuziose ricostruzioni dei residenti e proprietari, veri, presunti e fantasiosi, delle vie e dei palazzi prospicienti e addiacenti i luoghi del sequestro: via Fani, via Montalcini, via Caetani e via Gradoli. Senza troppo approfondire, ne abbiamo davvero lette di tutti i colori e per tutte le fantasie sul controllo da parte dei Servizi segreti di interi isolati, condomìni, strade, di violinisti agenti doppi, principesse, sedi di ambasciate, residenze vaticane, membri di Gladio ed altro ancora. Per questo motivo appare assai singolare che l’allora senatore Sergio Flamigni, membro della Sezione problemi dello Stato del Pci, autore ed ispiratore delle più ostinate tesi dietrologie, non abbia mai accennato nelle sue molteplici pubblicazioni a tanta singolare, seppur fortuita, contiguità tra l’abitazione del suo compagno di partito, senatore Giuseppe D’Alema, e il civico 8 di via Montalcini. Un silenzio che sembra proprio una imbarazzata omissione

 

Fonte: www.massimodalema.it

massimo-dalema-silenzio«Ricordo bene quella mattina. Vivevo a Roma, a Villa Bonelli, e non lontano da me abitava mio padre che, in quel momento, rivestiva la carica di presidente della commissione Finanze della Camera dei Deputati. All’inizio della legislatura, infatti, i comunisti assunsero alcuni importanti ruoli istituzionali, in quanto erano diventati una forza nell’ambito della maggioranza, sia pure nella forma dell’astensione. La sede della Fgci era in via della Vite, a due passi dal Parlamento, e tutte le mattine mio padre ed io andavamo a lavorare insieme, con una sola automobile. Uscivo presto, mi incamminavo verso la casa dei miei genitori e con mio padre ci vedevamo all’angolo di via Camillo Montalcini. E’ un fatto che mi è rimasto in mente tutta la vita: ogni mattina ci incontravamo davanti al garage dove poi Moro sarebbe stato tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse. E quel giorno, mentre ci stavamo recando a lavoro, arrivò la notizia del suo rapimento e del massacro della scorta».

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Diario del sequestro Moro

Gli apparati e l’arma politica dello stupro negli anni 70

Si avvicina il 16 marzo. Fabbricato ormai dai poteri pubblici e amplificato dai media ha preso forma un ricordo spettrale di quel periodo cadenzato da solenni rituali commemorativi, giornate della memoria e cerimonie istituzionali. Marc Bloch invitava a capovolgere l’idea di un presente in lotta perenne per divincolarsi dalle eredità dei tempi andati. È il passato ad essere il più delle volte ostaggio di ciò che viene dopo. Se c’è oggi un’epoca prigioniera del presente, questa riguarda in particolare gli anni 70. Per contrastare questa memoria in bianco e nero che evoca immagini sbiadite di violenza politica e cancella i colori vivi della storia, proveremo a proporvi un modo diverso di guardare a quei fatti e quegli anni attraverso una serie di articoli editi e inediti /Seconda puntata

By Insorgenze

«In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo
nelle aule di giustizia e non negli stadi»
Sandro Pertini, Presidente della Repubblica, 1982

Avanti 9marzo 1976La sera del 22 febbraio 1976 Angela Rossi, sorella di Mario Rossi, da poco condannato all’ergastolo per la sua appartenenza al gruppo “XXII ottobre”, la prima formazione formazione armata di sinistra che fu attiva a Genova tra il 1969 e il 1971, al suo rientro dal colloquio in carcere con il fratello, rinchiuso in isolamento nella prigione di Alghero, venne rapita per alcune ore, seviziata e violentata da quattro uomini all’interno di un furgone. Angela Rossi dopo un momento di esitazione con grande coraggio denunciò il fatto in questura e l’8 marzo successivo tenne una conferenza stampa. Le indagini non ebbero sviluppi. Con le stesse identiche modalità tre anni prima, il 9 marzo del 1973, era stata stuprata a Milano Franca Rame. Prelevata con la forza in via Nirone venne rinchiusa in un furgone, seviziata e violentata a turno per ore da cinque uomini. L’episodio venne inserito dall’attrice in un suo spettacolo, Tutta casa, letto e chiesa.
Nella seconda metà degli anni 80, il giudice Salvini raccolse la testimonianza di un militante di estrema destra, Biagio Pitaresi. A stuprare l’attrice, all’epoca impegnata nel “Soccorso rosso”, una struttura militante che forniva sostegno ai detenuti politici di sinistra, sarebbero stati – scriveva il magistrato – «Angelo Angeli e, con lui, “un certo Muller” e “un certo Patrizio”. Neofascisti coinvolti in traffici d’armi, doppiogiochisti che agivano come agenti provocatori negli ambienti di sinistra e informavano i carabinieri, balordi in contatto con la mala. Fu proprio in quella terra di nessuno dove negli Anni 70 s’incontravano apparati dello Stato e terroristi che nacque la decisione di colpire la compagna di Dario Fo. Ha detto Pitarresi: “L’azione contro Franca Rame fu ispirata da alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo. Angeli ed io eravamo da tempo in contatto col comando dell’Arma”». A supportare la testimonianza dei due pentiti, un appunto dell’ex dirigente dei Servizi Gianadelio Maletti che raccontava di un violento alterco tra il generale Giovanni Battista Palumbo e Vito Miceli, futuro capo del servizio segreto: «Il primo, si leggeva nella nota di Maletti, durante la lite aveva rinfacciato al secondo “l’azione contro Franca Rame”».

Qui sotto un riepilogo della conferenza stampa tenuta da Angela Rossi l’8 marzo 1976, trovato tra le carte della Direzione Affari riservati, archivio Russomanno (b. 399)

Genova 8 marzo 1976 – Angela Rossi, la sorella trentottenne di Mario Rossi, il capo della banda “XXII ottobre” è stata sequestrata e violentata per tre ore in un furgoncino. Quattro sconosciuti l’hanno aggredita e chiusa nell’automezzo e l’hanno poi picchiata e ferita, colpendola forse con un chiodo su tutto il corpo. Alla fine la donna, sanguinante, è stata scaricata davanti alla stazione di Brignole, dove è stata soccorsa.
Il fatto è successo la sera di domenica 22 febbraio, ma è stato denunciato soltanto sabato scorso e lo si è appreso oggi.
«Ho avuto paura a parlare e raccontare tutto subito perché mi hanno minacciata», ha detto oggi Angela Rossi, durante una conferenza stampa.
Sabato mattina la donna è andata in questura a raccontare al dirigente dell’Ufficio politico Giovanni Finazzo quello che era successo. Domenica 22 febbraio era andata ad Alghero per far visita al fratello, rinchiuso in isolamento nel carcere della città sarda.
Mario Rossi, come noto, è stato condannato all’ergastolo per avere ucciso durante una rapina il fattorino Alessandro Floris e per aver guidato la “XXII” ottobre, negli anni intorno al 1970. Partita alle sette del mattino in aereo, la donna è giunta davanti al penitenziario di Alghero poco prima delle nove: «Nonostante il permesso della procura di Genova mi hanno fatto delle difficoltà per entrare – ha precisato – poi alla fine ho avuto un colloquio con Mario di tre ore».
Alle 15 è tornata all’aeroporto di Fertilia e ha atteso l’aereo che alle ventidue l’ha riportata a Genova. «Nessuno credo – ha precisato oggi – mi stava seguendo».
Atterrata nel capoluogo ligure, Angela Rossi si è recata con un pullman alla stazione di Principe, nel centro città. Ha cercato un taxi per andare a casa, ma non l’ha trovato. Si è, quindi, avviata a piedi verso la fermata degli autobus. Ha aspettato qualche minuto – mancava poco alle 23,30 – ma nessun mezzo pubblico è arrivato. A quel punto ha deciso di tornare alla stazione. Sulla strada era posteggiato un furgoncino, intorno al quale due persone stavano lavorando: «Sembrava – ha detto Angela Rossi – che stessero scaricando dei pacchi». «Giunta vicino al furgone – ha poi raccontato la donna – uno sconosciuto si è avvicinato e mi ha chiesto l’ora». Sollevata di peso la donna è stata gettata all’interno nel furgoncino. «C’erano in tutto quattro uomini – ha precisato – e uno era alla guida».
Gli altri – secondo la denuncia fatta in questura – le sono saltati addosso, l’hanno spogliata, e a turno l’hanno picchiata e ferita più volte, forse con un chiodo appuntito. Alla fine – secondo quanto ha potuto accertare il dottor Luigi Fenga, il medico che la sta curando – l’hanno violentata ripetutamente. Dei suoi aggressori Angela Rossi ricorda alcuni particolari: «Tre di loro potrei sicuramente riconoscerli». Una sola frase è stata da loro più volte ripetuta: «Così impari ad andare ad applaudire ai dibattiti al teatro “AMGA”». Angela Rossi è stata al teatro AMGA (Azienda municipalizzata gas e acqua) nella metà del mese scorso. Ha partecipato a un dibattito, organizzato da alcuni gruppi di estrema sinistra, per chiedere la libertà di Vincenza Siccardi ed Emilio Quadrelli, due giovani arrestati alla fine di gennaio.
Dopo le tre ore di tortura – erano circa le due e trenta di lunedì – Angela Rossi rivestita alla meglio, è stata gettata sull’asfalto davanti ala stazione Brignole. Tre giovani dopo qualche minuto l’hanno soccorsa e l’hanno fatta salire su un taxi che l’ha portata a casa dove più tardi il medico l’ha visitata.
«Solo sabato scorso – ha concluso – mi sono fatta coraggio e sono andata a raccontare tutto alla polizia».
Il dottor Finazzo, raccolta la denuncia, ha fatto rapporto alla magistratura e ha cominciato l’indagine.
«Tentiamo – ha dichiarato – il dirigente dell’Ufficio politico – di ricostruire in tutti i particolari gli spostamenti compiuti da Angela Rossi domenica 22 febbraio: cercheremo anche di rintracciare i ragazzi che l’hanno soccorsa, per chieder loro se hanno notato qualche particolare importante».

Per saperne di più
Diario del sequestro Moro

Il “Patto di omertà”? Un falso come il protocollo dei saggi di Sion

Si avvicina il 16 marzo. Fabbricato ormai dai poteri pubblici e amplificato dai media ha preso forma un ricordo spettrale di quel periodo cadenzato da solenni rituali commemorativi, giornate della memoria e cerimonie istituzionali. Marc Bloch invitava a capovolgere l’idea di un presente in lotta perenne per divincolarsi dalle eredità dei tempi andati. È il passato ad essere il più delle volte ostaggio di ciò che viene dopo. Se c’è oggi un’epoca prigioniera del presente, questa riguarda in particolare gli anni 70. Per contrastare questa memoria in bianco e nero che evoca immagini sbiadite di violenza politica e cancella i colori vivi della storia, proveremo a proporvi un modo diverso di guardare a quei fatti e quegli anni attraverso una serie di articoli editi e inediti /Prima puntata

Pecchioli e il Memoriale Morucci, oltre a Cossiga anche il Pci sapeva

di Marco Clementi e Paolo Persichetti

Pecchioli

«Non intendiamo proporre una sorta di insussistente storiografia parlamentare né, tanto meno, vogliamo avvalorare l’uso pubblico della storia da parte della politica» (1), con questa premessa contenuta nella relazione sul primo anno di attività svolto, la terza Commissione di inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro ha inteso spiegare il metodo di lavoro finora seguito: un modello ispirato alle caratteristiche peculiari di un organo inquirente, che mira negli intenti dichiarati ad acquisire «prove giuridicamente apprezzabili anche in sede giudiziaria», piuttosto che fare un lavoro di ricerca storico-politica.
Cosa significa? Surrogare l’attività della magistratura non toglie alla Commissione l’essenza politica della sua natura! In altre parole siamo di fronte ad un ibrido che persiste ostinatamente anche a fronte delle tecniche forensi, garanzia solo apparente di oggettività.

Una commissione senza storia
IMG_3667Lo dimostra il fatto che questa Commissione non ha mai rinunciato alle sue premesse politiche: nata sull’onda emotiva di una sensazionalistica campagna mediatica di fronte alla quale la politica ha facilmente ceduto, sedotta dalle teorie del complotto che egemonizzano da decenni la narrazione pubblica sul rapimento Moro e più in generale sugli “anni Settanta”, si è subito ritrovata orfana dei misteri che ne avrebbero dovuto giustificare la ragione sociale perché nel frattempo la magistratura era intervenuta scoperchiando i depistaggi e le millanterie che si celavano dietro le ultime (di allora) sortite dietrologiche.
Lo dimostra ancor di più l’atteggiamento dei consulenti e di quei commissari che sorpresi e infastiditi dai risultati inaspettati delle nuove perizie (la ricostruzione tridimensionale e la nuova perizia balistica della Polizia sull’azione di via Fani confermano la ricostruzione fatta dai brigatisti; le analisi del Ris sulle tracce di Dna escludono la presenza di Moro nella base brigatista di via Gradoli, per fare solo alcuni esempi), hanno lavorato sistematicamente per domesticarne il significato dirompente rispetto alle premesse iniziali: più le ipotesi dietrologiche e gli scenari complottisti si sfaldavano, maggiore è apparso lo sforzo nel cercare puntelli e rattoppi che continuassero a tenerli in piedi.
E le premesse iniziali sono rimaste sempre le stesse, ribadite con forza dal presidente Fioroni anche durante la conferenza stampa tenutasi lo scorso 10 dicembre: dimostrare che la «vulgata brigatista» del rapimento Moro sia una verità artefatta, nella migliore delle ipotesi “parziale”, una versione aggiustata, «condivisa», contrattata, mediata, con un fantomatico “potere” (come se la Commissione parlamentare d’inchiesta non ne fosse essa stessa una emanazione) in cambio di vantaggi (audite audite!) giudiziari e penitenziari.

Il depositario della verità
Non una ricerca a tutto campo dunque (la Commissione ha scelto di non essere un cantiere aperto), ma un insieme di assiomi e postulati che delimitano come un recinto di filo spinato il terreno da manipolare, ovvero quella «versione brigatista» ritenuta soltanto la parte di «verità dicibile», altrimenti detto una “verità di comodo” a fronte di una verità nascosta, quella “verità vera” di cui esisterebbe almeno un depositario. Si tratta dell’ex senatore Sergio Flamigni, sulle cui suggestioni la commissione ha fatto sponda, alla ricerca di un punto di riferimento.
Un appiattimento, a dire il vero, poco apprezzato dallo stesso ex senatore e dal suo entourage che non hanno esitato a prenderne le distanze, come ha sottolineato Benedetta Tobagi in una compiacente recensione del suo ultimo libro, apparsa su Repubblica del 26 ottobre 2015: «La nuova Commissione Moro, agli occhi degli addetti ai lavori, sembra dedita principalmente a confondere le acque e sfornare scoop di dubbia fondatezza con pretese di scientificità (clamorosa la ricostruzione 3D della strage di via Fani che fa a pugni con le perizie)».
Flamigni rimprovera ai Commissari il dilettantismo, quella voglia di strafare che ha prodotto risultati esattamente opposti a quelli ricercati invece di attestarsi prudentemente sul gioco delle estrapolazioni parziali, delle deformazioni, dei documenti letti a metà, o addirittura sfuggiti, recitando per un verso il consueto vittimismo sulle fonti ancora tenute nascoste per poi, al contempo, approfittare di questo presunto vuoto per trasformare una narrazione al condizionale, infarcita di illazioni, supposizioni, ipotesi ipotetiche, autoconvincimenti, idiosincrasie, sospetti, in una storia declinata al passato prossimo.


Il memoriale dei dissociati e il racconto degli altri brigatisti
brigateRosseUnaStoriaItaliaQuello che prende il nome di memoriale Morucci-Faranda (un collage di deposizioni rese in sede istruttoria e processuale in tempi diversi, interpolato di considerazioni successive dello stesso Morucci e dell’allora direttore del Popolo, Remigio Cavedon, con allegati la ricostruzione fatta in sede processuale da altri protagonisti come Franco Bonisoli, Alberto Franceschini e altri brigatisti dissociati), oggetto del libro di Flamigni, Patto di Omertà, Kaos edizioni 2015, non è la sola ricostruzione dei 55 giorni del rapimento, come ha inteso l’autore e anche la Commissione.
In ordine di tempo, Mario Moretti nel 1993, Anna Laura Braghetti, nel 2003, Raffaele Fiore nel 2007, Prospero Gallinari nel 2008, hanno pubblicato libri in cui ricostruiscono, a partire dal ruolo che hanno avuto, l’intera vicenda del rapimento e della uccisione del leader democristiano. A loro vanno aggiunte le dichiarazioni di  Germano Maccari davanti all’autorità giudiziaria. Nonostante la sostanziale coincidenza dei racconti in punto di fatto, esiste una importante differenza politica con le  versioni di Morucci e Faranda: Moretti, Fiore e Gallinari non parlano da dissociati, né erano usciti dalle Br prima di dichiarare, nel 1989, che la lotta armata era conclusa. Come hanno scritto Mosca e Rossanda nella loro prefazione al libro intervista con Moretti nel 1993, fino a quel momento le ricostruzioni dell’assalto di via Fani e dei 55 giorni o erano state del tutto assenti, o erano state fatte da dissociati e pentiti. Insomma, fino al 1993, nessuno dei brigatisti non dissociati aveva mai raccontato quelle vicende.

20060426 - ROMA - SPE - IL LIBRO DEL GIORNO: UN CONTADINO NELLA METROPOLI - La copertina del libro del giorno

Ipostatizzare il racconto primigenio di Morucci, presentandolo come la versione ufficiale della narrazione brigatista, cosa che fa Flamigni e dietro di lui la Commissione, «la “verità ”morucciana avallata da Moretti» (p. 57), è dunque un falso storico, un grave errore metodologico e di merito che diventa inevitabilmente fuorviante per chi si sforza di capire. Quando decidono di parlare Morucci e Faranda oltre ad essersi posizionati sul piano inclinato della collaborazione giudiziaria, come detto non appartengono più da molti anni alle Brigate rosse, da cui erano usciti con clamore e code polemiche prima del loro arresto nel 1979. E dunque, a nome delle Brigate rosse non avrebbero potuto negoziare nessun patto omissivo e del silenzio.
La scelta di collaborare con la giustizia, che è cosa diversa dalla ricostruzione storica dei fatti, è una loro decisione personale che non ebbe implicazioni organizzative poiché in quel frangente i due rappresentano unicamente se stessi, non una organizzazione o una parte di essa. Questo contesto nulla toglie al contenuto fattuale del memoriale, ma ne offre un diverso significato politico per nulla convergente con la posizione dei militanti che hanno rifiutato di collaborare con l’autorità giudiziaria serbando una propria autonomia politica.

Storicizzare e uscire dall’emergenza: la proposta che chiude il ciclo politico della lotta armata
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Morucci e Faranda collaborano per ottenere sconti di pena e una più agevole collocazione penitenziaria, avvalendosi della legislazione premiale preesistente, adottata dallo Stato in modo indipendente dalle loro dichiarazioni e che si sviluppa ulteriormente sotto la spinta generale della dissociazione carceraria che vede una presenza massiccia di militanti di altre organizzazioni combattenti, come Prima linea ad esempio, che nulla hanno a che vedere con il rapimento Moro. Aderiscono alla retorica riabilitativa e riconoscono i valori dello Stato vincitore. Nel farlo tuttavia ripudiano le letture dietrologiche degli eventi (atteggiamento che li distingue dalla quasi totalità degli altri collaboratori), amplificando il valore etico e la portata politica della loro dissidenza interna, addossando furbescamente l’esito finale del rapimento ad una presunata cecità politica delle Brigate rosse, individuando – non a torto – nel Pci l’elemento forte della politica della fermezza (forse è proprio questo che da fastidio a Flamigni) rispetto ad una Dc più cedevole ma ricattata.
Perché, allora, insistere tanto su questo scritto? In altre parole, se l’obiettivo era quello di smontare le versioni brigatiste sul rapimento Moro perché non misurarsi direttamente con i racconti di Moretti e Gallinari?
Forse perché ad una Rossanda che gli chiede a conclusione del libro: «Se un angelo cattivo ti offrisse su un piatto libertà e oblio, e su un altro carcere e memoria, che cosa prenderesti?», Mario Moretti risponde: «Non esistono angeli perfidi, solo gli uomini propongono due modi ugualmente crudeli di morire. Comunque gli direi: dammi la libertà e la memoria. Se non sei capace di tanto, mio caro angelo, allora voli basso, neanche all’altezza della nostra sconfitta» (in Brigate rosse, una storia italiana, p. 258 prima edizione Anabasi 1994).
Nessuno scambio dunque, nessuna trattativa “di vertice” col potere su inesistenti segreti, solo il riconoscimento della fine di un ciclo politico, quello della lotta armata, le cui proporzioni con migliaia di detenuti incarcerati, l’azione di oltre 40 gruppi combattenti che hanno oltrepassato lo spazio di un decennio, parlano da sole e pongono il problema dell’avvio un processo di storicizzazione e di una chiusura dell’emergenza giudiziaria. Questa è la loro posizione.
Non a caso Flamigni è costretto ad antidatare l’origine del presunto patto di omertà ai giorni del sequestro, con 12 anni di anticipo sul memoriale Morucci (p. 44). La mancata diffusione del memoriale Moro, poi, è per Flamigni il frutto di un accordo stipulato con i Servizi segreti. Patto che oltre un decennio più tardi si sarebbe concretizzato nel memoriale Morucci. Una intesa che, stando a questa azzardata ricostruzione, sarebbe avvenuta prima dell’uccisione di Moro. Ma se Moro era ancora vivo, perché non trattare la sua liberazione anziché farlo uccidere (cosa che i brigatisti, se fosse stata questa la loro intenzione, avrebbero potuto fare agevolmente in via Fani senza tirarla per le lunghe e correre così tanti rischi), per poi prendere possesso dei suoi scritti? Tanto valeva averlo vivo. E poi Moro i servizi segreti li conosceva molto bene, li aveva diretti, aveva uomini di fiducia al suo interno. Per sapere i segreti di Moro i servizi non avevano alcun bisogno delle sue carte scritte durante il sequestro.

Lo scambio che non c’è
FullSizeRender-1Insomma il movente alla base del patto ipotizzato da Flamigni fa acqua da tutte le parti. E poi gli accordi prevedono uno scambio: non si capisce, per esempio, che vantaggi avrebbe ottenuto l’ergastolano Moretti in cambio del silenzio. L’ex dirigente brigatista è tuttora un detenuto in regime di semilibertà, con 34 anni di prigionia sulle spalle (Miguel Gotor in Il memoriale della Repubblica (p. 478), pur di tenere in piedi la teoria del patto del silenzio incorre in un grossolano incidente, imperdonabile per uno storico: confonde alcuni giorni di permesso fuori dal carcere concessi a Moretti nel 1994 con una inesistente ammissione alla libertà condizionale). Prospero Gallinari, un altro dei possibili beneficiari del patto, è morto nel gennaio 2013 in regime di esecuzione pena agli arresti domiciliari, concessi a causa di una gravissima patologia cardiaca che lo aveva reso incompatibile con la detenzione dopo lunghi anni di carcere speciale.
Senza scambio non c’è patto. E poi, a ben vedere, le Br non avevano affatto rinunciato alla diffusione del memoriale del presidente democristiano. Avevano soltanto stabilito tempi più lunghi di quelli inizialmente annunciati. Per farlo avevano messo in piedi una base, via Montenevoso a Milano, dato l’incarico ad una militante, Nadia Mantovani, di predisporre la versione da rendere pubblica. La sua pubblicazione sarebbe servita a prolungare la campagna di primavera con una offensiva rivolta contro nuovi obiettivi da colpire(2). I carabinieri arrivarono prima smantellando gran parte della colonna milanese, e metà dell’esecutivo. Era il 1° ottobre 1978, non il 1985!

La calunnia
Flamigni si spinge fino a indicare in Moretti una spia all’origine della delazione che ha portato in carcere Germano Maccari (p.34). L’accusa ha la funzione di rafforzare la tesi dello scambio di favori con il potere, in questo caso non più attraverso il silenzio omertoso ma la denuncia plateale di un proprio compagno. Ancora una volta la circostanza è del tutto falsa: ad indicare Maccari fu Adriana Faranda nel corso di un drammatico interrogatorio svoltosi nell’ottobre del 1993. (3)
Durante un interrogatorio, Faranda rispondendo a una precisa domanda su Maccari possibile quarto uomo di via Montalcini inizialmente disse: «Non lo escludo». Quindi, fuori dal palazzo di giustizia, riconobbe davanti al personale Digos che Maccari era davvero il quarto uomo. Ricondotta davanti al magistrato mise a verbale questa dichiarazione ed aggiunse che su Moro spararono Moretti e Maccari. Al fine di proteggere la fonte, si legge nello stesso documento, sarebbe stato quanto prima interrogato Maccari per ottenere «piena confessione».

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C’è anche è un’altra importante circostanza che stranamente non trova traccia nel libro di Flamigni.
Il memoriale Morucci che suor Teresilla Barillà, una religiosa collaboratrice dei Servizi, fece pervenire il 13 marzo del 1990 al presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Testo che il Quirinale invierà al ministro dell’Interno Antonio Gava il 26 aprile e che quest’ultimo trasmetterà il giorno successivo alla procura della Repubblica, ha un precedente.

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Pecchioli sapeva ma Flamigni non lo dice
L’11 luglio 1985 il segretario generale della Presidenza della Repubblica Antonio Maccanico inviò all’allora ministro degli interni, Oscar Luigi Scalfaro, su incarico del presidente della Repubblica Cossiga, una copia del pro-memoria consegnato dallo stesso Cossiga al giudice Ferdinando Imposimato il giorno prima. Nel testo, datato 10 luglio 1985, leggiamo che attraverso una fonte riservata la religiosa suor Teresilla aveva fatto pervenire al presidente un messaggio di Morucci e Faranda. Questi desideravano «dire la verità sul rapimento a condizione che le notizie fornite non vengano pubblicate».

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In passato, sempre secondo il documento, una simile richiesta era stata formulata, per il tramite del giudice Imposimato, nella forma di un colloquio riservato sia allo stesso Cossiga, all’epoca presidente del Senato, sia al senatore Ugo Pecchioli (un importante dirigente di Botteghe Oscure che svolgeva il ruolo di “ministro dell’Interno ombra del Pci”, responsabile della sezione problemi dello Stato). All’epoca Cossiga si disse disponibile all’incontro, ma dopo attenta considerazione «e valutati i rischi politici in ordine ai procedimenti in corso, di tale iniziativa si convenne, sia da parte del prof. avv. Francesco Cossiga e sia da parte del sen. Ugo Pecchioli, di non dare corso alla richiesta avanzata», cosa sulla quale «consentì il giudice Imposimato».
Questo documento, allegato al fascicolo del memoriale Morucci, situato presso l’Archivio Centrale dello Stato (4) dimostra come il lavorìo preparatorio di quello che poi prese il nome di “memoriale Morucci” era noto alla magistratura, nella veste del magistrato istruttore Imposimato, ma anche alla maggiore forza politica di opposizione, ossia il Partito comunista italiano, che venne coinvolto nella persona di uno dei suoi massimi rappresentanti.
Se trattativa e patto di omertà ci furono, come poté restare in silenzio il Pci, sapendo del precedente del 1985? E se patto ci fu, e il Pci non sollevò obiezioni, allora sorge spontanea la domanda: quali segreti voleva preservare il Pci?

Note

  1. Le parole riprese nella relazione sono del senatore Paolo Corsini che le aveva espresse nel corso del dibattito sulla proposta di istituzione della commissione.
  2. Testimonianza di Lauro Azzolini agli autori.
  3. Ministero degli interni, Caso Moro, Gabinetto speciale, busta 24
  4. Ministero degli interni, Caso Moro, Gabinetto speciale, busta 20

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