Brigate Rosse, una storia interna alla violenza operaia degli anni 70

Recensioni – Ugo Maria Tassinari dal suo blog

 

E ‘ un progetto ambizioso: il volume presentato da uno degli autori, nello spazio autogestito degli studenti di Architettura a Napoli il 18 maggio scorso, è il primo di una trilogia che punta a essere l’opera definitiva sulla storia delle Brigate Rosse. Aspirazione non velleitaria: perché il team è qualificato e ben assortito. Marco Clementi, ricercatore di Storia dell’Europa orientale ad Arcavacata, ha pubblicato già opere sulla “pazzia di Moro” e la “storia delle Brigate rosse”. Elena Santalena insegna presso l’Université Grenoble-Alpes, dove collabora con il Laboratoire Universitaire Histoire Cultures Italie Europe. Studia gli anni della rivolta in italia, la questione carceraria, i movimenti armati e di contestazione. Paolo Persichetti è un ex brigatista di ultimissima generazione: la condanna per le Br-Ucc e l’estradizione dalla Francia (caso più unico che raro) gli hanno stroncato una promettente carriera accademica a Paris 8. I tre hanno combinato sapientemente fonti orali (con interviste esclusive ad alcuni dei leader del principale gruppo armato italiano) e lavoro di archivio (con uno scrupoloso spoglio dei numerosi documenti di polizia e servizi segreti recentemente desecretati) e così facendo parlare “guardie e ladri” sono riusciti a restituirci una potente visione di assieme.
Da questo lavorio emerge un dato interessante: le analisi e le ipotesi investigative elaborate in tempo reale in anni in cui le forze dell’ordine non potevano avvalersi né di infiltrati (l’unico, il pittoresco fratello Mitra, fu bruciato per catturare Curcio e Franceschini) né di pentiti dimostrano una capacità di conoscenza e di comprensione decisamente superiore ai risultati ottenuti sul campo e alle idee correnti sulla qualità della nostra intelligence
Il merito precipuo del primo volume, che tratta gli anni dal 1970 al 1978, dalla nascita all’acme del sequestro Moro, è però un altro. Attraverso una puntuale ricostruzione dell’elaborazione teorica e della pratica militante delle prime Brigate rosse si restituisce al fenomeno la sua realtà effettuale: essere stata cioè non una banda criminale o una spectra agita da chissà quale potenza straniera od oscura ma un’organizzazione nata e cresciuta dentro il conflitto sociale dei primi anni Settanta, in cui la violenza operaia in fabbrica, dai pestaggi dei capi e dei crumiri al sabotaggio della produzione, era diffusa e quotidiana. A differenza degli altri gruppi rivoluzionari, che estendono le lotte dai quartieri alle carceri, dalle caserme ai manicomi, la Brigate rosse concentrano per i primi anni le loro attività nelle fabbriche del triangolo industriale. Poi, “fallite le esperienze dei gruppi politici extraparlamentari nati nel biennio 1968-69, la lotta armata divenne, a metà degli anni Settanta, un’opzione che conquistò larghi settori del movimento. Le Brigate rosse furono, semplicemente, parte di quel processo”.

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