La Repubblica delle torture

Lo scorso aprile, il Governo italiano aveva riconosciuto i propri torti ed era pervenuto ad un accordo con sei delle vittime richiuse all’interno della caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001. Accordo che prevedeva un risarcimento di 45.000,00 euro per le torture subite. All’epoca, tale atto – hanno scritto in un comunicato la Giunta dell’Unione camere penali italiane e l’Osservatorio carcere UCPI (leggi qui) – consentì alla Corte Europea di chiudere la procedura intentata da tali ricorrenti, anche per le assicurazioni date dal nostro Paese «a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura e l’impegno a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle Forze dell’Ordine». La condanna odierna, che risarcisce coloro per i quali non si era pervenuti ad alcun accordo, punisce l’inerzia dello Stato italiano, per non aver legiferato in materia e per non aver condotto indagini efficaci.
Oggi il delitto di tortura in Italia c’è, ma la fattispecie – aggiungono ancora le Camere penali – è ben lontana da quella prevista dalle convenzioni internazionali firmate dall’Italia, da oltre 30 anni. Il testo qualifica il reato come «comune» e non come «proprio», slegandolo quindi dall’operato dei pubblici ufficiali. E’ stato cancellato, nel corso dell’iter parlamentare, il termine «reiterate», sostituito con «più condotte». Inoltre il reato non sussiste «nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti», dove la parola «sofferenze», unitamente a «legittime misure» appare palesemente in contrasto.

Senza titoloLa parola tortura è dunque pronunciabile, irrimediabilmente sdoganata anche se i comportamenti che ne configurano il reato appaiono fortemente ridimensionati. Si potrà ora iniziare a raccontare delle torture di questa Repubblica? In un commento apparso sulla rivista Diritto penale contemporaneo, dedicata alla sentenza della corte d’appello di Perugia che il 15 ottobre 2013 aveva riconosciuto la tortura inflitta ad Enrico Triaca, il tipografo delle Brigate rosse romane arrestato nel maggio del 1978, si affermava: «questa sentenza deve piuttosto condurre ad essere meno perentori nel sostenere la tesi, così diffusa nel dibattito pubblico e storiografico (leggi l’Ipse dixit in fondo), secondo cui il nostro ordinamento, a differenza di altri, ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia e del diritto, senza rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali degli imputati e dei detenuti. In larga misura ciò è vero, ma è anche vero – e questa sentenza ce lo ricorda quasi brutalmente – che anche nel nostro Paese si è fatto non sporadicamente ricorso a strumenti indegni di un sistema democratico: è bene ricordarlo, per evitare giudizi troppo facilmente compiaciuti su un periodo così drammatico della nostra storia recente, e sentenze come quella di Perugia ci aiutano a non perdere la memoria».

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_br_copNel volume Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di prinavera, Derive Approdi 2017  (pp. 500-511) si racconta quel che accadde ad Enrico Triaca, preso in consegna da una squadra speciale del ministero dell’Interno esperta nell’uso delle tecniche di tortura per estorcere informazioni, guidata dal funzionario Nicola Ciocia che operava con lo psudonimo di dottor De Tormentis.

«Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare – aveva spiegato Ciocia in una delle interviste rilasciate in precedenza sotto anonimato (Il Secolo XIX, 17 e 24 giugno 2007, Il Mattino di Padova, 17 giugno 2007) – la tortura, se così si può definire, è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti».

Ipse dixit

Sandro Pertini, presidente della Repubblica ex partigiano, teneva molto a sottolineare che non eravamo il Cile di Pinochet:
«In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi»

Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei carabinieri, al Clarin, giornale argentino:
«
L’Italia è un Paese democratico che poteva permettersi il lusso di perdere Moro non di introdurre la tortura»

Domenico Sica, magistrato, in una intervista apparsa su Repubblica del 15 marzo 1982:
«Le denunce contro le violenze subite dagli arrestati fanno parte di una campagna orchestrata dai terroristi per denigrare le forze dell’ordine dopo i recenti clamorosi successi ottenuti»

Armando Spataro, magistrato, su Paese sera del 19 marzo 1982 in polemica con il capitano di Ps Ambrosini e l’appuntato Trifirò che avevano denunciato le torture praticate nella caserma di Padova:
«Un conto è la concitazione di un arresto, un conto è la tortura. In una operazione di polizia non si possono usare metodi da salotto. La tortura invece è un’altra»

Giancarlo Caselli e Armando Spataro, magistrati, nel libro degli anni di piombo, Rizzoli 2010:
«Nel pieno rispetto delle regole, i magistrati italiani fronteggiarono la criminalità terroristica, ricercando elevata specializzazione professionale e ideando il lavoro di gruppo tra gli uffici (il coordinamento dei 36) […] La polizia doveva, anche allora, mettere a disposizione della magistratura gli arrestati nella flagranza del reato o i fermati entro 48 ore e non poteva interrogarli a differenza di quanto avviene in altri ordinamenti….»

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La falsa vittima di via Fani

Riceviamo e volentieri riprendiamo questa approfondita e puntigliosa inchiesta sulle ripetute bugie sostenute dal falso testimone primigenio da cui hanno avuto origine tutte le dietrologie sul rapimento Moro. Il 22 maggio 2014, ascoltato come teste informato sui fatti, Alessandro Marini ribadiva ancora una volta davanti al Procuratore generale Luigi Ciampoli la sua mistificata versione di quanto avvenuto in via Fani. Da questa analisi emerge il fondato dubbio che Marini abbia mentito non solo sulla dinamica di fatti ma anche sulla propria posizione al momento dell’assalto brigatista.
Escusso succesivamente dalla Commissione Moro 2 (ma non audito in sede pubblica nonostante la rilevanza delle sue parole. In avvio dei lavori la Commissione aveva sposato la proprio versione dei fatti raccontata da Marini), dopo che erano emerse le prove documentali delle sue menzogne, Marini ha rettificato quanto ripetutamente affermato nei decenni precedenti dutante inchieste e processi. Se le bugie passate sono cadute in prescrizione, quelle reiterate nel 2014 hanno ancora rilevanza penale. Ricordiamo che sulla base delle mendaci affermazioni del teste Marini diverse condanne per un tentato omicidio mai avvenuto sono state emesse contro i brigatisti che hanno preso parte al rapimento di Aldo Moro

Il testimone mendace Alessandro Marini

 

Un testimone per tutti i misteri

di da La pattumiera della storia

Alessandro Marini (nato nel 1942, professione dichiarata ingegnere) ha avuto un po’ più dei proverbiali “15 minuti di celebrità”: è dal 16 marzo 1978 che viene sistematicamente riproposto come IL testimone del sequestro di Aldo Moro. Era sul posto, e da allora racconta che due brigatisti su una moto Honda blu gli spararono una raffica di mitra, che colpì il suo motorino ma non lui. Tutti i brigatisti processati per quei fatti sono stati condannati per tentato omicidio nei suoi confronti. Nessuno tra i numerosissimi inquirenti (polizia, carabinieri, magistrati, giornalisti, ricercatori, detectives dilettanti, ecc.) si è mai preoccuppato di controllare il punto di partenza delle sue dichiarazioni: cioè il fatto che egli fosse sul posto in motorino, il cui parabrezza diceva colpito e rotto dalla raffica, o almeno da un proiettile di questa, partito dalla moto Honda.
L’analisi che è proposta qui si basa su fotografie di dominio pubblico e di larghissima diffusione, e si concentra sulla posizione del motorino e sul quella dichiarata da Alessandro Marini, ed è seguita dall’ipotesi che egli fosse in un punto diverso.

A. Il motorino
È un Boxer della Piaggio, il motorino dell’ingegnere Alessandro Marini. Lo si vede in moltissime fotografie scattate sulla scena del crimine, in via Fani, il 16 marzo 1978. Sta sul cavalletto, sopra il marciapiede, accostato al muro, sotto la lunga insegna bianca con la scritta verticale ‘SNACK BAR’ su un lato e ‘TAVOLA CALDA’ sull’altro (indicazione ‘A’ nelle foto). È il Bar Olivetti sul cui ingresso si erano appostati i quattro finti piloti dell’Alitalia.
Come sappiamo che è proprio quello di Marini? Lo ha ammesso lui stesso, appena 37 anni dopo i fatti. Ha sempre dichiarato di essere arrivato in via Fani col suo motorino.
Da quando è lì quel motociclo? Osservate le fotografie: ai suoi lati sono parcheggiate due autovetture, quasi interamente sul marciapiede, di traverso, con le parti anteriori che arrivano sino al muro. Il motorino è stato messo lì prima del loro arrivo. Si tratta di due auto della polizia, un’Alfasud gialla e un’Alfetta di pattuglia. Sono tra le prime ad arrivare sul posto dopo l’azione, e bloccano interamente il marciapiedi ai due lati del Boxer. L’Alfetta fa da barriera al pubblico su via Stresa, e delimita da quel lato la scena. È impossibile che qualcuno abbia portato lì il motorino dopo il loro arrivo.
Il motorino era lì già prima dell’azione? No, visto che è quello con cui è arrivato l’ing. Marini. Egli si sarebbe trovato esattamente in mezzo al gruppo dei quattro finti piloti nel pieno dell’attacco.
Il parabrezza del Boxer mostra segni di rottura? Il parabrezza mostra chiaramente una lunga striscia di schotch da pacchi che lo attraversa in diagonale. Se una rottura c’è stata, è avvenuta per forza di cose in tempi ben precedenti l’azione. Marini ha mentito dicendo che il parabrezza si ruppe in via Fani, quando gli spararono.
Non ci sono tracce di proiettili? L’impatto di un proiettile (calibro 9 mm parabellum, come quelli usati all’occasione) su un parabrezza di plastica dura, potrebbe produrre una scheggiatura senza perforazione (nel caso arrivasse di striscio), una perforazione con o senza scheggiatura, o una perforazione con rottura. Le foto non mostrano tracce di questo genere, che dipendono dal tipo di proiettile, velocità ed angolo d’impatto. Sono esclusi il rimbalzo e lo sbriciolamento totale o parziale, come quello che si vede sui vetri delle auto colpite. Nulla sul parabrezza richiama in nessuna misura gli effetti dei proiettili ben visibili nelle fotografie degli altri mezzi colpiti. Di più: il motorino resta lì, nel mezzo della scena del crimine, per delle ore circondato da poliziotti, funzionari ed inquirenti di ogni grado e categoria, e nessuno nota nulla. Messo davanti all’evidenza delle foto, Marini sostiene ora che andò a riprenderlo lì, e lo trovò con un pezzo del parabrezza per terra. Nessuna delle foto prese nel corso della giornata mostra il parabrezza senza pezzi, è l’ultima invenzione di Marini.

B. La posizione dichiarata da Marini
Marini racconta di essere stato fermo allo stop, salendo via Fani, all’incrocio con via Stresa, e che lì sarebbe stato bersaglio di una raffica da una moto in fuga, al termine del sequestro (indicazione ‘B’ sulle foto). Se così fu, deve aver portato il Boxer là dove lo si vede (indicazione ‘A’), immediatamente dopo il fatto.
E se il motorino fosse rimasto lì (‘B’) dove Marini ha detto che si trovava?
Se, a quello stop dell’incrocio, ci fosse stato un ciclomotore col parabrezza perforato da un proiettile, sarebbe stato incluso nella scena del crimine, e trattato al pari degli altri veicoli colpiti dalla sparatoria. Sulle foto si vede che il limite (auto di traverso) per il pubblico di curiosi venne posto proprio su quella linea dello stop; l’avrebbero posto più in basso se lì vi fossero state evidenze di un incidente (un motorino per terra, pezzi di parabrezza). In foto scattate più tardi, si vedono delle transenne che delimitano più in basso la scena. Alessandro Marini, pur dicendosi fermo a quell’incrocio, non vede il signor Intrevado, che gli è accanto, fermo nella sua Fiat 500 allo stop. E non vede la brigatista che, armata, in mezzo all’incrocio controlla il traffico, intimando in particolare a quelli che salgono su via Fani, proveniendo da dietro la posizione di Marini, di andarsene. Non la vede al punto di escludere che vi fosse una donna, ‘a meno che non fosse vestita da uomo’, dice, eppure è proprio davanti a lui, tutti gli altri testimoni nelle vicinanze la segnalano. Si veda l’immagine sintetica della Polizia scientifica che mostra la visuale di Marini da quel punto: era la zona d’azione della brigatista del ‘cancelletto inferiore’. Peggio ancora, Giovanni Intrevado non vede né Marini né il motorino che dovrebbero essere di fianco a lui. Immaginiamo la scena. Una persona ferma col suo motorino ad un incrocio sta probabilmente seduta in sella, con uno o due piedi per terra, le mani sul manubrio, tirando con le dita di una mano la maniglia del freno. Assiste ad una scena terribile, alla fine della quale il passeggero di una moto che le sfreccia vicino le spara addosso. Il proiettile colpisce il parabrezza, ma non la persona che le sta dietro, perché istintivamente si era abbassata. La paura già prodotta dalla visione precedente raggiunge il suo apice, il ciclomotorista terrorizzato si fa la pipì addosso (lo racconta lo stesso Marini).
È verosimile che la reazione in un tale frangente sia di lasciare le mani dal manubrio, di sorta che il motorino cada per terra. Non si può però escludere che per reazione la persona resti ancor più aggrappata al motorino, che quindi non rovina al suolo. E poi? Ci si può attendere che subito dopo, la persona si occupi rapidamente di liberarsi del motorino: raccogliendolo e sistemandolo nel posto più vicino possibile, per esempio sul marciapiede, a ridosso del muro che lo costeggia. Liberarsene per poter avvicinarsi a piedi sul luogo del delitto, vedere da vicino cos’è successo, prestare eventualmente soccorso. Dice Marini: «Dopo aver assistito alla sparatoria e alla fuga dei terroristi, ho lasciato il motorino e mi sono avvicinato alle autovetture…». Eppure il motorino non è lì, nella parte bassa dell’incrocio (‘B’). Nel posto in cui si trova (‘A’) è stato portato, come s’è detto, subito dopo l’azione e prima dell’arrivo della polizia. Diciamo che il ciclomotore non è caduto, Marini o rimonta in sella e riparte (il Boxer non aveva accensione elettrica, si metteva in moto con una pedalata forte tenendolo sul cavalletto), o piuttosto lo spinge continuando a tenerlo per il manubrio. E lo spinge in salita, attraverso l’incrocio ora aperto, nel pieno di quella che pochi istanti prima era la zona di combattimento, disseminata di bossoli ed altri oggetti. Passa accanto, se non sopra, il cappello da pilota ed il caricatore di mitra abbandonati dal commando (che non sono ancora stati cerchiati col gesso), spinge ancora il motorino a fargli salire il marciapiede (deve farlo anche se vi arriva con il motore), e solo lì, sotto quel muro, lo parcheggia. Un percorso di una ventina di metri, a occhio, che non ha alcun senso. In nessuna delle sue dichiarazioni Marini fa cenno a una tale azione.
Può avercelo portato qualcun’altro? No. Tutti i presenti sono stati identificati ed interrogati come testimoni, non v’è ragione alcuna per cui chiunque possa aver fatto una cosa del genere nel breve tempo tra l’attacco e l’arrivo della polizia.
Ma se nessuno ha trasportato il ciclomotore dal punto ‘B’ al punto ‘A’, come ci è arrivato lì, perché il Boxer si trovava in quel punto?
Sappiamo solo che è stato Marini a metterlo nel punto ‘A’ (dove poi lo ha ripreso), e che non vi è giunto direttamente dal punto ‘B’. Questo obbliga a definire in ipotesi un posizionamento alternativo di Marini, un punto ‘C’ che appaia compatibile con gran parte degli elementi ‘acquisiti’ della ricostruzione, e al tempo stesso spieghi alcune importanti incongruenze delle testimonianze.

C. La vera posizione di Marini
Su alcune fotografie è tracciato approssimativamente il percorso che avrebbe dovuto fare Marini per parcheggiare il motorino (da ‘B’ ad ‘A’). Ma è marcato anche un secondo percorso, dal punto ‘C’ al punto ‘A’. Il punto ‘C’ è situato su via Stresa, in discesa verso l’incrocio con via Fani, all’angolo del Bar Olivetti.
È lì che si trovava verosimilmente Marini, in sella al suo motorino, molto probabilmente sul marciapiede, e da lì ha seguito la scena di cui ha testimoniato. In questo punto, l’angolo di campo della sua visuale è spostato di 90 gradi rispetto a quello dichiarato. L’attenzione è concentrata sul lato destro, sul commando, che gli dà le spalle. Perciò non nota la brigatista del cancelletto inferiore, perché agisce alla sinistra della sua visuale, mentre lui guarda il convoglio attaccato a destra.
Non vede Giovanni Intrevado, perché non gli è accanto e probabilmente è fuori dal suo campo visivo. E addirittura Barbara Balzarani, la donna del commando, testimonia di non aver visto in quel punto l’uomo col motorino. Intrevado e la brigatista non lo vedono al punto ‘B’, perché lui non è lì, ma al punto ‘C’.
Nella sua precisa disanima delle dichiarazioni di Alessandro Marini, Gianremo Armeni (in “Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro”, TraLeRighe editore, 2015) osserva che al testimone è rimasto impresso nella memoria il volto di uno dei partecipanti all’azione, perché colpito dalla sua somiglianza con l’attore Eduardo de Filippo, e rileva la straordinaria somiglianza tra questi e l’immagine di Alessio Casimirri,

condannato come partecipante all’azione. Marini lo nota in coppia con quello col passamontagna, dicendo che erano sulla moto. A buona ragione, Armeni sostiene che lo abbia effettivamente ben visto, che si trattasse di Casimirri, e che la ricostruzione del resto sia inquinata da diversi fattori; in sostanza Marini, sovrapponendo i ricordi, piazza i due dell’auto su una moto che passa a cose finite. Casimirri, assieme all’unico col passamontagna, agì come ‘cancelletto superiore’, bloccando il traffico e proteggendo l’azione di sequestro, ed al suo termine ripartì con la Fiat 128 girando a sinistra su per via Stresa.
Il punto critico in questa configurazione: se ‘Eduardo de Filippo’ era alla guida non di una moto, ma della Fiat 128, come ha potuto Marini vederlo distintamente in viso?
Dalla posizione ufficiale di Marini (punto ‘B’), dal basso dell’incrocio, vedere un’auto che scende dalla direzione opposta (contromano sulla sua corsia) e gira a sinistra (verso destra rispetto a Marini), significa vederla brevemente di fronte e poi dal suo lato destro. Il guidatore essendo coperto in questa prospettiva dal passeggero seduto accanto, risulta improbabile poterlo distinguere con tanta nettezza in quel poco tempo. Risulta invece assai chiaro se la prospettiva è un’altra, quella del punto ‘C’. Marini lì si trova sul lato sinistro dell’auto che svolta nella sua direzione in via Stresa, proprio faccia a faccia col conducente.

Scena tratta da un film: la 128 gira a sinistra su via Stresa La 500 è quella di Intrevado, lì dice di essere stato Marini

La visuale di Marini nella ricostruzione della polizia scientifica

Scena tratta da un film

Vediamo la scena: Marini arriva all’incrocio su via Stresa quando le auto del convoglio di Moro sono ferme ed assiste alla sequenza del sequestro. Il convoglio dei rapitori parte, la 128 del ‘cancelletto superiore’ scende veloce da via Fani, frena per fare la curva a sinistra su via Stresa e gli passa accanto: lo sguardo di Marini incrocia quello del guidatore ‘Eduardo de Filippo’, che magari gli punta una pistola (non risulta che Casimirri avesse un mitra). Comunque egli lo vede in faccia, si sente minacciato e, spaventato, lascia cadere al suolo il motorino.
Ripresosi, solleva il motorino, lo spinge sul marciapiedi per un paio di metri e lo parcheggia.
Il percorso dal punto ‘C’ al punto ‘A’ è brevissimo, si tratta appena di girare l’angolo sul marciapiedi da via Stresa a via Fani. Sulle foto si distingue l’angolo del muro a poco più di un metro dal motorino parcheggiato. A differenza del percorso da ‘B’ ad ‘A’, questo rappresenta una reazione ed un comportamento ‘naturale’, che chiunque potrebbe avere in circostanze simili. A differenza del percorso da ‘B’ ad ‘A’, questo si compie in pochi secondi, e non offre nessun motivo per gravarsi nella memoria.
Infine questa posizione corrisponde all’espressione che Marini ha costantemente usato nelle sue deposizioni: “Mi passarono a fianco dove io ero fermo col motorino… mi spararono passandomi a fianco, scappando su via Stresa”.
Passare ‘a fianco’, significa sul lato, destro o sinistro che sia, espressione incongruente con la sua posizione dichiarata, dalla quale avrebbe dovuto vederli ‘davanti’, ‘di fronte’, poiché secondo lui gli venivano incontro scendendo da via Fani. A fianco a sé, sul punto ‘B’, Marini aveva solo Intrevado con la sua Fiat 500, nessun brigatista, nessun convoglio, nessuna moto Honda.

 Bugie, menzogne o falsità?

Alessandro Marini mente quando dice che:
– osservò l’azione del sequestro dalla parte bassa di via Fani;
– un uomo gli sparò una raffica di mitra da una moto Honda in corsa;
– lo stesso uomo perse un caricatore all’incrocio di via Fani con via Stresa;
– un proiettile di quella raffica colpì il parabrezza del suo motorino;
– il parabrezza venne rotto dal proiettile;
– lasciò lì, nella parte bassa di via Fani, il suo motorino e andò a piedi dall’altra parte dell’incrocio;
– ritrovò il parabrezza rotto, con un pezzo a terra, quando andò a riprendere il motorino.

Marini non è una vittima di via Fani, nessuno gli ha mai sparato, come provato ormai anche dalla polizia scientifica. Benché non abbia osato procedere come parte civile, diversi accusati sono stati condannati definitivamente per un tentato omicio mai evvenuto. Egli è un testimone mendace, e quali che siano le ragioni delle sue false affermazioni, andrebbe considerato quantomeno inaffidabile.

Di falsità evidenti che non gli sono mai state contestate egli ne ha dichiarate altre ancora, basti pensare al racconto del brigatista che si avvicina a un’auto del convoglio di Moro e ne spacca un vetro, prima che il commando apra il fuoco- una circostanza esclusa da ogni altra ricostruzione e testimonianza-, o alle telefonate anonime che avrebbe ricevuto da brigatisti che lo minacciavano- un atto mai provato e che non trova alcun riscontro in tutta la lunghissima storia delle Brigate Rosse: poi si scoprirà che erano per storie sue private legate a frequentazioni femminili, come se non bastasse aggiunse che a minacciarlo fu anche un avvocato dei brigatisti, in aula, sol perché gli aveva rammentato che il suo difeso era già in carcere quando avvenne l’assalto di via Fani.
In un’intervista trasmessa su RaiTre (Il Rosso e il Nero, 1993, qui un estratto) disse che “dopo la sventagliata di mitra” vide l’edicolante ed un signore con una paletta della polizia: altro falso, venne poi accertato che quel distinto signore non l’aveva mai avuta né tenuta in mano.

È ancora un fatto che, di fronte alle ‘discrepanze’ e ai cambiamenti delle sue successive versioni dei fatti, nessuno s’è mai preso la briga di contestargliele coerentemente, tirandone le conseguenze.
Alessandro Marini è il testimone della ‘madre di tutti i misteri’, ha visto la moto Honda che tutti i brigatisti -per una volta unanimi- negano fosse parte diretta o indiretta del piano d’attacco o fosse in qualche modo legata all’organizzazione clandestina.

Lo statuto di vittima gli viene confermato da numerose sentenze, è in un certo senso un ‘intoccabile’. Anche quando dichiara di aver riconosciuto Corrado Alunni tra i componenti del commando -un falso evidente agli stessi inquirenti- il magistrato Ferdinando Imposimato si limita a ‘non prendere in conto’ la testimonianza per quel punto, e nessuno si interroga sull’attendibilità del teste. Il ritornello è che il tentato omicidio di Alessandro Marini è un ‘fatto’ accertato da sentenze definitive, quasi che una sentenza di un giudizio penale debba corrispondere alla verità storica.
La raffica sul suo parabrezza ormai si fissa nell’immaginario del grande pubblico, si veda la scena tratta dal film di Ferrara (qui la sequenza in fotogrammi del film che però non rispecchia fedelmente le parole di Marini, secondo il quale l’uomo col passamontagna sarebbe stato il passeggero posteriore, salvo invertire le parti in una delle tante deposizioni, e l’uomo col mitra avrebbe tenuto l’arma e sparato col braccio sinistro, dunque effettuando una difficilissima, quanto improbabile, torsione all’indietro).

Quanto basta perché le bugie vengano amplificate e moltiplicate da quelli che si vogliono grandi attori delle inchieste.
L’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato, scrive nel suo libro (“Doveva morire”, con Sandro Provvisionato, Chiarelettere 2008), citato nel lavoro di Armeni: «Il teste Marini è affidabile e i buchi dei proiettili sul parabrezza del suo motorino erano visibilissimi
Più recentemente, scrive Stefania Limiti (in “Complici”, sempre con Sandro Provvisionato, Chiarelettere 2014): «L’ingegnere Marini, che nei giorni successivi a questa deposizione subirà molte minacce e nel tempo sarà addirittura costretto a cambiare città, consegnerà alla polizia il parabrezza del suo motorino con ben evidenti i segni degli spari
Sono falsità ingiustificabili, poiché provengono da personaggi che si pretendono grandi specialisti della materia.
E mente sapendo di mentire Gero Grassi, quando annuncia il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta di cui fa parte:
«-Sentiremo anche l’ingegner Alessandro Marini che fu un testimone chiave, passando con il suo motorino proprio durante l’agguato: fu colpito da alcuni proiettili, parlò di un caricatore che vide gettato in terra e fu poi minacciato di morte. Così Gero Grassi, vicepresidente dei deputati Pd e componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro.» (Comunicato pubblicato sul sito del Gruppo PD della Camera ripreso dalla Gazzetta Meridionale -a discapito del Grassi va ricordato che egli fino a poco prima riteneva morto l’ing. Marini, ora invece l’ha promosso a unico ferito sopravvissuto alla strage).

Le nebbie della Commissione
Dopo siffatto annuncio, niente. Il sito che pubblica tutte le udienze della Commissione parlamentare d’inchiesta, segnalando ogni tanto che ‘si continua in seduta segreta’ e che dunque non saranno esposti i dettagli di tale o talaltra audizione, non riporta più nulla. Fino al momento della Relazione sull’attività svolta, la cui proposta viene discussa il 9 dicembre 2015.
Lì si capisce che Alessandro Marini è stato effettivamente sentito dalla Commissione parlamentare. Come, dove e quando però non si sa. Insomma, ancor più che una ‘seduta segreta’, quando si bloccano le registrazioni di radio e TV e si oscura il verbale dell’audito di turno, qui l’informazione del pubblico viene blindata nel modo più radicale. Tantomeno vien indicato un motivo qualsiasi per un tal procedere. Che si siano decisi, se non a torchiare il bugiardo, a metterlo davanti alle proprie responsabilità?  No, casomai è il contrario. La Commissione, alla faccia della trasparenza, ci fa sapere solo ciò che le garba, in perfetto stile ‘non ti faccio vedere la fotografia, ma ti racconto cosa c’è sopra’. Che di solito è ciò che uno ci ha visto sopra.
In tali nebbie, prende piede il sospetto che il testimone sia sempre trattato coi guanti, che gli si permetta di ‘aggiustare’ le sue contraddizioni.
La Relazione sull’attività svolta del 10.12.2015 non ci libera dal sospetto. Vi si legge (pag. 109-100):

Ad Alessandro Marini sono state mostrate alcune immagini estrapolate da un video dell’epoca, che raffigurano un motociclo verde, modello Boxer, con il parabrezza tenuto unito con dello scotch posto trasversalmente, con una guaina copri gambe di colore grigio, parcheggiato in via Fani, sul marciapiedi, all’altezza del bar Olivetti, accanto a un’Alfasud e a una volante.
Marini, osservando le fotografie, ha riconosciuto senza esitare il proprio motoveicolo e ha affermato che sicuramente lo scotch era stato applicato da lui prima del 16 marzo 1978, come aveva già affermato in occasione di dichiarazioni rese il 17 maggio 1994 dinanzi al pubblico ministero Antonio Marini.

Nota bene, Marini afferma nelle medesime dichiarazioni del 1994:
«Ricordo che quel giorno, in via Fani, il parabrezza si è infranto cadendo a terra proprio in questi due pezzi che ho successivamente consegnato alla Polizia; Dopo aver assistito alla sparatoria e alla fuga dei terroristi, ho lasciato il motorino e mi sono avvicinato alle autovetture coinvolte nella sparatoria.» E prima, stesso verbale: «Comunque io ancora vivo il ricordo della presenza di una mota Honda di grossa cilindrata in via Fani, a bordo della quale vi erano due individui uno dei quali, e precisamente quello che sedeva dietro il conducente, mi ha sparato contro mentre ero fermo a bordo del mio motorino.» E poi ancora, nel medesimo verbale: «Non ricordo quando sono andato a ritirare il motorino che avevo lasciato incustodito all’incrocio con via Fani e via Stresa.»
Continua la Relazione:

Alessandro Marini ha aggiunto di ricordare che il 16 marzo, di ritorno dalla Questura dove era stato portato per rendere dichiarazioni, nel riprendere il motociclo si era accorto che mancava il pezzo superiore del parabrezza che era tenuto dallo scotch e di aver perciò ritenuto che fosse stato colpito da proiettili: «Per il fatto che quel giorno l’ho trovato senza un pezzo di parabrezza, io ho ritenuto che fosse stato colpito dalla raffica esplosa nella mia direzione dalla moto che seguiva l’auto dove era stato caricato l’onorevole Moro. Non ho ricordo della frantumazione del parabrezza durante la raffica; evidentemente quando poi ho ripreso il motorino e poiché mancava un pezzo di parabrezza ho collegato tale circostanza al ricordo della raffica. Tali considerazioni le faccio solo ora e non le ho fatte in passato perché non avevo mai avuto modo di vedere le immagini fotografiche mostratemi oggi, da cui si nota che il parabrezza appare nella sua completezza, seppur con lo scotch». Occorre ricordare che nell’immediatezza dei fatti, il 16 marzo 1978, Marini aveva parlato di una raffica nella sua direzione, ma non del parabrezza colpito; in successive dichiarazioni (al sostituto procuratore Infelisi il 5 aprile 1978, al giudice istruttore Imposimato il 26 settembre 1978, al giudice istruttore Gallucci il 29 gennaio 1979) Marini invece aveva riferito che la raffica dei brigatisti aveva colpito il parabrezza del suo motociclo. Alessandro Marini ha aggiunto di non rammentare la circostanza che uno dei soggetti a bordo della moto aveva perso un caricatore, come invece da lui dichiarato il 16 marzo 1978.

E come dicono nei cartoni animati: That’s all, folks!

La Relazione offre dunque una sola citazione dell’ultima testimonianza di Marini, che, virgolettata, dovrebbe essere testuale.
Davanti alla foto che mostra il suo motorino con il parabrezza intero e attraversato da una striscia di scotch, gli si permette di giustificarsi, affermando il contrario, che era “senza un pezzo di parabrezza”. Gli mancava un pezzo, sulla foto che gli hanno mostrato? Non lo sappiamo, anche quell’immagine è rimasta nelle nebbie. Possiamo presumere che non fosse quella pubblicata sul blog Insorgenze.net, che segnalò il dettaglio, indicando in un primo momento che il motorino era un Piaggio Ciao, mentre era un Boxer, pure della Piaggio. Ma poco importa.
Di foto, ne vedete qui parecchie, e ancor più se ne trovano sul web, scattate da diversi angoli e a diversi momenti della giornata.
Non se ne trova alcuna che mostri il parabrezza in pezzi, o mancante di un pezzo.
E va ricordato che lo stesso Alessandro Marini disse (nel citato verbale del 1994 davanti al pm Antonio Marini) di aver apposto lo scotch prima del 16 marzo non perché il parabrezza fosse rotto, ma perché era “incrinato”. Non erano dei pezzi attaccati insieme dallo scotch, il nastro adesivo copriva un’incrinatura, per tenerlo unito nel caso che una forte sollecitazione o un colpo lo rompessero effettivamente facendolo cadere in pezzi.
Le fotografie che abbiamo visto mostrano che il Boxer di Marini è stato messo sotto l’insegna verticale del Bar Olivetti dopo l’azione ma prima dell’arrivo della polizia, che è rimasto chiuso non solo nella ‘scena del crimine’ (una delle più inquinate che la storia ricordi) ma addirittura tra due auto della polizia che lo rendevano inavvicinabile a qualsiasi passante. Nelle tante foto, in quel punto si vedono solo carabinieri e/o poliziotti, che danno le spalle al motorino.
In questa sua ultima testimonianza segreta, Marini dice che “mancava un pezzo di parabrezza”. Davanti all’evidenza fotografica del contrario, continua a mentire.
Col beneplacito della Commissione d’inchiesta.

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Brigate Rosse, l’ora della storia

Silvia De Bernardinis

caetaniColma un ritardo e un’assenza il volume di Clementi, Persichetti e Santalena, Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla “campagna di primavera” . Nella sterminata bibliografia prodotta negli ultimi tre decenni sulle Br, uno dei paradossi più macroscopici nei quali ci si imbatte è la scarsità di opere storiografiche, a conferma di quanto l’uso pubblico della storia condizioni la ricerca storiografica quando si tratta di vicende che contengono nodi politici irrisolti, come nel caso della lotta armata e più in generale dello scontro sociale degli anni Settanta.

Obiettivo del libro è inserire la storia delle Br nella storia sociale e politica italiana cui appartiene, farne cioè un legittimo oggetto di storia. Perché si possa farlo, è necessario eliminare quei meccanismi di rimozione che, in questo caso, sono posti in atto non con il silenzio/oblio ma attraverso un eccesso discorsivo che schiaccia quell’esperienza su una perenne dimensione cronachistica, ricacciandola così fuori dalla Storia. È questa la funzione della letteratura cospirazionista che negli ultimi trent’anni ha creato e alimentato, mai suffragandoli con prove,ombre e misteri attorno alle Br, volti a inficiarne l’autenticità.

Da qui la scelta degli autori di ricostruire la storia brigatista attorno all’evento più discusso e raccontato della seconda metà del Novecento italiano, il caso Moro, scandagliandolo con puntiglio e rigore metodologico, e la scelta di confrontarsi sul terreno dietrologico oggi dominante, smontandone le argomentazioni con gli arnesi propri della ricerca storiografica. L’aspetto più interessante e innovativo del testo sta però nella sua capacità di delineare un quadro d’insieme della storia italiana, perché insieme alla storia delle Brigate Rosse si ricostruisce anche quella dello Stato e dei partiti politici nella loro azione di contrasto alla lotta armata, nel contesto di una società in profonda trasformazione e attraversata da un’acuta conflittualità sociale.

Organizzato in tre parti scandite e strutturate attorno all’“operazione Fritz”, il libro si apre con l’epilogo di Via Caetani per poi riattraversare a ritroso il percorso politico della formazione armata, ricostruendo il quadro storico e il contesto che hanno reso pensabile e possibile l’azione di Via Fani e, analizzandole dalla prospettiva brigatista, le ragioni che non hanno permesso un diverso esito finale dell’operazione. Con uno sguardo dall’interno delle Br, attingendo dalla memorialistica prodotta dai suoi militanti, dai documenti dell’organizzazione e dalle fonti orali, il libro ricompone i principali passaggi della storia brigatista: le radici nelle fabbriche milanesi della fine degli anni Sessata, cuore dello scontro capitale-lavoro nel momento della crisi fordista; il percorso teorico-pratico dell’organizzazione, dai primi documenti alla formulazione dell’attacco al cuore dello Stato, con le risoluzioni del 1975 e 1978 e il relativo dispiegarsi della propaganda armata, dalle prime azioni al sequestro Sossi, riletto alla luce dell’operazione Moro; il ruolo dei prigionieri politici e il processo guerriglia, un’impasse che la magistratura sbloccherà solo mutando le norme giuridiche.

Al contempo, usando le nuove fonti desecretate provenienti dallo Stato Maggiore dei Carabinieri, dal Ministero degli Interni e dalla Presidenza del Consiglio, gli autori esaminano l’azione dello Stato rispetto al fenomeno brigatista. I numerosi rapporti degli apparati di sicurezza rivelano come essi avessero colto con chiarezza, almeno a partire dal 1974, la natura politica delle azioni brigatiste e le ragioni sociali e politiche che le avevano originate, indicandole a un mondo politico distante e indisponibile a rispondere con gli strumenti della mediazione appunto politica. Altri importanti dati riguardano le trasformazioni del sistema carcerario, a fronte delle rivolte dei prigionieri politici e del processo di politicizzazione dei detenuti comuni, che condurrà alla creazione del circuito dei carceri speciali; l’uso della tortura, l’azione di repressione attuata dal nucleo guidato da Dalla Chiesa, dietro il quale si delinea anche l’idea di un preciso modello di società. Infine il ruolo dei partiti politici, della Dc ed in particolare del Pci: di cui si riporta, tra l’altro, il dibattito interno nei 55 giorni del sequestro Moro, dal quale emerge un’immagine diversa e meno edificante rispetto a quella propagandata ufficialmente e posteriormente. Soprattutto emerge un partito stretto tra la necessità di legittimarsi come forza di governo affidabile e di affermarsi come unico legittimo rappresentante della sinistra, negando nel nome della legalità l’autenticità del conflitto sociale aperto alla sua sinistra, e le ragioni di quel conflitto.

Un volume necessario, che ricorda e fa proprio l’appello polemico di Marc Bloch agli storici affinché forniscano strumenti atti a comprendere, piuttosto che esporre tesi precostituite disancorate dai fatti e giudizi moraleggianti: “Robespierristi, antirobespierristi, noi vi chiediamo grazia: per pietà, diteci, semplicemente, chi fu Robespierre” .

Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elena Santalena

Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla “campagna di primavera”

Derive Approdi, 2017, 550 pp., € 28

Brigate Rosse, una storia interna alla violenza operaia degli anni 70

Recensioni – Ugo Maria Tassinari dal suo blog

 

E ‘ un progetto ambizioso: il volume presentato da uno degli autori, nello spazio autogestito degli studenti di Architettura a Napoli il 18 maggio scorso, è il primo di una trilogia che punta a essere l’opera definitiva sulla storia delle Brigate Rosse. Aspirazione non velleitaria: perché il team è qualificato e ben assortito. Marco Clementi, ricercatore di Storia dell’Europa orientale ad Arcavacata, ha pubblicato già opere sulla “pazzia di Moro” e la “storia delle Brigate rosse”. Elena Santalena insegna presso l’Université Grenoble-Alpes, dove collabora con il Laboratoire Universitaire Histoire Cultures Italie Europe. Studia gli anni della rivolta in italia, la questione carceraria, i movimenti armati e di contestazione. Paolo Persichetti è un ex brigatista di ultimissima generazione: la condanna per le Br-Ucc e l’estradizione dalla Francia (caso più unico che raro) gli hanno stroncato una promettente carriera accademica a Paris 8. I tre hanno combinato sapientemente fonti orali (con interviste esclusive ad alcuni dei leader del principale gruppo armato italiano) e lavoro di archivio (con uno scrupoloso spoglio dei numerosi documenti di polizia e servizi segreti recentemente desecretati) e così facendo parlare “guardie e ladri” sono riusciti a restituirci una potente visione di assieme.
Da questo lavorio emerge un dato interessante: le analisi e le ipotesi investigative elaborate in tempo reale in anni in cui le forze dell’ordine non potevano avvalersi né di infiltrati (l’unico, il pittoresco fratello Mitra, fu bruciato per catturare Curcio e Franceschini) né di pentiti dimostrano una capacità di conoscenza e di comprensione decisamente superiore ai risultati ottenuti sul campo e alle idee correnti sulla qualità della nostra intelligence
Il merito precipuo del primo volume, che tratta gli anni dal 1970 al 1978, dalla nascita all’acme del sequestro Moro, è però un altro. Attraverso una puntuale ricostruzione dell’elaborazione teorica e della pratica militante delle prime Brigate rosse si restituisce al fenomeno la sua realtà effettuale: essere stata cioè non una banda criminale o una spectra agita da chissà quale potenza straniera od oscura ma un’organizzazione nata e cresciuta dentro il conflitto sociale dei primi anni Settanta, in cui la violenza operaia in fabbrica, dai pestaggi dei capi e dei crumiri al sabotaggio della produzione, era diffusa e quotidiana. A differenza degli altri gruppi rivoluzionari, che estendono le lotte dai quartieri alle carceri, dalle caserme ai manicomi, la Brigate rosse concentrano per i primi anni le loro attività nelle fabbriche del triangolo industriale. Poi, “fallite le esperienze dei gruppi politici extraparlamentari nati nel biennio 1968-69, la lotta armata divenne, a metà degli anni Settanta, un’opzione che conquistò larghi settori del movimento. Le Brigate rosse furono, semplicemente, parte di quel processo”.

La recensione – “Brigate rosse” di Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, 2017, ed. Derive Approdi

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Sabato 11 marzo 2017
Un nuovo libro sulle Brigate rosse poteva rappresentare, sulla carta, una scommessa ardita per svariate ragioni. Primo, perché nonostante una nota ministeriale del 30 dicembre del 1979 avesse quantificato in ben 269 le sigle di guerriglia armata operanti in quel tempo in Italia, la quasi totalità della pubblicistica editoriale su quegli anni è stata monopolizzata dalle Brigate rosse e in particolare dal sequestro Moro. Ragion per cui, anche se per la gran parte si è trattato di testi di ben modesto valore, e ve lo dice uno che ha dovuto, obtorto collo, “sciropparseli” tutti, non era comunque semplice sottrarsi allo scetticismo del repetita iuvant? Secondo, perché la scelta di scrivere un saggio di tale ponderosa accuratezza scientifica a tre mani, poteva risolversi in un lavoro incompiuto, dove ognuno scrive il suo bravo pezzo, perdendosi così il significato dell’insieme, mai come in questo caso, peraltro, fondamentale. Terzo, perché anche la scelta dei tre autori poteva rivelarsi “rischiosa”. Lo storico Clementi aveva pubblicato qualche anno fa per Odradeck quello che è di gran lunga il testo più esaustivo sulla storia della più longeva organizzazione armata italiana, il giornalista Persichetti si occupa da anni di ricostruire con minuzia e rigore la verità del sequestro Moro in contrasto alle diffuse “dietrologie” che da anni imperversano dalle più parti, e la ricercatrice Santalena ha scritto qualche anno fa per l’Università di Grenoble la più completa ricerca sul contributo delle lotte carcerarie al fenomeno della lotta armata degli anni settanta.
In sintesi, il più esperto di storia delle Br, il più esperto del sequestro Moro e la più esperta delle lotte carcerarie, tutti insieme in uno stesso libro. Sembrava insomma uno di quei “supergruppi” del rock che andavano di moda negli stessi anni settanta, quando alcuni big univano, per qualche fortunato disco, le forze, tipo CSN&Y, Byrds, EL&P ma anche Cream, Yes e Traffic, per citare i primi che vengono in mente, e poi tanti saluti, e ognun per se.
E invece, al termine della sua lettura, possiamo dire che i tre autori sono riusciti a pubblicare non solo un libro che mancava, ma anche un libro che ci voleva, perché fondamentale.
Mancava, perché è totalmente diverso da tutti gli altri in commercio, nel senso che non è né l’ennesimo riepilogo cronologico di fatti e persone dalla fondazione allo scioglimento delle Br, né l’ennesimo racconto di un vissuto personale da una parte o dall’altra della Storia, né l’ennesimo saggio sui cosiddetti “anni di piombo in Italia”, e neppure l’ennesimo resoconto di quel generale movimento politico collettivo con quelle solite tappe di rito che come hanno già detto e scritto in centinaia, con una sintesi discutibile, hanno fatto durare vent’anni, a differenza che nel resto del mondo, il “sessantotto” nostrano.
Ci voleva, perché questo libro, in realtà, proprio perché non è tutte quelle cose dette sopra, è altro.
Ovvero una monumentale e rigorosamente documentata (la consultazione delle fonti è stata di rara serietà) “memoria”, secondo quel termine che usiamo noi avvocati per definire le ricostruzioni che offriamo al giudicante, per convincerlo della fondatezza della nostra tesi, e confutare quella avversa di controparte.
E questo lo si capisce già da quella nota in quarta pagina che comincia espressamente affermando che “le brigate rosse sono nate in fabbrica dentro la crisi della vecchia società fordista”. Nelle 517 pagine (ed è solo il primo di tre previsti volumi) gli autori ricostruiscono quindi, ben dividendosi i compiti, come si sia arrivati, da quella nascita, che reca la data del finale del 1970, a quel clamoroso sequestro di otto anni dopo e che muterà per sempre il corso della storia del nostro paese.
Per fare questo occorreva fare uno sforzo certosino per confutare quelle migliaia di sterili dietrologie di commissioni ministeriali, giudici in pensione, giornalisti, scrittori, politici et similia, che da anni inquinano, agli occhi dell’opinione pubblica, questo pezzo di storia italiana, per le più diverse finalità e motivazioni, che qui poco importa analizzare.
E quindi la metodologia argomentativa seguita dai bravi tre autori qual è?
Per prima cosa ricostruire non solo i primi anni di formazione, potremmo dire, del gruppo armato, ma anche tutto quello che contemporaneamente succedeva intorno a livello politico, culturale e sociale, sia tra i “garantiti” sia tra gli “esclusi”, dalle grandi strategie dei governanti a quelle dei tanti proletari di periferia urbana oppure reclusi nelle carceri medievali ante-riforma. Questo per meglio spiegare come quell’idea iniziale si sia poi implementata ed estesa e dalle grandi città del nord al resto del paese, e come l’innalzamento del livello dello scontro a metà degli anni settanta, abbia portato, per citare i due casi più eclatanti, su cui infatti il libro si sofferma molto, al diverso esito del sequestro del giudice Sossi rispetto a quello di Aldo Moro.
Dopo avere spiegato come si perviene al “attacco al cuore dello stato” e quindi alla sua preparazione, occorreva sgomberare il campo dalle mille bufale che circolano sul 16 marzo in via Fani e per farlo gli autori ricostruiscono con un dettaglio persino pedissequo (ma ci voleva) minuto per minuto tutta l’azione del commando dei brigatisti, e tutti i cambi macchina e tutte le attività dei dieci partecipanti, fino a raggiungere il luogo dove era stata destinata la prigione di Aldo Moro, per dimostrare perché riuscì quel sequestro senza bisogno di altri o di altro.
Quindi si ricostruisce tutta la storia interna del Pci di Berlinguer durante i 55 giorni per dimostrare che l’esito non avrebbe potuto in alcun modo, in una logica di guerriglia rivoluzionaria beninteso, concludersi in modo diverso da come si è concluso, e contemporaneamente si ricostruisce anche tutta l’attività di investigazione fatta durante il sequestro, per dimostrare che sia la mancata individuazione della prigione di Moro sia il mancato arresto degli autori, non fu dovuta ad aiuti o ad altro.
Infine si sgombera anche il campo da ardite strategie politiche che in qualche modo avrebbero, secondo alcuni, trovato un fronte comune tra i guerriglieri e i vertici della politica, per fare fallire la avanzante politica del Pci.
Quindi si racconta nel dettaglio quello che è successo dopo quel sequestro e fino all’anno successivo e a tuti i livelli, ivi compresa la successiva repressione e gli arresti, fino a chiudere dando appuntamento al secondo volume per affrontare il secondo periodo di una storia, che, anche se si concluderà solo 10 anni dopo il sequestro Moro, avrà ancora di fatto altri 2 o 3 anni di vita, prima dell’arrivo dei noti “anni ottanta”.
Ovviamente questo libro è destinato a chi ha davvero voglia di capire quello che è successo in Italia nel finale del “secolo breve”, ed è persino banale che per poterlo riferire gli autori si siano rivolti principalmente a chi aveva fatto quello di cui si stavano occupando.
Se però si preferisce coltivare più “interessanti” misteri, leggere quello che hanno da dire persone che le brigate rosse in quel tempo manco sapevano dove stavano di casa, o sbizzarrirsi nella pratica molto italiana del “io sono più intelligente degli altri e quindi non mi fido di quel che appare”, allora sconsiglio questo libro. In commercio si possono trovare decine di libri-strenna che raccontano una storia italiana tragica e intensa come fosse un libro giallo di Grisham.
Altre recensioni

Esorcismi

 

«La memoria delle Brigate rosse non è morta. Non è neanche conservata. È esorcizzata, allontanata, deformata. Non si finisce mai con il processo Moro, tutti sanno tutto e tutti continuano a elucubrare, non vedere quel che è semplice. Tragico e semplice».

Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, 1994

mario