La Repubblica delle torture

Lo scorso aprile, il Governo italiano aveva riconosciuto i propri torti ed era pervenuto ad un accordo con sei delle vittime richiuse all’interno della caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001. Accordo che prevedeva un risarcimento di 45.000,00 euro per le torture subite. All’epoca, tale atto – hanno scritto in un comunicato la Giunta dell’Unione camere penali italiane e l’Osservatorio carcere UCPI (leggi qui) – consentì alla Corte Europea di chiudere la procedura intentata da tali ricorrenti, anche per le assicurazioni date dal nostro Paese «a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura e l’impegno a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle Forze dell’Ordine». La condanna odierna, che risarcisce coloro per i quali non si era pervenuti ad alcun accordo, punisce l’inerzia dello Stato italiano, per non aver legiferato in materia e per non aver condotto indagini efficaci.
Oggi il delitto di tortura in Italia c’è, ma la fattispecie – aggiungono ancora le Camere penali – è ben lontana da quella prevista dalle convenzioni internazionali firmate dall’Italia, da oltre 30 anni. Il testo qualifica il reato come «comune» e non come «proprio», slegandolo quindi dall’operato dei pubblici ufficiali. E’ stato cancellato, nel corso dell’iter parlamentare, il termine «reiterate», sostituito con «più condotte». Inoltre il reato non sussiste «nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti», dove la parola «sofferenze», unitamente a «legittime misure» appare palesemente in contrasto.

Senza titoloLa parola tortura è dunque pronunciabile, irrimediabilmente sdoganata anche se i comportamenti che ne configurano il reato appaiono fortemente ridimensionati. Si potrà ora iniziare a raccontare delle torture di questa Repubblica? In un commento apparso sulla rivista Diritto penale contemporaneo, dedicata alla sentenza della corte d’appello di Perugia che il 15 ottobre 2013 aveva riconosciuto la tortura inflitta ad Enrico Triaca, il tipografo delle Brigate rosse romane arrestato nel maggio del 1978, si affermava: «questa sentenza deve piuttosto condurre ad essere meno perentori nel sostenere la tesi, così diffusa nel dibattito pubblico e storiografico (leggi l’Ipse dixit in fondo), secondo cui il nostro ordinamento, a differenza di altri, ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia e del diritto, senza rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali degli imputati e dei detenuti. In larga misura ciò è vero, ma è anche vero – e questa sentenza ce lo ricorda quasi brutalmente – che anche nel nostro Paese si è fatto non sporadicamente ricorso a strumenti indegni di un sistema democratico: è bene ricordarlo, per evitare giudizi troppo facilmente compiaciuti su un periodo così drammatico della nostra storia recente, e sentenze come quella di Perugia ci aiutano a non perdere la memoria».

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_br_copNel volume Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di prinavera, Derive Approdi 2017  (pp. 500-511) si racconta quel che accadde ad Enrico Triaca, preso in consegna da una squadra speciale del ministero dell’Interno esperta nell’uso delle tecniche di tortura per estorcere informazioni, guidata dal funzionario Nicola Ciocia che operava con lo psudonimo di dottor De Tormentis.

«Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare – aveva spiegato Ciocia in una delle interviste rilasciate in precedenza sotto anonimato (Il Secolo XIX, 17 e 24 giugno 2007, Il Mattino di Padova, 17 giugno 2007) – la tortura, se così si può definire, è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti».

Ipse dixit

Sandro Pertini, presidente della Repubblica ex partigiano, teneva molto a sottolineare che non eravamo il Cile di Pinochet:
«In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi»

Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei carabinieri, al Clarin, giornale argentino:
«
L’Italia è un Paese democratico che poteva permettersi il lusso di perdere Moro non di introdurre la tortura»

Domenico Sica, magistrato, in una intervista apparsa su Repubblica del 15 marzo 1982:
«Le denunce contro le violenze subite dagli arrestati fanno parte di una campagna orchestrata dai terroristi per denigrare le forze dell’ordine dopo i recenti clamorosi successi ottenuti»

Armando Spataro, magistrato, su Paese sera del 19 marzo 1982 in polemica con il capitano di Ps Ambrosini e l’appuntato Trifirò che avevano denunciato le torture praticate nella caserma di Padova:
«Un conto è la concitazione di un arresto, un conto è la tortura. In una operazione di polizia non si possono usare metodi da salotto. La tortura invece è un’altra»

Giancarlo Caselli e Armando Spataro, magistrati, nel libro degli anni di piombo, Rizzoli 2010:
«Nel pieno rispetto delle regole, i magistrati italiani fronteggiarono la criminalità terroristica, ricercando elevata specializzazione professionale e ideando il lavoro di gruppo tra gli uffici (il coordinamento dei 36) […] La polizia doveva, anche allora, mettere a disposizione della magistratura gli arrestati nella flagranza del reato o i fermati entro 48 ore e non poteva interrogarli a differenza di quanto avviene in altri ordinamenti….»

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