Aldo Moro, una contro-inchiesta rivela nuovi elementi

Angela Mauro, Huffpost Italia
16 marzo 2017

I postini delle Brigate Rosse durante i 55 giorni del sequestro Moro erano tre e non due: Bruno Seghetti, Valerio Morucci e Adriana Faranda. L’agguato in via Fani, di cui oggi ricorre il 39esimo anniversario, costò circa 700 mila lire, e furono impiegati in totale 10 mezzi. Soprattutto la 127 bianca, parcheggiata da Morucci e Franco Bonisoli all’alba di quel 16 marzo dietro al mercato di via Trionfale, ebbe un ruolo strategico: i brigatisti la usarono come deposito temporaneo per le armi lunghe. E ancora: fu nella base di via Chiabrera e non in via Gradoli che i brigatisti tennero la riunione decisiva, quella dell’8 maggio 1978, che decretò la morte di Aldo Moro.
Sono solo alcuni dei particolari ricostruiti nel libro ‘Brigate rosse – Dalle fabbriche alla ‘campagna di primavera’ (Derive Approdi), scritto dagli storici Marco Clementi ed Elisa Santalena e da Paolo Persichetti, ricercatore indipendente che aderì alle Br-Unione dei comunisti combattenti, per questo estradato dalla Francia, arrestato, ha scontato la pena.
Il libro è il risultato di un lungo lavoro di ricerca nell’Archivio di Stato, dove per effetto della direttiva Prodi (2008) e della direttiva Renzi (2014) è stata trasmessa tutta la documentazione degli apparati di sicurezza sui tragici eventi che hanno segnato la storia della Repubblica dal 1969 al 1984, dalla strage di piazza Fontana alla strage del rapido 904 nel 1984, passando per il sequestro Moro, oggetto particolare della direttiva Prodi. E in più nel testo ci sono le testimonianze inedite di alcuni ex brigatisti. E così a 39 anni di distanza dai fatti, una nuova pubblicazione sul sequestro e l’assassinio del presidente della Dc aggiunge altri elementi alla storia. La particolarità è che va a confutare molte delle tesi cui è giunta di recente la commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro presieduta dal deputato del Pd Giuseppe Fioroni.
Per esempio, secondo la ricerca di Clementi, Santalena e Persichetti, non è vero che le armi usate in via Fani furono custodite in un garage in via Licinio Calvo. Invece erano in un borsone nella 127 bianca parcheggiata dietro il mercato da Morucci e Bonisoli e furono recuperate alcune ore più tardi da Barbara Balzerani e Seghetti che per trasportarle le misero in un carrello della spesa, nascoste sotto ortaggi appena acquistati. E poi c’è il particolare dell’auto parcheggiata dai brigatisti la sera dell’8 maggio in via Caetani, per bloccare il posto dove poi fu invece lasciata la Renault 4 con il cadavere di Moro. C’è la ricostruzione del percorso compiuto dalla Renault 4, la descrizione del piano di emergenza della polizia messo in atto dopo il ritrovamento del corpo di Moro: triplo anello concentrico a chiudere la capitale. Ci sono le domande sulle carte del Nucleo speciale del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Stando alla documentazione consegnata dall’Arma dei Carabinieri all’Archivio di Stato, il generale ha coordinato un’attività di indagine sul sequestro Moro molto approfondita. Risultano “16.161 fascicoli e 19.780 schede personali che però oggi non risultano consultabili (potrebbero anche essere andati distrutti”), concludono i tre autori.
Nel libro c’è il racconto dei luoghi che servirono da base alle Br. Per esempio, il libro confuta la tesi giudiziaria secondo cui la base centrale dei brigatisti durante il sequestro Moro su quella di via Gradoli 96. Invece, sostengono gli autori, si trovava in via Chiabrera 74 e fu usata per le riunioni decisive, come quella della sera dell’8 maggio 1978 che decretò la morte di Moro e le modalità di trasporto del corpo in via Caetani.
La cornice storica, il Vaticano e il Pci, l’Italia degli anni di Piombo e una tesi che scorre nel libro dall’inizio alla fine. E cioè che il sequestro Moro fu l’epilogo di una campagna messa in atto dalle Br dagli inizi degli anni ’70: dalle fabbriche al sequestro del presidente della Dc. Un’inchiesta indipendente destinata a far discutere.

 

La recensione – “Brigate rosse” di Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, 2017, ed. Derive Approdi

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Sabato 11 marzo 2017
Un nuovo libro sulle Brigate rosse poteva rappresentare, sulla carta, una scommessa ardita per svariate ragioni. Primo, perché nonostante una nota ministeriale del 30 dicembre del 1979 avesse quantificato in ben 269 le sigle di guerriglia armata operanti in quel tempo in Italia, la quasi totalità della pubblicistica editoriale su quegli anni è stata monopolizzata dalle Brigate rosse e in particolare dal sequestro Moro. Ragion per cui, anche se per la gran parte si è trattato di testi di ben modesto valore, e ve lo dice uno che ha dovuto, obtorto collo, “sciropparseli” tutti, non era comunque semplice sottrarsi allo scetticismo del repetita iuvant? Secondo, perché la scelta di scrivere un saggio di tale ponderosa accuratezza scientifica a tre mani, poteva risolversi in un lavoro incompiuto, dove ognuno scrive il suo bravo pezzo, perdendosi così il significato dell’insieme, mai come in questo caso, peraltro, fondamentale. Terzo, perché anche la scelta dei tre autori poteva rivelarsi “rischiosa”. Lo storico Clementi aveva pubblicato qualche anno fa per Odradeck quello che è di gran lunga il testo più esaustivo sulla storia della più longeva organizzazione armata italiana, il giornalista Persichetti si occupa da anni di ricostruire con minuzia e rigore la verità del sequestro Moro in contrasto alle diffuse “dietrologie” che da anni imperversano dalle più parti, e la ricercatrice Santalena ha scritto qualche anno fa per l’Università di Grenoble la più completa ricerca sul contributo delle lotte carcerarie al fenomeno della lotta armata degli anni settanta.
In sintesi, il più esperto di storia delle Br, il più esperto del sequestro Moro e la più esperta delle lotte carcerarie, tutti insieme in uno stesso libro. Sembrava insomma uno di quei “supergruppi” del rock che andavano di moda negli stessi anni settanta, quando alcuni big univano, per qualche fortunato disco, le forze, tipo CSN&Y, Byrds, EL&P ma anche Cream, Yes e Traffic, per citare i primi che vengono in mente, e poi tanti saluti, e ognun per se.
E invece, al termine della sua lettura, possiamo dire che i tre autori sono riusciti a pubblicare non solo un libro che mancava, ma anche un libro che ci voleva, perché fondamentale.
Mancava, perché è totalmente diverso da tutti gli altri in commercio, nel senso che non è né l’ennesimo riepilogo cronologico di fatti e persone dalla fondazione allo scioglimento delle Br, né l’ennesimo racconto di un vissuto personale da una parte o dall’altra della Storia, né l’ennesimo saggio sui cosiddetti “anni di piombo in Italia”, e neppure l’ennesimo resoconto di quel generale movimento politico collettivo con quelle solite tappe di rito che come hanno già detto e scritto in centinaia, con una sintesi discutibile, hanno fatto durare vent’anni, a differenza che nel resto del mondo, il “sessantotto” nostrano.
Ci voleva, perché questo libro, in realtà, proprio perché non è tutte quelle cose dette sopra, è altro.
Ovvero una monumentale e rigorosamente documentata (la consultazione delle fonti è stata di rara serietà) “memoria”, secondo quel termine che usiamo noi avvocati per definire le ricostruzioni che offriamo al giudicante, per convincerlo della fondatezza della nostra tesi, e confutare quella avversa di controparte.
E questo lo si capisce già da quella nota in quarta pagina che comincia espressamente affermando che “le brigate rosse sono nate in fabbrica dentro la crisi della vecchia società fordista”. Nelle 517 pagine (ed è solo il primo di tre previsti volumi) gli autori ricostruiscono quindi, ben dividendosi i compiti, come si sia arrivati, da quella nascita, che reca la data del finale del 1970, a quel clamoroso sequestro di otto anni dopo e che muterà per sempre il corso della storia del nostro paese.
Per fare questo occorreva fare uno sforzo certosino per confutare quelle migliaia di sterili dietrologie di commissioni ministeriali, giudici in pensione, giornalisti, scrittori, politici et similia, che da anni inquinano, agli occhi dell’opinione pubblica, questo pezzo di storia italiana, per le più diverse finalità e motivazioni, che qui poco importa analizzare.
E quindi la metodologia argomentativa seguita dai bravi tre autori qual è?
Per prima cosa ricostruire non solo i primi anni di formazione, potremmo dire, del gruppo armato, ma anche tutto quello che contemporaneamente succedeva intorno a livello politico, culturale e sociale, sia tra i “garantiti” sia tra gli “esclusi”, dalle grandi strategie dei governanti a quelle dei tanti proletari di periferia urbana oppure reclusi nelle carceri medievali ante-riforma. Questo per meglio spiegare come quell’idea iniziale si sia poi implementata ed estesa e dalle grandi città del nord al resto del paese, e come l’innalzamento del livello dello scontro a metà degli anni settanta, abbia portato, per citare i due casi più eclatanti, su cui infatti il libro si sofferma molto, al diverso esito del sequestro del giudice Sossi rispetto a quello di Aldo Moro.
Dopo avere spiegato come si perviene al “attacco al cuore dello stato” e quindi alla sua preparazione, occorreva sgomberare il campo dalle mille bufale che circolano sul 16 marzo in via Fani e per farlo gli autori ricostruiscono con un dettaglio persino pedissequo (ma ci voleva) minuto per minuto tutta l’azione del commando dei brigatisti, e tutti i cambi macchina e tutte le attività dei dieci partecipanti, fino a raggiungere il luogo dove era stata destinata la prigione di Aldo Moro, per dimostrare perché riuscì quel sequestro senza bisogno di altri o di altro.
Quindi si ricostruisce tutta la storia interna del Pci di Berlinguer durante i 55 giorni per dimostrare che l’esito non avrebbe potuto in alcun modo, in una logica di guerriglia rivoluzionaria beninteso, concludersi in modo diverso da come si è concluso, e contemporaneamente si ricostruisce anche tutta l’attività di investigazione fatta durante il sequestro, per dimostrare che sia la mancata individuazione della prigione di Moro sia il mancato arresto degli autori, non fu dovuta ad aiuti o ad altro.
Infine si sgombera anche il campo da ardite strategie politiche che in qualche modo avrebbero, secondo alcuni, trovato un fronte comune tra i guerriglieri e i vertici della politica, per fare fallire la avanzante politica del Pci.
Quindi si racconta nel dettaglio quello che è successo dopo quel sequestro e fino all’anno successivo e a tuti i livelli, ivi compresa la successiva repressione e gli arresti, fino a chiudere dando appuntamento al secondo volume per affrontare il secondo periodo di una storia, che, anche se si concluderà solo 10 anni dopo il sequestro Moro, avrà ancora di fatto altri 2 o 3 anni di vita, prima dell’arrivo dei noti “anni ottanta”.
Ovviamente questo libro è destinato a chi ha davvero voglia di capire quello che è successo in Italia nel finale del “secolo breve”, ed è persino banale che per poterlo riferire gli autori si siano rivolti principalmente a chi aveva fatto quello di cui si stavano occupando.
Se però si preferisce coltivare più “interessanti” misteri, leggere quello che hanno da dire persone che le brigate rosse in quel tempo manco sapevano dove stavano di casa, o sbizzarrirsi nella pratica molto italiana del “io sono più intelligente degli altri e quindi non mi fido di quel che appare”, allora sconsiglio questo libro. In commercio si possono trovare decine di libri-strenna che raccontano una storia italiana tragica e intensa come fosse un libro giallo di Grisham.
Altre recensioni

Esorcismi

 

«La memoria delle Brigate rosse non è morta. Non è neanche conservata. È esorcizzata, allontanata, deformata. Non si finisce mai con il processo Moro, tutti sanno tutto e tutti continuano a elucubrare, non vedere quel che è semplice. Tragico e semplice».

Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, 1994

mario