Mario Moretti, «Le Brigate rosse sono uno specchio per tutti»

Nel 2004 Mario Moretti, figura di primo piano delle Brigate Rosse, è stato invitato a parlare agli studenti di un corso tenuto dal giornalista Enrico Fedocci. Successivamente gli studenti hanno scritto dei commenti sull’incontro che sono stati mostrati a Moretti. Di seguito la risposta che il detenuto in semilibertà Moretti ha inviato a Fedocci. La lettera è stata resa pubblicata sull’edizione del Dubbio di oggi, 8 maggio 2018

Ciao Enrico, grazie per avermi fatto leggere quello che i ragazzi del corso hanno scritto sull’incontro. Molto interessante. In un modo o nell’altro la vicenda delle Br è di quelle che fungono da specchio a chi le guarda. A volte uno specchio sociale, altre più semplicemente riflettono il modo individuale con cui ci si pone di fronte ai grandi eventi, alla riflessione sulla vita, la morte, i valori fondanti la propria esistenza. Si interroga me e la risposta che viene colta è soltanto quella più vicina al sentire consolidato di chi ha posto la domanda. Ti faccio un esempio, non è domanda e risposta ma il più innocuo degli argomenti e il più scivoloso per chi scrive, la descrizione del personaggio: qualcuno mi descrive come uno che «ha un sorriso aperto e l’aria di chi ne ha passate tante nella vita», un altro «volto tirato, scavato dalle rughe… racconta senza tradire la minima emozione», o al contrario «la voce si incrina, gli occhi si fanno lucidi e lo restano per buona parte della conversazione», per un altro «… con un sorriso piuttosto commosso, gli tremano le mani, suda visibilmente, deglutisce come avesse un nodo alla gola», ancora «ha l’aspetto del professore qualunque», «un uomo consunto», «abbigliamento semplice e atteggiamento cordiale e disponibile», e così via.
È chiaro che Moretti è un po’ tutte queste cose messe insieme, ma volevo sottolineare che, se guardando la medesima persona ognuno può “vedere” cose così contrastanti (e si ripeterà ancor più per ogni argomento della conversazione), Moretti è soltanto un pretesto, un accidente in una vicenda, quella delle Brigate rosse, che rimanda a qualcosa di inestricabile dal proprio essere sociale: se si parla delle Br chiunque ci mette di suo, sempre, non importa quanto egli sia lontano per età o per indole da quella vicenda. Peccato che se ne parli così poco e malamente.
Se ti capita ringrazia i tuoi allievi da parte mia, tutti, anche quelli che pensano come un carabiniere, parlano come un carabiniere e fortunatamente, non avendo l’equilibrio di un carabiniere, non sono armati come un carabiniere.
Se hai difficoltà con la duplicazione della registrazione filmata io posso esserti d’aiuto, sono un informatico non dimenticarlo.
Aspetto di sentirti e grazie di nuovo

Mario Moretti

Di seguito le immagini dell’incontro del 2004

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Franco Piperno, «Il Pci impedì a Fanfani di salvare Moro. Gotor? Scrive balle»

Dopo quarant’anni la dimensione politico-sociale dentro la quale prese forma il sequestro Moro si stempera ogni giorno che passa. La società che diede vita a quegli eventi non esiste più: scomparse le cittadelle industriali roccaforti della classe operaia, cambiato il volto delle periferie, i colori di quella rivolta virano con facilità nel chiaroscuro di ricostruzioni spionistico-complottiste. I nodi politici sollevati dal sequestro, la presenza di una opposizione politica armata cresciuta nel Paese e che Moro riconobbe nelle sue lettere con l’uso del termine «guerriglia», lo scambio di prigionieri proposto prima dall’ostaggio e poi dalle Brigate rosse, fanno parte della coscienza rimossa su cui è franata la prima repubblica e si è costruita la seconda. Accade così che i tanto esecrati «cattivi maestri» di ieri, messi all’indice perché responsabili di un pensiero e di un agire ritenuto «pericoloso e colpevole» ma che aveva radici dentro una società traversata da conflitti, agitata da soggetti in movimento, idee, passioni, possano facilmente trasformarsi in delatori, doppiogiochisti, spettri di un teatrino delle ombre. Una narrazione malata che ha ridotto la storia ad un verbale di questura, ad un vecchio registro dell’inquisizione. Solo un capovolgimento di tale portata aiuta a comprendere il radicale mutamento di paradigma che vuole fare degli anni ’70 il decennio dell’inautenticità, di qualcosa che non fu il tentativo di portare a termine una rivoluzione ma il suo contrario. Ed è solo all’interno di questo ribaltamento che possono trovare spazio ricostruzioni come quelle proposte in queste settimane da Miguel Gotor, ex membro della defunta commissione d’inchiesta sul rapimento dello statista democristiano conclusasi con un imbarazzante nulla di fatto

L’intervista – «Io in via Gradoli? Una balla di Gotor». Piperno ritorna sulle ultime settimane del sequestro Moro, tra fine aprile e inizio maggio ’78, quando emerse un accenno di trattativa che poi non ebbe seguito. Liquida Miguel Gotor, che nelle ultime settimane lo ha accusato sul Fatto Quotidiano di essere la gola profonda che avrebbe portato alla scoperta della base brigatista di via Gradoli: «non a caso dagli scrittori di libri polizieschi ritenuto uno storico ma dagli storici considerato solo un romanziere». Infine ridicolizza le “clamorose scoperte”, annunciate nella ultima relazione intermedia prodotta dalla defunta Commissione Moro 2

Paolo Persichetti
Il Dubbio 26 aprile 2018

Il sequestro Moro poteva concludersi senza la morte dell’ostaggio? Franco Piperno ribadisce che era possibile. Tutto ruota attorno ai giorni concitati d’inizio maggio ‘78, dopo la telefonata di Moretti del 30 aprile alla famiglia dello statista democristiano e il comunicato Br nel quale figurava quel gerundio – «stiamo eseguendo la sentenza» – che di fatto rimandava l’esecuzione. L’iniziativa socialista aveva aperto un canale di comunicazione ed ai brigatisti era stato detto che il 7 maggio Fanfani avrebbe fatto un’importante dichiarazione di apertura. Perché tacque? Il suo silenzio fu la conseguenza di una interferenza del Pci, che forte dei suoi voti indispensabili per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica aveva validi argomenti per condizionare le decisioni del Presidente del Senato, uno dei pretendenti più quotati? Durante le trattative per la formazione del nuovo governo, Fanfani aveva cercato di scavalcare a sinistra Moro proponendo un governo d’emergenza con la partecipazione diretta dei comunisti. Ne scrive sui suoi Diari un infastidito Andreotti e lo testimonia l’ambasciatore Usa Gardner, allarmatissimo ma poi rassicurato dall’opzione ben più moderata di Moro che tenne fuori dal governo i tre ministri tecnici indicati dal Pci, rompendo gli accordi presi da Zaccagnini, pronto a dimettersi, e dallo stesso Andreotti. Piperno giocò un ruolo chiave attorno a quell’abbozzo di trattativa che però non riuscì  a conseguire il suo scopo. Una lacerazione della «linea della fermezza» che ancora oggi disturba la storiografia ispirata a quelle posizioni e che a distanza di quarant’anni non rinuncia a lanciare i propri strali dietrologici, calunniando i protagonisti di quella complicata vicenda.
Sul Fatto Quotidiano del 6 e del 20 aprile Miguel Gotor ha tirato in ballo nella intricata vicenda di via Gradoli la responsabilità di Franco Piperno, figura di spicco del ’68, tra i fondatori di Potere operaio, coinvolto nei processi 7 aprile e Metropoli. Secondo l’ex parlamentare, già membro della Commissione Moro, dietro la messa in scena della seduta spiritica che si tenne il 2 aprile 1978 a Zappolino, piccola frazione distante una trentina di chilometri da Bologna, nella casa di campagna del professor Clò, presenti Romano Prodi ed altri docenti universitari, che negli anni successivi saranno destinati ad incarichi di governo, ci sarebbe stata la “soffiata” di «un esponente di prestigio dell’area dell’eversione». Piperno avrebbe fornito il suggerimento al futuro ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, secondo alcune voci mai confermate presente anch’egli alla seduta spiritica, approfittando del fatto che fosse fondatore e rettore  dell’Unical, l’università della Calabria,  dove Piperno stesso era docente di fisica.

In via Gradoli, situata nella zona Nord di Roma, il 18 aprile 1978 i Vigili del fuoco, chiamati per una perdita d’acqua, scoprirono una importante base delle Brigate rosse, affittata nel dicembre 1975 all’ingegner Borghi, alias Mario Moretti.

Nel “rapportino”, la scheda che riassume modalità, cause e soluzioni adottate dalla squadra dei Vigili del fuoco per portare a termine l’intervento, redatto al rientro in sede, il Caposquadra Giuseppe Leonardi scrive che alle 9.47 dall’interno 7: «Per mezzo di scala a ganci si provvedeva ad entrare nell’appartamento soprastante [int. 11] per constatare la causa di infiltrazione di acqua». Alla voce probabili cause, risponde: «Dimenticanza chiusura rubinetto della doccia del bagno» Nel relazione dattiloscritta specifica più dettagliatamente: «Il danno era semplicemente provocato dalla doccia, del tipo telefono, ri[ma…] aperta e rivolta contro il muro che faceva infiltrare l’acqua da dietro la vasca da bagno dietro il muro danneggiando i solai sottostanti. Si elimina[…] danno chiudendo il rubinetto erogatore» Più avanti il Caposquadra spiega che «posti in vista di un tavolo, vi erano volantini a firma delle “Brigate rosse» e  «volumi delle B.R» che attirarono la sua attenzione facendo scattare l’allarme.

La preziosa informazione sull’ubicazione della base brigatista – lascia intendere Gotor – sarebbe pervenuta all’ex esponente di Potop dalla proprietaria dell’appartamento di via Gradoli: i due si sarebbero conosciuti alla fine degli anni ‘60 per via della comune frequentazione del Cnen, il centro di ricerca nucleare di Frascati. Gotor, sostenitore della tesi che il danno d’acqua non fosse casuale, solleva ulteriori sospetti, ipotizzando che «un brigatista dissidente, un esponente dell’area dell’autonomia collaborativo con lo Stato o un agente dell’antiterrorismo» possa essere entrato nell’appartamento la mattina del 18 aprile, dopo l’uscita di Balzerani e Moretti che quella sera non sarebbe dovuto rientrare, con l’obiettivo di provare a recuperare gli scritti di Moro, sperando fossero nell’appartamento e poi provocare il danno d’acqua che fece cadere la base.
Tuttavia nel corso della fantomatica seduta spiritica emerse un’indicazione molto diversa dalla strada dove qualche settimana dopo venne rinvenuta la base brigatista. Nell’appunto manoscritto, subito girato al capo della polizia Parlato, redatto da Luigi Zanda, collaboratore del ministro dell’Interno Cossiga, che il 5 aprile ricevette la segnalazione da Umberto Cavina, addetto stampa di Benigno Zaccagnini, a suo volta informato il giorno precedente da Romano Prodi di passaggio a Roma, è annotato: «Caro dottore, ecco le indicazioni di cui s’è detto: Via Monreale 28, scala D, int. 1, piano terreno, Milano; lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina».
Per giustificare questa incongruenza, Gotor inventa la categoria del “depistaggio a fini informativi”, attribuendo a Piperno una sofisticata strategia che mescolando vero e falso avrebbe mirato a «provocare il fallimento dell’azione Moro senza far arrestare Moretti, che era un avversario politico con una diversa prospettiva rivoluzionaria, non un nemico da tradire», per facilitare la riuscita della soluzione negoziata del sequestro nei giorni in cui il vertice socialista si era attivato in questa direzione.

Abbiamo chiesto a Franco Piperno come ci si sente ad essere raffigurato nei panni di una sorta di Cagliostro, burattinaio che tira le fila di un gioco spregiudicato.
Penso che sia la personalità irrisolta di Gotor ad assegnarmi un ruolo del genere;  non a caso dagli scrittori di libri polizieschi il Nostro viene ritenuto uno storico mentre secondo gli storici siamo in presenza di un romanziere. In ogni caso, ad essere sincero, non posso certo dire che sia il prof. Gotor ad avermi calunniato di più. Ben  prima  dei suoi articoli sul Fatto Quotidiano, sul finire degli anni ‘70, mi hanno fatto decisamente di peggio, sono stato accusato, dalla Procura di Padova e poi da quella di Roma, oltre che del delitto Moro, di ben 20 omicidi e 15 rapine; e, per non farmi mancare niente, ci si mise anche la giornalista americana Clara Sterling: in un suo libro sull’Italia di quegli anni scrisse che la Cia aveva accertato come io fossi un agente segreto comunista, educato alla guerriglia a Praga, frequentando i corsi tenuti nella capitale cecoslovacca direttamente dal Kgb.

Una spia dell’Est? Proprio tu che conoscevi i dirigenti del Kor, il Comitato di difesa degli operai polacchi?
Già, li incontrai tutti insieme nel dicembre del 1978: Jacek Kuron, Adam Michnik e gli altri. Non a caso ci fu poi chi per compensare provò a dire che lavoravo per la Cia perché ero riparato in Canada.

Ma non ti era stato rifiutato l’ingresso quando su invito del Mit di Cambridge ti eri recato negli Usa?
Fu quella la ragione per cui poi mi ritrovai nel Quebec, in Canada, tra i pellerossa.

Quindi smentisci di aver mai parlato con Andreatta?
Faccio molta fatica a prendere sul serio ricostruzioni del genere. Sono arrivato all’università di Cosenza solo all’inizio del 1975, In precedenza ero docente al Politecnico di Milano. All’epoca il rettore dell’Unical era Cesare Roda, Andreatta aveva l’asciato l’università calabrese l’anno precedente; e nel 1976 venne eletto per la prima volta in Parlamento. Non ho mai avuto occasione di conoscerlo. Mi par di capire che Gotor non si sia per nulla informato prima di scrivere.

E via Gradoli? Una vecchia nota di Ansoino Andreassi, funzionario dell’Ucigos, del 6 luglio 1979 riferiva, non sulla base di documenti amministrativi accertati ma di voci provenienti da fonti riservate, originate dal Sismi e dalla questura di Genova, che avresti conosciuto fin dal 1969, al Cnen della Casaccia, Luciana Bozzi, proprietaria dell’appartamento di via Gradoli. Per tenere in piedi le sue congetture, in barba all’Ucigos, Gotor sposta addirittura la Bozzi a Frascati mentre l’informativa della polizia la colloca alla Casaccia, oltretutto il contratto fu stipulato da Moretti col marito della Bozzi, anch’egli coproprietario.
Infatti, ho fatto la mia tesi e poi la specializzazione in fisica della fusione nucleare al Cnen di Frascati, non ho mai frequentato la  Casaccia e il nome di Luciana Bozzi non mi dice assolutamente nulla.

La seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, allude ad un tuo ruolo di supervisore del sequestro. Un suo consulente, il colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, afferma che la mattina del 16 marzo dalle finestre dell’abitazione della signora Birgit Kraatz, descritta come un’esponente del gruppo sovversivo tedesco «2 giugno», in via dei Massimi 91, avresti osservato i movimenti del commando brigatista verificando che tutto procedesse come previsto: il parcheggio delle vetture nel garage della palazzina dello Ior e il trasbordo di Moro nell’attico.  Siamo al delirio?
Anche oltre! Birgit Kraatz era una giornalista assolutamente ben introdotta nei circoli della stampa e del mondo politico romano. L’ho conosciuta nei primi anni ‘70 in occasione di una intervista sul movimento studentesco romano rilasciata per Der Spiegel, il giornale di cui in quegli anni era corrispondente. Niente più lontano dalla intelligenza e dalla sensibilità della signora Kraatz il ruolo di sorvegliante delle prestazioni dei brigatisti.

In effetti aver tirato in ballo il nome della signora Kraatz appare l’ennesimo incredibile infortunio di questa commissione. Non solo è iscritta alla Spd dal ’74, e di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini), ma è stata corrispondente per più di trent’anni oltre che di Der Spiegel, dello Stern e ZDF, ha scritto un libro intervista con Willy Brandt, pubblicato da Editori riuniti.


C’è un episodio molto importante che smentisce alla radice quanto afferma Gotor: poche settimane dopo la morte di Moro hai incontrato Mario Moretti. Perché?
La richiesta era venuta dalle Br; l’incontro, come ho riferito alla Commissione presieduta dall’on. Pellegrino, si svolse in un appartamento del quartiere Prati.

In commissione Stragi ad una precisa domanda dicesti che ad aprire la porta era stato un maggiordomo. L’episodio suggestionò molto la fantasia dei commissari: il Presidente Pellegrino vi intravide la presenza di «inquietanti zone di contiguità» che negli anni successivi hanno alimentato la pubblicistica cospirazionista.
Il maggiordomo con i guanti era un modo metaforico per sottolineare la qualità alto-borghese dell’appartamento.

Insomma li hai presi in giro e loro ci hanno creduto. Cosa volevano sapere le Br?
Moretti ed i suoi avevano chiesto d’incontrarmi con urgenza per ricostruire l’insuccesso della trattativa ma anche per chiarire se ci fosse stata una nostra influenza esterna sui loro militanti provenienti da Potop. Volevano capire se la vicenda della trattativa fosse stata una nostra costruzione per orientare il sequestro. Nonostante queste premesse la discussione si concentrò subito sul silenzio di Fanfani. Volevano capire perché il presidente del Senato non parlò il 7 maggio smentendo l’impegno preso. Lì mi resi conto di quanto le Brigate rosse avessero preso sul serio quei segnali di apertura e capii che il sequestro avrebbe potuto avere un esito diverso se solo ci fosse stata quella dichiarazione annunciata.

Come sei finito in questa storia?
In realtà all’inizio furono Scialoia e Mieli a contattarmi per conto di Livio Zanetti, che conoscevo perché l’Espresso da lui diretto aveva seguito tutto il ‘68. Zanetti mi fece capire che c’era una forte insistenza dei socialisti per aprire una trattativa. Fu lui a mettermi in contatto con Signorile, vice segretario del Psi che si muoveva per conto di Craxi. Il segretario non voleva esporsi direttamente, lo incontrai personalmente solo alcune settimane dopo la morte di Moro. Inizialmente ero restio a farmi coinvolgere malgrado fossi assolutamente consapevole che l’eventuale uccisione di Moro avrebbe provocato  una repressione tragicamente liberticida per tutti i movimenti antagonisti di quegli anni. Per altro, il mio trasferimento in Calabria mi aveva allontanato dalla militanza politica; oltre ad insegnare, dirigevo un dipartimento universitario sicché mi restava poco o nessun tempo per l’attività politica extra-accademica. Poi, a metà aprile accadde qualcosa destinata a mutare non solo il mio umore ma la mia vita stessa: Fiora Pirri Ardizzone, allora mia moglie, venne arrestata ed accusata di aver partecipato al rapimento di Moro in via Fani ed all’uccisione degli uomini della scorta. Un testimone aveva scambiato il suo volto con quello di una donna del commando, quando in realtà quella mattina Fiora partecipava ad una assemblea universitaria a Cosenza. Di conseguenza riorganizzai da cima a fondo la mia agenda, rimandai l’impegno  di “visiting professor” assunto con il Mit di Boston e mi lasciai afferrare dal dramma che, per altro, l’intero nostro Paese stava vivendo. Cosi, una  settimana dopo quell’arresto, mi recai a Roma per incontrare Zanetti e poi Signorile. A maggio il direttore dell’Espresso mi chiese un articolo sulla trattativa che ebbe un destino singolare: apparso il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani, dopo 5 ore fu ritirato dalle edicole e inviato al macero. Nel dicembre del 1978 ripresi e sviluppai quel testo che uscì su Pre-print col titolo «Dal terrorismo alla guerriglia».

Quello che riprendeva il verso di Yeats, «coniugare insieme la terribile bellezza del 12 marzo del ‘77 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani»?
Sì, nel testo ragionavo cercando di spiegare perché era meglio liberare Moro. Al tempo stesso tentavo di aprire un discorso sulla lotta armata legandola al carattere insurrezionale della manifestazione del 12 marzo. Quel giorno ero di passaggio in città perché dovevo raggiungere la fiera di Lipsia, allora nella Ddr, dove avevo un appuntamento con degli armeni per acquistare un computer necessario al Dipartimento di Fisica che allora dirigevo. Per inciso la  “macchina socialistica” costava all’epoca un decimo della sua analoga “capitalistica”, ma occupava uno spazio venti volte maggiore – insomma fu un viaggio inutile, salvo il fatto che per caso mi offrì l’occasione, nel pomeriggio di quel fatale giorno di marzo, di partecipare ad un vero e proprio tentativo insurrezionale. Nel centro storico di Roma, tutti i negozi e perfino i bar erano chiusi: per le strade ed i vicoli si svolgevano durissimi scontri tra manifestanti e gendarmi, scontri nei quali gli abitanti, per esempio quelli di Campo de Fiori, fraternizzavamo attivamente con i dimostranti. Ricordo un fruttivendolo che aveva riaperto il suo negozio per dare rifugio ai feriti; così come un’armeria su Lungotevere presa d’assalto e saccheggiata dalla folla in tumulto. Prima di quel pomeriggio di marzo, nei miei non brevi anni di militanza, non avevo mai partecipato o anche solo assistito ad una esperienza di ribellione sociale, per dir così, allo stato nascente. Da qui l’immagine sulla «terribile bellezza» che riprendeva gli scontri della Pasqua irlandese del 1916.

Secondo te perché Fanfani non parlò?
Ritengo che ci fu un intervento molto forte del Pci, una pressione che fece venir meno l’impegno preso. Io penso che Fanfani avesse informato il Pci del suo intento. Non poteva fare diversamente anche per il ruolo istituzionale che rivestiva. Signorile non aveva parlato solo con Craxi ma anche con altri politici. Di sicuro ne era al corrente il Presidente della Repubblica Leone, il suo addetto militare, ovviamente i vertici socialisti e del partito democristiano. Lo sapevano in troppi perché la cosa non fosse circolata e pervenuta al Pci.

In effetti il 2 di maggio Berlinguer aveva visto Craxi e Balzamo. Durante l’incontro i socialisti spiegarono che un modo possibile per salvare la vita di Moro sarebbe stato, per esempio, la scarcerazione anche di un solo detenuto politico con problemi di salute ed in regime di carcerazione preventiva. Berlinguer era radicalmente contrario a qualsiasi concessione favorevole ai brigatisti; piuttosto si mostrava, come un commissario della polizia politica, interessato ad avere informazioni sui canali di cui si avvalevano i socialisti e che li rendevano sicuri di una possibile liberazione dell’ostaggio. In ogni caso, bisogna pur dire che il tentativo dei socialisti, nel quale fosti coinvolto e travolto, non riuscì e vinse il partito della «fermezza repubblicana», quello che aveva rimosso ogni autocritica e si mostrava disposto a sacrificare la vita di Moro.
In un primo momento Fanfani si era mostrato disponibile ad intervenire pubblicamente: Signorile lo aveva incontrato per la sua posizione critica rispetto alla linea della fermezza ed aveva ricevuto rassicurazioni. Alle Br giunse questa informazione: «Fanfani ha una disponibilità ad ascoltare le richieste delle Br purché queste non comportino inaccettabili violazioni  della legalità». Ad esempio: alleggerire le condizioni carcerarie, al limite della tortura, alle quali erano sottoposti migliaia di detenuti politici. La domenica invece parlò Bartolomei, credo ad Arezzo, dove pronunciò un bla bla incomprensibile e inaccettabile a livello di senso comune. Noi che eravamo della partita riuscimmo a percepire nelle sfumature di una frase un esile messaggio. Ma non era questo il segnale atteso. Per i brigatisti che si aspettavano una dichiarazione chiara e netta quel discorso suonò come un rifiuto.

Signorile ha raccontato che davanti a lui Fanfani aveva dato istruzioni telefoniche a Bartolomei su cosa dire mentre si era riservato di prendere la parola nella riunione di Direzione prevista il 9  maggio. Ma alla fine non disse nulla neanche in quella sede, basta leggere i suoi diari. La notizia del ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani arrivò dopo il suo intervento.
Risulta anche a me. Credo che questo repentino cambio di atteggiamento riassuma il nodo politico della vicenda: Fanfani fece un passo indietro su pressione del Pci.

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Da via Fani alla fontana del prigione dove venne abbandonato il furgone utilizzato dalle Br per trasportare Moro

 

 

Da via Fani alla fontana del Prigione, dove venne abbandonato il furgone utilizzato dalle Br per trasportare Moro /2

Fontana del Prigione

Situata in via Goffredo Mameli, all’incrocio con via Luciano Manara, è stata restaurata recentemente dotandola di un’area di rispetto antistante che non esisteva nel 1978

«Quasi al termine di via del Casaletto il convoglio svoltò sulla sinistra per via Antonio Balboni, una strada in discesa breve e stretta che si immette in via Tommaso Vallauri. Dopo aver nuovamente svoltato a destra, seguirono la via che si fa ripida nell’ultimotratto e presero via Belotti, una strada ancora più scoscesa che dà su Isacco Newton, all’epoca senza uscita. A destra c’era un muro di terra, dietro un canneto oltre il quale scorreva la vecchia via Portuense che attraversava la Valle dei Casali perdendosi nella zona fluviale del Tevere prossima alla Magliana. In via Newton il convoglio si immise sulla corsia di sinistra e dopo pochi metri giunse davanti alla rampa che conduceva nel parcheggio coperto della Standa, oggi Conad-Oviesse. Qui la Dyane si accostò al marciapiede mentre il furgoncino Fiat 850 entrò all’interno dove trovò la Ami 8 Breck con «Gulliver» (Germano Maccari) in attesa. Racconta Gallinari:

«Al parcheggio sotto il supermercato c’è l’ultimo passaggio. Un luogo dove è normale vedere persone alle prese con buste e pacchi anche di grandi dimensioni. Nessuno si meraviglia di una macchina nel cui baule alcuni giovani stanno caricando una cassa. Il mio tragitto è concluso, l’ultimo tratto spetta ai padroni di casa» (1).

Caricata la cassa, Moretti prese la guida della Ami con Maccari accanto. I due si avviarono verso la base di via Montalcini 8, interno 1, distante poco meno di due chilometri, dove ad attenderli c’era «Camilla», Anna Laura Braghetti. Gallinari raggiunse via Montalcini a piedi. Morucci prese la guida del furgoncino Fiat 850 seguito dalla Dyane con Seghetti a bordo. L’allontanamento dai Colli Portuensi avvenne percorrendo largo Morelli e viale dei Colli Portuensi fino all’altezza di via Clelia Garofolini, dove i due mezzi svoltarono a destra traversando la circonvallazione Gianicolense per immettersi in via Luigi Zambardelli, piazza Vincenzo Ceresi, via Pio Foà (dove c’era la tipografia romana delle Br), via Vitellia, piazza di Porta san Pancrazio, via di san Pancrazio e via Giacinto Carini, per poi prendere via delle mura Gianicolensi, via Giuseppe Garibaldi, via Goffredo Mameli, via Emilio Morosini, svoltare a sinistra per via Roma Libera e fermarsi in piazza San Cosimato. Qui in un primo momento venne lasciato l’autofurgone mentre la Dyane fu abbandonata nei pressi. Resisi conto che nella piazza c’era un mercato rionale, il furgoncino Fiat 850 fu spostato. Risalita via Luciano Manara viene nuovamente parcheggiato davanti alla fontana del Prigione (2). Dei due mezzi non si avrebbe avuto più alcuna notizia. Prima di separarsi Seghetti e Morucci si diressero verso viale Trastevere per effettuare la telefonata di rivendicazione da una cabina pubblica. Alle ore 10.10 Morucci dettò alla redazione centrale dell’Ansa il seguente messaggio:

«Questa mattina abbiamo sequestrato il presidente della Democrazia cristiana, Moro, ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga. Seguirà comunicato. Firmato Brigate rosse».

Da Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017, p. 185

1. P. Gallinari, Un contadino nella metropoli, p. 185.
2. Ricostruzione di Bruno Seghetti con gli autori, maggio-settembre 2016.

Sullo stesso tema
16 marzo 1978, un gruppo di operai e precari rapisce Moro. Erano le Brigate rosse /1

L’indicibilità della critica della vittima

Alcune note sulle polemiche del quarantennale del sequestro Moro


di Ilenia Rossini

Zapruder
storieinmovimento.org 24 marzo 2018

 

La critica della vittima, scrive Daniele Giglioli in un bel saggio di qualche anno fa, «presuppone sempre un certo coefficiente di crudeltà» (Critica della vittima, 2014, p. 12). E non si può che partire da questa considerazione se si vuole mettere nella giusta prospettiva la “polemica” montata intorno alle parole di Barbara Balzerani, che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 fu militante e dirigente delle Brigate Rosse, in un momento storico in cui – secondo i dati del ministero dell’Interno – erano attive oltre 250 sigle armate, 36.000 cittadini furono inquisiti per banda armata e 6.000 di essi condannati a decenni di carcere, e si registrarono 7.866 attentati alle cose e 4.290 alle persone. Barbara Balzerani non si è “pentita” – pentimento che, non dimentichiamo, è solo una discutibile categoria giuridica, perché non possiamo sapere quanto pensino lei, i suoi compagni e le sue compagne dentro loro stessi e loro stesse – né “dissociata” dalla lotta armata: lotta armata che, pure, ha dichiarato chiusa con Mario Moretti e Renato Curcio nel 1988 (trent’anni fa), in una celebre intervista allo Speciale Tg1.

Barbara Balzerani è oggi una donna di 69 anni, libera dopo aver scontato 26 anni di carcere, che non ha conti in sospeso con la giustizia. Scrive romanzi (ne ha scritti, al momento, sei, tutti pubblicati o ripubblicati da DeriveApprodi), alcuni riguardanti anche la sua esperienza nelle Brigate Rosse e la successiva detenzione, altri no (come l’ultimo). Tranne che in occasione del documentario di Loredana Bianconi Do you remember revolution. Donne nella lotta armata (1997), non ha partecipato negli ultimi anni a trasmissioni televisive né ha rilasciato interviste sui principali media sull’esperienza delle Br. Qual è la colpa per cui è appena risalita agli “onori” delle cronache? Aver partecipato alla presentazione del suo ultimo romanzo, presso il centro sociale Cpa-Firenze sud, il 16 marzo, giorno del quarantennale del sequestro Moro (di cui fu fra gli autori e le autrici). Dopo essere stata già criticata, a gennaio, per un post sul proprio profilo facebook (!) che giustamente prevedeva le polemiche che si sarebbero addensate nei mesi successivi, la presentazione al Cpa non poteva che essere un’occasione ghiotta per i media. Una giornalista di Matrix si è dunque recata all’iniziativa e, di nascosto, ha registrato l’evento, riportando alcune parole di Balzerani che hanno fatto scalpore: «C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano il diritto a dire la loro, figuriamoci, ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te».

Questa frase ha scatenato una ridda di polemiche, accompagnata dall’approvazione quasi unanime al Consiglio comunale di Firenze di una richiesta di sgombero del Cpa, dall’annuncio del figlio di Lando Conti, ucciso dalle Br nel 1986, della decisione di querelare Balzerani (per cosa?) e da vesti stracciate per il fatto che l’ex brigatista abbia parlato “senza contraddittorio”. Come se ci fosse bisogno di un contraddittorio per parlare del proprio libro all’interno di un centro sociale occupato, neanche fossimo nello studio di Mentana in regime di par condicio durante la campagna elettorale.

Ma facciamo un passo indietro. Come mai Balzerani si è espressa in questo modo? Pochi giorni prima, la trasmissione di La7 Atlantide, condotta da Andrea Purgatori, aveva mandato in onda due puntate dedicate al rapimento Moro – ma comprendenti anche un’ampia contestualizzazione storica dell’Italia del tempo –, contenenti alcuni spezzoni di un film-documentario di Mosco Levi-Boucault prodotto nel 2011 dalla tv franco-tedesca Arte, che riprendeva le testimonianze rese quasi dieci anni prima da alcuni brigatisti rossi, presenti il 16 marzo 1978 in via Fani: Mario Moretti, Prospero Gallinari (morto cinque anni fa), Raffaele Fiore e Valerio Morucci. Non è la prima volta, ovviamente, che vediamo dei brigatisti in tv, sia sufficiente pensare al magistrale La notte della repubblica (1989-90), nel quale Sergio Zavoli intervistò numerose/i ex brigatiste/i (ma anche i terroristi neofascisti Francesca Mambro e Valerio Fioravanti). Come non è stata la prima volta che gli/le ex brigatisti/e hanno preso parola: pensiamo al libro Noi terroristi. 12 anni di lotta armata ricostruiti e discussi con i protagonisti, scritto da Giorgio Bocca nel 1985. Niente di strano, dunque?

No, qualcosa di fondamentalmente diverso c’è, perché dagli anni ’80-’90 a oggi è cambiato il paradigma narrativo entro cui si ritiene legittimo di poter parlare di alcuni eventi. Se, come illustrato in un articolo su «Contemporanea» del 2009 dallo storico Emmanuel Betta, si partiva da una condizione di «decisa prevalenza di un punto di vista scarsamente attento all’esperienza delle vittime» in cui veniva «messo in discussione soprattutto il ruolo e il peso della parola degli ex militanti della lotta armata nella costruzione della conoscenza e della memoria della violenza politica», nel 2018 la situazione si talmente ribaltata che la trasmissione di Purgatori è stata considerata un’«anomalia», scatenando polemiche e provocando biasimo. Esso è provenuto non solo dal capo della polizia Franco Gabrielli – che, in modo forse inedito, ha detto la sua su chi ritiene possa e non possa andare in tv, definendo «oltraggio» il fatto di aver mandato in onda un’intervista ad alcuni ex brigatisti di dieci anni fa – ma soprattutto, appunto, dei familiari delle vittime. Tra essi si è distinta, tra gli altri, Rita Dalla Chiesa che, non paga di twitter, ha rilasciato un’intervista in cui ha affermato, dicendosi amareggiata – e presentandosi pure lei come “vittima”, nonostante suo padre sia stato ucciso dalla mafia – che gli ex brigatisti «non hanno diritto di raccontare quei tempi». Alla faccia della nota “massima di Voltaire” che Voltaire non ha mai detto, secondo la quale «non sono d’accordo con le tue idee ma darei la vita per fartele esprimere».

In una situazione in cui, nei fatti, nessuno e nessuna tra gli e le ex militanti delle Br – tra quelli/e non pentiti/e e non dissociati/e – ha rilasciato alcuna intervista, da più parti – e in particolare dai familiari delle vittime – è venuta la richiesta di togliere la parola a persone che non avevano pronunciato parola alcuna. A ben vedere, l’unica ex brigatista comparsa in tv è stata Adriana Faranda, dissociata, intervistata nella webserie Cronache di un sequestro da Ezio Mauro, ex direttore e firma importante della «Repubblica» (sul cui sito la webserie è presentata e promossa), cioè di uno di quei giornali che ritengono uno scandalo l’aver dato voce ai brigatisti, diretto per di più dalla «vittima del terrorismo» Mario Calabresi. Un cortocircuito narrativo che ha del grottesco.

Ma – al di là di ogni polemica – è in realtà proprio sul contenuto delle parole di Balzerani che ritengo indispensabile interrogarci: perché Balzerani – sembra quasi banale dirlo – ha ragione, le vittime non possono avere il monopolio della parola. Del resto, chi può averlo? È un’affermazione crudele, come prospettato da Giglioli? Forse sì, ma è necessaria per ricostruire una genealogia del paradigma vittimario che ha condotto alla situazione in cui una polemica come questa appare scontata. Perché se Balzerani ha ragione sul fatto che le vittime non possano avere il monopolio della parola, è a mio avviso riduttivo pensare che le polemiche che mirano a censurare le parole dei protagonisti della lotta armata siano solo una «spada di Damocle che questi signori intendono mettere sulle lotte attuali». Non è una situazione limitata all’Italia e non è una situazione circoscrivibile alla narrazione della lotta armata degli anni ’70 e ’80, infatti.

A partire dagli anni ’80, l’elaborazione del passato ha sempre più visto il conflitto della «coppia antinomica storia/memoria», come definita dallo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Era il periodo dell’affermazione della memoria, che è sempre soggettiva e poco attenta alle comparazioni e alla contestualizzazione (p. 18). Era il trionfo della cosiddetta «era del testimone», secondo la celebre espressione di Annette Wieviorka: il testimone, però, è finito negli ultimi trent’anni per sovrapporsi prima e per essere soppianto poi dalla «vittima», termine con contenuto religioso che rimanda alla sofferenza e al sacrificio. E a questo concetto, infatti, è irrimediabilmente legato quello del «perdono», richiesto alla vittima per la «riabilitazione pubblica» o la «condanna» del carnefice: basti pensare, in Italia, alle polemiche sulla richiesta di estradizione di Cesare Battisti e all’onnipresenza mediatica di Alberto Torregiani, figlio del gioielliere che Battisti, secondo le risultanze processuali, avrebbe ucciso nel 1979.

A partire dalla metà degli anni ’80, dunque, il paradigma vittimario ha imposto la sua egemonia ovunque nel mondo occidentale. Si è partiti, negli Stati Uniti, con la teorizzazione della giustizia riparativa e del victim-oriented approach, cioè di un approccio basato sulle vittime, inizialmente pensato per i reati comuni (e i dubbi sul fatto che si potesse applicare anche alla violenza politica erano numerosi): la vittimologia (victimology) è oggi una disciplina riconosciuta, branca della criminologia, mentre la vittima ha trovato una nuova centralità in tutti i sistemi penali. Ma si è passati, soprattutto, per alcune iniziative delle Nazioni Unite che hanno fatto scuola: se nel 1985 il termine «vittima» entrava per la prima volta a far parte del vocabolario di questa istituzione internazionale, è del settembre 2008 un’iniziativa organizzata a New York dall’Onu in cui si sono state chiamate a raccolta cinquanta vittime di atti terroristici avvenuti in tutto il mondo (incluso, per l’Italia, Mario Calabresi, nonostante sia complicato ricondurre a un generico «terrorismo» la morte di suo padre). Senza discernere il diverso contesto in cui erano avvenuti tali attentati.

La vittima si è, quindi, gradualmente imposta sul modo in cui viene pubblicamente ricostruito il passato. Le caratteristiche che ovunque accomunano la memoria che deriva dalla centralità delle vittime, secondo lo storico Giovanni De Luna, sono «il familismo, innanzitutto, il prepotente riaffacciarsi delle famiglie e dei singoli individui in uno spazio pubblico colonizzato dal lutto e dal dolore. E poi una fortissima carica rivendicativa […]. E poi ancora la soffocante presenza delle emozioni: odio, vendetta, perdono, pietà, compassione» (La Repubblica del dolore, p. 16). «In questa competizione vittimaria», aggiunge De Luna, «la storia scompare e sulla scena restano solo vittime e carnefici» (p. 97).

Se questo è vero in generale, in Italia l’adozione di questo paradigma vittimario non è passata per alcuna riflessione epistemologica e si è intrecciata, inoltre, con la specificità italiana determinata dal rapporto difficile con le sue «memorie divise», con il particolare sistema televisivo e il suo legame strettissimo con le forze politiche, con la superficialità e la pigrizia – se non la vera e propria ignoranza – di coloro che scrivono articoli di giornali e servizi televisivi che, ad esempio, hanno condotto pochi giorni fa gli autori dello Speciale Tg2 ad affermare che le Brigate Rosse sarebbero state responsabili dell’omicidio di Valerio Verbano (militante di sinistra ucciso da alcuni neofascisti), di Mario Amato (magistrato ucciso dai neofascisti dei Nar) e di Emilio Alessandrini (magistrato ucciso da Prima linea… almeno in questo caso si parla di una formazione di sinistra!). Secondo De Luna, che riprende un articolo su «Liberazione» di Paolo Persichetti del 2008, in Italia negli ultimi anni il riferimento alle vittime ricorre talmente tanto spesso da poter essere visto come un «tentativo di tenere insieme la Resistenza e i “ragazzi di Salò”, le foibe e i lager, il terrorismo delle Br e la mafia attraverso la costruzione, nel segno della compassione per le vittime, di “una memoria avvinta dall’emozione e assorbita dalla sofferenza”» (p. 83).

Una lucida ricostruzione storica, partendo da questi presupposti, appare quasi impossibile. A questo proposito, Vanessa Roghi ha giustamente parlato di memoria disarmata delle vittime, «anche da un punto di vista interpretativo: […] niente può spiegare, in una dimensione privata, perché un padre, un marito, un fratello abbiano perso la vita. […] A prevalere è lo sguardo “disarmato” che diventa disarmante quando alla voce del testimone non si affianca nessun tentativo di racconto storico, e la retorica della memoria si sostituisce al racconto della storia».

Se già nel 2004 il presidente della Repubblica Ciampi attribuì una medaglia ai parenti delle vittime del “terrorismo”, il caso Moro ha finito con il costituire, in un certo senso, il fulcro delle politiche della memoria che danno corpo al tentativo di nation-building della nuova Italia “postideologica” dell’ultimo ventennio: non è un caso se il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo è stata fissata, nel 2007, al 9 maggio, data dell’omicidio di Aldo Moro, che ha così “battuto sul campo” quella – concorrente – del 12 dicembre, anniversario della Strage di piazza Fontana del 1969. Si tratta, ovviamente, di un chiaro segnale interpretativo su cosa, nella «competizione tra vittime» di cui parla De Luna, sia giusto ricordare per dar vita a una nuova “tradizione inventata”.

Questo giorno della memoria è stato poi suggellato da alcune iniziative – politiche – di cui è stata principalmente fautrice la presidenza della Repubblica. Ad esempio, nel volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, da essa curato nel 2008, compaiono 378 nomi, tra vittime delle stragi, vittime delle Brigate rosse, ma anche militanti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra uccisi nel corso di manifestazioni di piazza o in seguito a singoli episodi che – francamente – poco hanno a che vedere con la categoria di “terrorismo”, anche laddove si attribuisca a essa una valenza euristica che è ancora oggetto di dibattito storiografico, rappresentando al momento piuttosto uno stigma morale. Le celebrazioni della giornata del 9 maggio del 2009, invece, sono state suggellate dall’incontro tra le vedove di Pino Pinelli e Luigi Calabresi davanti al presidente della Repubblica: si tratta della stessa modalità d’azione adottata in Italia nei confronti della memoria della Resistenza e della guerra civile del 1943-45, con la promozione dalla fine degli anni ’40 di incontri pubblici tra ex partigiani ed ex repubblichini. Solo che in quel caso protagonisti ne erano i “combattenti” non le “vittime” (e, in questo caso, i superstiti delle vittime), coloro che avevano fatto delle scelte, non coloro che le avevano subite: il paradigma narrativo è, negli anni, irrimediabilmente cambiato e oggi «la vittima è l’eroe del nostro tempo» (Giglioli, p. 9).

Ma come avvenuto, appunto, per la Resistenza – riguardo la quale sembra ormai essersi perso il valore della lotta antifascista in nome del «buoni e cattivi stavano da entrambe le parti» –, sembrano ormai essersi attenuate anche le specificità di ogni singola esperienza degli anni ’70-’80: in questa narrazione appiattente, le Br sono diventate uguali ai Nar, non c’è più differenza tra uccidere un obiettivo che si identifica come “nemico” e mettere una bomba in una stazione ammazzando decine di persone, non ci sono più differenze – in realtà abissali – tra le posizioni ideali dell’uno e dell’altro. In quanto “vittime”, tutte le “vittime” – i morti e i loro superstiti, vittime in quanto private dell’affetto dei loro cari – sono uguali: e da qui un fiorire di proposte come quella dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno di istituire un «giardino dedicato a tutte le vittime degli anni piombo» o quella del Pd, sempre a Roma, di costituire «una consulta cittadina sugli anni di piombo composta dai familiari di tutte le vittime romane».

Proprio per quanto riguarda la memoria e la storia lotta armata, è del 2015 la pubblicazione del Libro dell’incontro, che raccoglie l’esperienza di un gruppo di confronto di cui hanno fatto parte «vittime e responsabili della lotta armata degli anni settanta», poggiandosi sull’esperienza delle Commissioni verità giustizia del Sud Africa. Esperimenti come questi hanno indubbiamente un valore terapeutico: ma sono utili alla ricostruzione storica? Può cambiare la storia d’Italia, come recita la scheda del libro, un racconto che finisce simbolicamente con una preghiera, con il rifugio nella fede, che tutto appiana? Sicuramente no.

Bisogna tenere in considerazione, inoltre, le modalità secondo le quali viene attribuito lo status di vittima, se è vero che, come scrive Giglioli, «chi controlla una macchina mitologica […] tiene in mano le leve del potere» e che «l’ideologia vittimaria è oggi il primo travestimento delle ragioni dei forti» (p. 10), è un instrumentum regni (p. 12). Le vittime (tanto i “martiri” quanto le persone vittime della loro perdita) quasi non possono più essere soggette a critica o a biasimo: i parenti delle vittime hanno sempre ragione, mentre Aldo Moro è diventato una specie di santo e nessuno sembra potersi e volersi assumere – oggi – il coraggio che già nel 1980 aveva solo il dio di Giorgio Gaber, l’unico a poter dire, in un testo che oggi sarebbe forse censurato, «che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana/è il responsabile maggiore/di vent’anni di cancrena italiana./Io se fossi Dio/un Dio incosciente, enormemente saggio/c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera/ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora/quella faccia che era».

La stessa narrazione riguarda anche la contestata categoria di “terrorismo” alla luce del fatto che, come scrive Giglioli in un altro volume (All’ordine del giorno è il terrore, 2007), «il terrorismo è la violenza degli altri». L’attribuzione dell’etichetta e di “vittima” e di quella di “terrorismo”, amplificate dai media, finiscono così per diventare – separatamente, ma ancora più quando si presentano in coppia come nell’accezione di “vittima del terrorismo” – strumenti di legittimazione/delegittimazione nella scena pubblica: come scritto da Girolamo De Michele nel romanzo Con la faccia di cera, ad esempio, «se un operaio uccide un padrone è terrorismo, se un padrone uccide cento operai di tumore è normale amministrazione, è il prezzo del benessere, è schiuma ai bordi del fiume del progresso. […] Le medaglie alle vittime del terrorismo le hanno esaurite, e comunque sul petto degli operai non stanno bene: gli operai sono sporchi, puzzano di fatica e sudore. E i ministri hanno ben altro da fare che stringere le mani alle vedove e ai figli» (p. 120).

Sul piano politico-culturale – e, in questo, Balzerani non ha torto – il paradigma della vittima ha un effetto depotenziante nell’organizzazione delle lotte: come fa notare De Luna, infatti, «quando l’ammirazione di cui godono coloro che lottano per far riconoscere il proprio statuto di vittime diventa più grande di quella che si tributa a persone che hanno il coraggio di mettere a repentaglio la propria vita per difendere la libertà o la giustizia, si delinea un effettivo incoraggiamento alla costruzione di altrettanti recinti chiusi sulle proprie rivendicazioni, necessariamente in concorrenza gli uni con gli altri, sovradeterminati da una particolare esperienza dolorosa personale, così che tutto quello che scaturisce dalla centralità delle vittime, sembra comunque voler trasformare lo Stato in una “federazione” di interessi particolari» (De Luna, pp. 98-99).

Ma lo storico non può non interrogarsi anche sugli effetti per la sua disciplina dell’affermazione del paradigma vittimario. Se il testimone – come ad esempio dimostrato da opere magistrali come L’ordine è già stato eseguito di Sandro Portelli – era interrogato appunto per la sua capacità di «testimoniare» qualcosa di utile per la ricostruzione e l’elaborazione del passato, rappresentando spesso il punto di vista dei subalterni (cioè di coloro che non producevano le “fonti ufficiali”), il racconto della vittima è invece ridotto a una questione sentimentale: la vittima ha ragione perché ha subito e, quindi, è intoccabile e, scrive Giglioli, «chi sta con la vittima non sbaglia mai» (p. 9). Mentre un tempo chiunque poteva parlare in quanto “testimone” (quindi anche le/gli ex brigatiste/i, nel caso specifico), anche se non se ne condividevano le posizioni, ora la vittima ha sempre ragione e spetta a essa stabilire chi può parlare e chi no degli eventi che l’hanno resa tale: il passaggio successivo è quindi quello di togliere la parola agli autori delle azioni armate, censurare la loro presenza pubblica. Spogliarli, insomma, del ruolo di “testimoni” che indubbiamente hanno: molto di più, tra l’altro, dei superstiti delle vittime, che possono essere testimoni di un dolore, non di un evento.

Il paradigma vittimario non è privo di conseguenze anche sul piano della narrazione storica: che storia è quella delle vittime? Persichetti, nell’articolo già citato, afferma giustamente «sprovvisti dello statuto di vittime, vinti e subalterni spariscono nuovamente dalla storia, eclissati e inghiottiti dall’oblio. Sembra, infatti, che per poter lasciare traccia resti solo la triste via della competizione vittimaria, […] quasi a voler sancire che se non c’è vittima non c’è storia».

Alla fine non resta che chiedersi se un approccio del genere e, in generale, il modo in cui si sta affrontando il quarantennale del sequestro Moro – polemiche su chi può parlare e chi no, centralità delle vittime, diffusi accenni complottistici a presunti “misteri” ancora da scoprire e fantasiose accuse di “omertà” per i/le ex militanti che non avrebbero detto tutto (parlano troppo o parlano poco? Viene da chiedersi…), classifiche delle capacità narrative dimostrate o meno dai brigatisti e dalle brigatiste nei libri di cui sono autori e autrici o dibattiti sul buono o cattivo gusto di Balzerani nel fare quelle affermazioni, tenuti con lo stesso tono degli articoli sull’appropriatezza del look di Meghan Markle davanti alla regina – aggiunge davvero qualcosa a quello che ci potevamo dire fino al 15 marzo? Abbiamo imparato qualcosa di più? Abbiamo maggiori strumenti di comprensione? E anche per quanto riguarda il rapporto tra brigatisti/e, scena pubblica e media, cosa è cambiato rispetto a un anno fa? Sembra più che altro un gioco di ruolo il cui copione si ripete di volta in volta sempre uguale a se stesso.

Non sarebbe meglio – passati quarant’anni – «guardare con fiducia alla conoscenza storica» (p. 18), come ha scritto De Luna nel volume citato, e magari adattarsi ai tempi della ricerca che non sono esattamente gli stessi degli anniversari? Gli storici, del resto, sono pressoché gli unici che non hanno detto nulla e a cui non è stato chiesto nulla o quasi nelle numerose ricostruzioni del sequestro presentate da giornali – cartacei e online – e programmi televisivi. Eppure, negli ultimi anni, di ricerche accurate e importanti ne sono uscite, da La lotta armata a Genova di Davide Serafino (Pacini 2016) al fondamentale Brigate rosse. Dalle fabbriche alla campagna di primavera di Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elisa Santalena (DeriveApprodi 2017). Eppure, nonostante i tanti appelli alla «verità», convegni storici sul sequestro Moro come quello organizzato l’anno scorso presso i locali del Senato (Il caso Moro: la politica, la ricerca, la storia) vengono annullati perché i relatori chiamati a intervenire considerati troppo poco compiacenti. Forse si potrebbe partire da qui.

16 marzo 1978, un gruppo di operai e precari rapisce Moro. Erano le Brigate rosse /1

A quarant’anni di distanza nell’immaginario riprodotto dalle narrazioni complottiste la mattina del 16 marzo 1978 via Fani appare un luogo spettrale presidiato dai servizi segreti, un segmento di città privo di vita urbana dove si aggirano misteriose presenze. Eppure la documentazione storica in nostro possesso ci dice che la realtà di quella mattina è molto diversa. Intorno alle nove, in quel piccolo quadrante residenziale di Roma transitavano numerosi passanti e in strada circolavano diversi veicoli, tanto che alle varie fasi dell’azione brigatista, avvicinamento, assalto e sganciamento, assistono da posizioni diverse più di trenta testimoni. Nella stragrande maggioranza confermano la ricostruzione fatta dai militanti delle Brigate rosse che vi parteciparono. Di seguito il racconto di quella mattina ripreso dal capitolo 6 del libro, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Derviveapprodi, marzo 2017

 

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_br_copEra ancora l’alba quando a Roma, il 16 marzo del 1978, un gruppo di dieci brigatisti si immerse nel traffico per raggiungere il luogo dell’appuntamento. Si trattava di un contadino, un tecnico, un assistente di sostegno, un artigiano, uno studente, due disoccupati, un commerciante e due operai. Appartenevano alle Colonne di Roma, Milano, Torino ed erano intenzionati a compiere un’azione armata senza precedenti: il rapimento di Aldo Moro come massima esemplificazione dell’«attacco al cuore dello Stato». L’appuntamento era all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa. Il piano prevedeva l’annientamento della scorta di Moro composta da tre poliziotti e due carabinieri: gli agenti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e il caposcorta Francesco Zizzi, il maresciallo Oreste Leonardi e l’appuntato Domenico Ricci (1).
Tutto era stato meticolosamente pianificato in mesi e mesi di preparazione. Quel commando di dieci militanti, di età compresa tra i 20 e i 32 anni, diede prova di una notevole determinazione nel condurre a termine un’operazione che segnò la storia del Paese, un’operazione il cui investimento economico, per paradosso, non superò le 700.000 lire, appena l’equivalente di tre salari di allora di un operaio metalmeccanico (2).

La pianificazione
Una brigatista posizionata nella parte alta di via Fani avrebbe dovuto segnalare l’arrivo del convoglio di Moro alzando un mazzo di fiori per poi allontanarsi dal luogo. Di conseguenza un altro brigatista, fermo con la sua auto poco dopo l’incrocio con via San Gemini si sarebbe immediatamente mosso con la sua auto per posizionarsi davanti all’automobile che trasportava Moro e a quella della scorta che seguiva. Allo stop con via Stresa si sarebbe normalmente fermato. In quel momento altri quattro brigatisti divisi in due sottonuclei sarebbero entrati in azione sparando di sorpresa per eliminare gli agenti che proteggevano Moro. Mentre una brigatista tra via Stresa e via Fani doveva bloccare l’accesso al luogo dell’assalto (il «cancelletto inferiore»), un altro brigatista doveva entrare a marcia indietro da via Stresa in via Fani per caricare l’ostaggio. Gli ultimi due dovevano chiudere via Fani nella parte alta, operando il cosiddetto «cancelletto superiore», per tenere lontano dall’azione chiunque fosse sopraggiunto. I sottonuclei del gruppo di fuoco avevano compiti prestabiliti: il primo doveva colpirei carabinieri che accompagnavano Moro, il maresciallo Leonardi, ritenuto pericoloso per la sua esperienza, e l’autista, l’appuntato Ricci. Il secondo sottonucleo doveva attaccare la scorta della Pubblica sicurezza che occupava la seconda auto (Zizzi, Iozzino e Rivera). Contemporaneamente, il conducente della macchina ferma allo stop sarebbe sceso per rinforzare il «cancelletto inferiore». Alla fine della sparatoria i brigatisti avrebbero prelevato Moro e lasciato immediatamente la zona su tre auto dirette in una stessa direzione. La macchina ferma allo stop sarebbe stata abbandonata all’incrocio della sparatoria assieme a una quinta vettura dell’organizzazione, che serviva come riserva, parcheggiata poco più avanti su via Stresa.

Il primo progetto
In un primo momento le Brigate rosse avevano pensato di prelevare Moro all’interno della chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici. Il piano, «al quale era molto affezionato Morucci» (3), venne scartato perché il rischio di innescare un conflitto a fuoco in una zona che vedeva la presenza di una scuola elementare venne considerato troppo alto. La scorta infatti mostrava di essere molto vigile e reattiva quando Moro era fuori dalla sua macchina. Durante l’inchiesta una delle militanti dell’organizzazione che poi partecipò all’azione di via Fani si era introdotta nella luogo di culto fingendo di essere una devota recatasi a pregare. Inginocchiata a pochi passi dal Presidente del Consiglio nazionale della Dc aveva potuto osservare il comportamento degli agenti che proteggevano Moro. Abbandonati i banchi di preghiera per guadagnare l’uscita si era accorta che il poliziotto posizionato all’entrata della chiesa aveva subito portato la mano alla pistola. Agendo in quel luogo difficilmente i brigatisti avrebbero potuto avvalersi dell’effetto sorpresa.
Anche se misero da parte il piano iniziale, come vedremo più avanti i brigatisti preservarono lo stesso criterio che aveva ispirato la loro prima ipotesi di via di fuga: la scelta di un itinerario fuori dalle vie principali, su strade utilizzate solo dal traffico locale o addirittura private. Lo sganciamento sarebbe dovuto avvenire percorrendo via Riccardo Zandonai, una via chiusa da un condominio con due cancelli e una zona interna carrabile, che avrebbe permesso alle auto del commando di scomparire dalla vista, arrivando dopo il secondo cancello fino all’imbocco con via della Camilluccia, «a circa cinquanta metri dal largo tra il Cimitero Francese e via dei Colli della Farnesina», e da qui arrivare successivamente in via Trionfale, percorrendo un itinerario opposto a quello, ritenuto prevedibile, di eventuali inseguitori (4).

Via Fani, una vecchia conoscenza (il progetto di attentato a Pino Rauti)
Il punto stradale successivamente scelto per l’azione, l’incrocio tra via Fani e via Stresa, era conosciuto da due militanti della Colonna romana presenti la mattina del 16 marzo 1978 che avevano avuto modo di studiarlo poco meno di quattro anni prima in occasione di una inchiesta condotta contro Pino Rauti, figura di spicco della destra neofascista della capitale. Nel giugno del 1974 un gruppo di militanti provenienti da Potere operaio romano e che avviava i primi passi verso la lotta armata, meditava di compiere un attentato contro Rauti. L’azione era stata concepita come rappresaglia perla strage compiuta il 28 maggio precedente in piazza della Loggia a Brescia, nel corso di una manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal locale Comitato antifascista, che costò la vita ad 8 persone e ne ferì 102 (5). L’esponente missino abitava in via Stresa, a ridosso dell’incrocio con via Fani, tanto che il 16 marzo 1978 fu tra i primi a telefonare al centralino della questura per dare l’allarme: alle 9.15 dichiarò di aver sentito alcune raffiche di mitra e visto due uomini in divisa da ufficiali dell’aeronautica e una Fiat 132 blu allontanarsi dal luogo dell’agguato (6). Osservando i movimenti di Rauti, il gruppo aveva notato che quando lasciava la propria abitazione percorreva via Stresa nel breve tratto che si immette su via della Camilluccia, dove a causa di uno stop la sua automobile era costretta a sostare. Di fronte allo stop, sul lato opposto della via, era fissato un grosso cartellone pubblicitario dietro al quale uno del gruppo si sarebbe appostato con un fucile di precisione Sig Sauer. L’attacco, preparato nei minimi dettagli, era giunto fino alla fase operativa ma il giorno previsto, arrivato sul luogo di raduno nel quartiere Prati, il responsabile militare del commando informò gli altri componenti che l’azione era stata annullata. Non sappiamo quanto l’inchiesta del 1974 abbia significato nell’economia del piano per rapire Moro, ma è un fatto che gli esponenti della Colonna romana erano già pratici della zona.

Schizzo di Mario Moretti

La preparazione
Nel pomeriggio del 15 marzo 1978 vennero disposte lungo la via di fuga prescelta le vetture necessarie per effettuare il cambio macchine, più i due furgoni previsti per i trasbordi del rapito. Il furgoncino 850 Fiat color beige con doppio portellone laterale (per fare fronte a ogni evenienza e caricare il rapito da ambo i lati), pensato per il primo trasbordo da effettuare in piazza Madonna del Cenacolo, fu rubato da Bruno Seghetti in piazza dell’Orologio (Morucci nel suo “Memoriale” commette un errore di memoria e parla di piazza San Cosimato, luogo dove invece fu lasciato dopo l’azione). Tale furgone venne parcheggiato in via Bitossi, angolo via Bernardini, strada che taglia trasversalmente via dei Massimi. Si tratta di un quadrante tuttora estremamente appartato e tranquillo con circolazione prevalentemente locale. La Citroën Dyane azzurra che doveva aprire la strada al furgoncino Fiat 850 con a bordo Moro fu parcheggiata sul lato sinistro di via dei Massimi, dopo l’incrocio con via Bitossi. Il furgone previsto per il secondo trasbordo, probabilmente un Fiat 238 di colore chiaro, fu parcheggiato nella seconda parte della via di fuga, in zona Valle Aurelia, in uno slargo tra le vie Moricca, via Gaudino e via Vitelli. Anche le due Fiat 128 (una bianca ed una blu) furono lasciate in via Fani nel pomeriggio precedente l’azione, ciò perché si sarebbe corso il rischio di non poterle mettere nella giusta posizione la mattina successiva (7). La sera del 15 marzo furono distribuiti i giubbotti antiproiettile, i soprabiti da pilota, le mostrine, i berretti e le armi (8). Seghetti e Fiore si recarono sotto l’abitazione del fioraio Antonio Spiriticchio, in via Brunetti 42, per squarciare le gomme del suo furgone Ford Transit e impedirgli così di essere presente in via Fani, nei pressi dell’angolo con via Stresa al momento dell’azione. La Braghetti, in attesa nella base di via Montalcini che sarebbe diventata la prigione di Moro, ha scritto che non le era stato comunicato alcun piano di riserva:

«[…] sapevo solo che dovevo restare a casa, e tenermi pronta. Però avevo intuito che, nel caso di un esito parzialmente disastroso per noi, qualcuno, Valerio Morucci o Bruno Seghetti, avrebbe caricato Moro su una macchina e l’avrebbe portato in un altro appartamento dell’organizzazione, meno sicuro del nostro ma comunque “coperto” abbastanza per reggere un giorno e una notte. La mattina dopo avrebbero recuperato me in ufficio, dove mi era stato detto di tornare in qualunque circostanza, e Moro sarebbe infine arrivato dove ora si trovava .Una volta nascosto Moro, un compagno dell’esecutivo brigatista sarebbe arrivato a riempire i posti rimasti vacanti» (9).

La base di riserva
In effetti, un piano del genere esisteva. La base era quella di via Chiabrera 74 (soprannominato “l’Ufficio”), l’appartamento dove durante il sequestro si tennero tutte le riunioni di Colonna (10).

 

L’avvicinamento
I brigatisti giunsero in via Fani per strade diverse. L’Autobianchi A112 con cui Morucci e Bonisoli si recarono sul posto fu presa dopo un cambio macchina nella zona retrostante il mercato di via Andrea Doria, dove erano giunti partendo dalla base di via Chiabrera a bordo di una 127 (11). La A112, lasciata senza persone a bordo, serviva come mezzo di riserva nel caso fosse sorto un problema con le altre autovetture previste per lo sganciamento. La Fiat 128 Giardinetta bianca con targa diplomatica fu portata da Moretti e Balzerani intorno alle 7.00 (12). Usciti dalla base di via Gradoli passarono davanti all’abitazione di Moro per accertarsi che la scorta fosse sul posto, quindi l’auto venne parcheggiata con Moretti alla guida «sulla destra di via Fani subito dopo via Sangemini, venendo da via Trionfale e con il muso dell’auto in direzione dell’incrocio con via Stresa» (13). Da quel punto di osservazione l’ingresso in via Fani è visibile perché dopo via Sangemini la strada va in discesa. Sulla Fiat 132 blu che avrebbe portato via Moro giunsero Seghetti e Fiore provenienti dalla base di Borgo Pio. L’auto era stata rubata nei giorni precedenti tra via Cola di Rienzo e via Crescenzio. Fiore scese prima e Seghetti posizionò la 132 in via Stresa sull’angolo sinistro, a qualche metro dall’incrocio di via Fani, di fronte al bar Olivetti, con la posizione di guida rivolta verso l’alto di via Stresa, pronto a portarsi con una manovra di retromarcia accanto alla Fiat 130 di Moro. Dopo le prime raffiche riuscì a vedere Morucci intento a disinceppare il mitra e l’autista della Fiat 130 che tentava con ripetute manovre di trovare un varco, quindi scorse la raffica mortale (14). La Fiat 128 bianca con Casimirri al volante e Loiacono al suo fianco era posizionata sul lato destro di via Fani, poco più avanti della Fiat 128 targata Corpo diplomatico, con la direzione di guida rivolta verso il basso della via in modo da poter attivare la posizione di «cancelletto superiore» al momento dell’attacco (15). I due erano irregolari e arrivarono separatamente sul luogo con i mezzi pubblici. La Fiat 128 blu si trovava sul lato destro di via Fani, nella parte bassa, in prossimità dello stop «superato l’incrocio con via Stresa e in direzione contraria, con il muso dell’auto rivolto verso la direzione di provenienza delle auto di Moro» (16). Al suo interno c’era la Balzerani, pronta a uscire appena scattata l’azione per attivare il «cancelletto inferiore». Anche Gallinari arrivò sul posto con i mezzi pubblici. Da rilevare che per l’attacco e il primo allontanamento furono impiegate solo autovetture italiane di marca Fiat, più una eventuale di scorta modello Autobianchi. Dal momento del trasbordo in piazza Madonna del Cenacolo le vetture impiegate nel proseguimento dell’operazione, fatta eccezione per i furgoni che non erano in via Fani, sarebbero state solo modelli francesi: una Citroën Dyane e una Ami 8. La cosa fu pensata per depistare possibili segnalazioni di testimoni.

L’attacco
Via Fani, poco dopo le 9.00. «Marzia» (nome di battaglia di Rita Algranati) vide giungere le due macchine con Moro e la scorta (una Fiat 130 e un’Alfa Romeo). Segnalò ai suoi compagni l’arrivo dell’obiettivo con il gesto convenuto – il movimento di un mazzo di fiori – e lasciò la sua postazione su una Vespa 50. «Maurizio» (Mario Moretti) si immise come previsto con la sua auto (una Fiat 128 Giardinetta con targa Corpo diplomatico) nella careggiata, ponendosi alla testa del convoglio di Moro nel frattempo sopraggiunto. Scendendo lungo via Fani si trovò davanti una Fiat 500 che procedeva lentamente. Prima che le macchine del convoglio, abituate a viaggiare a velocità sostenuta, decidessero di superare entrambi, «Maurizio» effettuò la manovra di sorpasso e lo stesso fecero le due auto di Stato. Quel gesto forse facilitò la riuscita dell’azione: la naturalezza di quel sorpasso ingannò la scorta, fugando il sospetto sulla vera funzione che la Giardinetta avrebbe svolto qualche attimo dopo. L’effetto sorpresa fu determinante (17). Giunto allo stop «Maurizio» si fermò, così come fecero la Fiat 130 e l’Alfa Romeo. Immediatamente i quattro brigatisti in attesa, «Matteo» (Valerio Morucci), «Marcello» (Raffaele Fiore), «Giuseppe» (Prospero Gallinari) e «Luigi» (Franco Bonisoli) aprirono il fuoco, mentre la brigatista addetta al «cancelletto inferiore», «Sara» (Barbara Balzerani) fermava con il mitra una Fiat 500 appena sopraggiunta dalla parte bassa di via Fani guidata, lo si seppe poi, dal poliziotto Giovanni Intrevado, in quel momento fuori servizio. Contemporaneamente, sulla parte alta della via veniva formato il «cancelletto superiore»: «Camillo» (Alessio Casimirri) e «Otello» (Alvaro Loiacono) – che si era calato un sottocasco del tipo «mephisto» sul volto perché in passato era stato arrestato e il suo viso era fotosegnalato – bloccavano con una Fiat 128 ogni accesso armati di un fucile M1 Winchester. I primi spari colpirono l’autista dell’Alfetta che fece un balzo in avanti andando a tamponare la 130. L’appuntato Ricci, alla guida della 130, cominciò a suonare all’auto di «Maurizio» ferma davanti alla sua affinché ripartisse. Nel frattempo il mitra che doveva sparare a Ricci si inceppò (18), così come si inceppò anche l’altro che pochi istanti prima aveva ucciso il maresciallo Leonardi. Ricci ebbe il tempo di tentare una disperata manovra per portare in sicurezza la macchina, cercando di passare alla destra della 128. Per ostacolare quel tentativo «Maurizio», invece di scendere dall’auto come previsto per rafforzare il «cancelletto inferiore», rimase sull’auto premendo il piede sul freno e impedendo così alla 130 di forzare la morsa nella quale era finita. Poi anche Ricci venne raggiunto da alcuni colpi. Nel frattempo si inceppò anche un terzo mitra che stava sparando contro l’Alfetta e ciò permise a un componente della scorta, l’agente Iozzino, probabilmente già ferito, di scendere e tentare una reazione. Sparò verso un brigatista, ma venne ripetutamente colpito e cadde (19). Quando gli spari cessarono, «Maurizio» scese dalla 128 e prelevò Moro insieme a Matteo dalla 130 (secondo il piano doveva essere solo «Matteo» a farlo) trasferendolo poi nell’auto giunta in retromarcia da via Stresa guidata da «Claudio» (Bruno Seghetti) (20).

Da quel momento cominciò la seconda fase dell’operazione, la fuga, la cui pianificazione era stata affidata alla Colonna romana che aveva elaborato un itinerario fuori dagli assi di circolazione principali, su strade poco trafficate, viottoli, vie private.

 

 

 

Note

1 Il maresciallo Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera morirono in via Fani. Il capo scorta Francesco Zizzi fu ricoverato in ospedale gravemente ferito, ma spirò alle 12.35 al Policlinico Gemelli. Si veda il referto medico in Commissione Moro 1, vol. 30, p. 327, f.to Giuliano Pelosi. Mario Moretti, Bruno Seghetti e Barbara Balzerani hanno ricostruito con gli autori del libro i momenti del sequestro nel corso di una serie di conversazioni tra il 2010 e il 2016.

2 Valerio Morucci, Memoriale Morucci, ACS, MIGS, busta 20, p. 34: «Il costo dell’azione di via Fani, escluso il costo dell’appartamento di via Montalcini, già in dotazione delle Brigate rosse, può farsi ammontare a circa700.000 lire. Esso risulta in parte dal biglietto, ritrovato in via Gradoli intestato a Fritz. In quel biglietto sono riportate le spese effettuate per le sirene, le tronchesi, le borse, gli impermeabili, i berretti e il resto necessari all’azione». Fritz era il nome convenzionale per indicare Moro tra coloro che si occuparono del sequestro.

3 Barbara Balzerani, colloquio con gli autori.

4 Ecco il racconto dettagliato del piano fatto da Valerio Morucci, Memoriale, op. cit., p. 22: «La macchina con Moro e quella di appoggio avrebbe dovuto percorrere via Zandonai che è una strada senza uscita (o meglio che ha un fondo cieco dopo una o due traverse laterali). In fondo a via Zandonai c’è un complesso residenziale con una porta metallica a scorrimento elettrico che consentiva il passaggio all’interno del complesso e lo sbocco successivo in via della Camilluccia, a circa cinquanta metri dal largo tra il Cimitero Francese evia dei Colli della Farnesina. Per l’accesso al residence era stata fatta una chiave falsa, ricavata da una chiave di lucchetto del telefono. La chiave serviva ad aprire la porta automatica del residence. Una volta superato, con le due auto, l’ingresso del residence dalla parte di via Zandonai, il cancello si sarebbe richiuso automaticamente impedendo il passaggio degli inseguitori, e si sarebbe arrivati (una volta usciti dall’altro cancello del residence), percorrendo via della Camilluccia, in via Trionfale; in una direzione opposta a quella prevedibile (da parte di eventuali inseguitori, e che sarebbe dovuta logicamente essere) via Zandonai, via del Nuoto, via Nemea, proseguendo fino a ponte Milvio».

5 Colloquio con Bruno Seghetti, 3 maggio 2016. Si tratta di quell’area politica che nei mesi successivi avrebbe dato vita a sigle come Fac (Formazioni armate comuniste) e Lapp (Lotta armata per il potere proletario) che operavano all’ombra del Comitato comunista centocelle (Cococe).

6 In una interrogazione parlamentare, la n. 3-02549, depositata il 17 marzo 1978 presso la Camera dei deputati, Pino Rauti riferiva di essere stato testimone oculare dopo la sparatoria della ««fuga» di un’auto ad altissima velocità lungo via Stresa, auto sulla quale poi – come subito dopo si è appreso – era stato «caricato» l’onorevole Moro», per poi lamentare la difficoltà riscontrata nel riuscire a mettersi in contatto con il 113e la sala operativa della questura, intasate dalle numerose chiamate che pervenivano in quel momento.

7 Sulla Fiat 128 blu Valerio Morucci fornisce una versione diversa, come si può leggere più avanti, V. Morucci, Memoriale, cit., p. 27.

8 Ivi, p. 28, «Ogni componente del nucleo arrivò in via Fani munito dell’arma da fuoco personale e del mitra. Ai due irregolari partecipanti all’azione le armi furono consegnate la mattina stessa del 16 marzo (da Seghetti)». Versione confermata anche dagli altri componenti dell’azione.

9 Anna Laura Braghetti con Paola Tavella in, Il prigioniero, Feltrinelli 2003 (prima edizione Mondadori1998), pp. 8-9.

10 Colloquio di Bruno Seghetti con gli autori.

11 Si veda in particolare la ricostruzione di Valerio Morucci: «Ci siamo spostati con la 127 bianca, che era inmia dotazione, con targa e documenti duplicati da un’auto appartenente ai servizi commerciali della Sip. I primi numeri di targa erano R2… Con questa auto arrivammo nella zona retrostante il mercato di via Andrea Doria. Qui lasciata la 127, prendemmo la A 112 con la quale ci recammo direttamente in via Stresa»; V. Morucci, op. cit., p. 27.

12 Valerio Morucci riferisce una versione contrastante corretta da Balzerani: «Il n. 1 (Moretti) arrivò in via Fani con la Fiat 128 blu assieme a Barbara Balzerani e risalì a piedi, senza fare alcun cenno e senza dare a vedere di conoscere gli altri, tutta via Fani controllando che tutti i componenti del nucleo fossero presenti»; Valerio Morucci, Memoriale, p. 27.

13 Barbara Balzerani, colloquio con gli autori.

14 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori.

15 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori. Una ricostruzione analoga viene fatta da Valerio Morucci, Memoriale, p. 29.

16 Le commissioni parlamentari d’inchiesta, compresa l’ultima, per spiegare il successo dell’attacco brigatista hanno a nostro giudizio sopravvalutato l’effetto del volume di fuoco proveniente da uno dei quattro mitra, l’ultimo in alto, nonostante l’imprecisione dei colpi da esso sparati. La circostanza, è stato ipotizzato, dimostrerebbe la presenza nel commando di un tiratore professionista, un «superkiller», la cui identità di volta in volta è stata attribuita ai Servizi, alla criminalità organizzata o alla Raf (Rote Armee Fraktion) tedesca. Il fatto che nella fase conclusiva dell’attacco, quando i primi tre brigatisti avevano cessato il fuoco, il quarto componente del sottonucleo superiore abbia aggirato il retro dell’Alfetta, portandosi sulla parte destra di via Fani, dove ha continuato a esplodere colpi con la sua pistola, ha fatto ipotizzare anche la presenza di un quinto sparatore addirittura «addestrato al tiro incrociato». Al contrario, elementi quali l’effetto sorpresa, il camuffamento della Fiat 128 Giardinetta con targa diplomatica che ha bloccato lo stop, la mimetizzazione dei quattro uomini del nucleo di fuoco sono stati sottovalutati.

17 R. Fiore, L’ultimo brigatista, con A. Grandi, Rizzoli, Milano 2007, p. 121.

18 Una chiazza di sangue venne rinvenuta sul sedile occupato dall’agente.

19 Conversazione degli autori con Mario Moretti tra il 2010 e il 2014. Un disegno dell’azione di via Fani realizzato da Moretti è agli atti della seconda Commissione di inchiesta sul Caso Moro; risale al 2006. Altri tre militanti ebbero un ruolo fondamentale nel sequestro: «Alexandra», (Adriana Faranda), che oltre alle fasi preparatorie, all’«inchiesta» e al logistico, fu insieme a Morucci la «postina» che recapitò i Comunicati dell’organizzazione e le lettere di Moro; «Camilla» (Anna Laura Braghetti), intestataria dell’appartamento di via Montalcini 8 nel quale venne imprigionato Moro nei 55 giorni del sequestro e «Gulliver» (Germano Maccari), il «quarto uomo» che prese parte alla logistica del sequestro, presidiò l’appartamento durante i 55 giorni interpretando il ruolo di marito della Braghetti, e prese parte alla esecuzione del presidente Dc nel garage dell’abitazione.

20 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori.

Sullo stesso tema
Da via Fani alla fontana del Prigione dove venne abbandonato il furgone utilizzato dalle Br per trasportare Moro /2

La recensione di Paginauno su «Brigate rosse, dalla fabbriche alla campagna di primavera»

Paginauno n. 56 – febbraio/marzo 2018 – anno XII p. 83

Lungi dal poterle definire un fenomeno arbitrario, i cui protagonisti avrebbero agito nel vuoto circostante, senza alcuna solidarietà della classe lavoratrice, oppure una forza eterodiretta nell’ambito della strategia della tensione, le Brigate rosse sono state parte di un ampio movimento sociale, nato in seno alla crisi del fordismo, che, in varie forme e modi, mirava a scardinare il sistema politico ed economico vigente in chiave anticapitalista.
La violenza stragista, la stagflazione, la ristrutturazione del Capitale, il ‘tradimento’ del Pci furono solo alcuni dei motivi per cui migliaia di persone negli anni ’70 e ’80 scelsero la via della lotta armata. In questo primo volume, gli autori ripercorrono la storia delle Br fino al sequestro Moro.
Tale azione, in particolare, viene ricostruita nei minimi dettagli, tenendo conto del quadro politico-istituzionale dell’epoca, essenziale per capire a fondo lo svolgimento della vicenda. Enorme la mole di fonti prese in considerazione: dalle lettere di Moro ai comunicati delle Br, fino ai documenti di polizia, carabinieri, Sismi e Sisde.
Un’importante analisi viene, inoltre, dedicata alle lotte carcerarie. Un lavoro esaustivo, che dimostra la vacuità delle dietrologie circolate negli ambienti più disparati. (I. Adami)

BRIGATE ROSSE, VOLUME I
M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena
Derive Approdi, 512 pagg., 28,00 euro

Quando Ferdinando Imposimato sosteneva che dietro le Brigate rosse c’erano…. le Brigate rosse

Ferdinando Imposimato, scomparso lo scorso 2 gennaio all’età di 82 anni, è stato un uomo dalle molte vite e anche dalle prese di posizione più diverse e contraddittorie. Prima di diventare magistrato era stato vicecommissario di polizia, una esperienza che portò con sé nella successiva carriera di giudice istruttore. In carcere alcuni esponenti della grande “Mala” raccontavano dei suoi metodi poco ortodossi quando gli interrogatori non facevano progressi. Fu protagonista tra la fine degli anni 70 e il decennio 80 delle maggiori vicende giudiziarie che occuparono la scena romana: dalle indagini sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro, all’istruzione del processo contro la colonna romana della Brigate rosse, che poi sfociò nel cosiddetto Moro Ter, all’inchiesta contro la banda della Magliana, all’attentato contro il pontefice Woitila e il sequestro di Emanuela Orlandi. Utilizzò senza scrupoli, come tutti i suoi colleghi, gli strumenti e le facilitazioni inquisitorie che gli erano stati forniti dalla legislazione speciale varata in quegli anni. Un diciannovenne romano arrestato nei primi anni 80 per banda armata dopo aver già trascorso alcuni mesi di isolamento venne convocato e si vide contestare la richiesta fatta ai propri familiari di una copia del libro di Lenin Stato e rivoluzione. «Non vuoi proprio cambiare idea, ti ostini ancora con certe idee!» – gli disse Imposimato infliggendogli altri mesi di isolamento. Allora i giudici istruttori prendevano posto alla destra di Dio, avevano un potere inquisitorio enorme che non conosceva bilanciamenti. Per evitare le scarcerazioni per scadenza dei termini di detenzione cautelare nell’inchiesta Moro ter non ebbe scrupoli ad incriminare in automatico decine di imputati, si arrivò così al maxi processo per «insurrezione contro i poteri dello Stato», istruito contro oltre 600 militanti delle Brigate rosse, che si concluse con un’assoluzione generale. Lo Stato si rese conto che alla fine una condanna sarebbe valsa come un riconoscimento della politicità assoluta di quei nemici che tentava di criminalizzare in ogni modo. Imposimato distolse lo sguardo anche davanti alla denuncia delle torture subite da Enrico Triaca, il tipografo delle Br arrestato una settimana dopo il ritrovamento del corpo dello statista democristiano in via Caetani e sottoposto al waterboarding da una squadra speciale del ministero dell’Interno comandata dal funzionario dell’Ucigos Nicola Ciocia. Fu senza dubbio un magistrato integerrimo dell’emergenza, poco amato però dai dietrologi dell’epoca, detestato da Sergio Flamigni perché nel corso delle sue indagini aveva identificato la base dove era stato rinchiuso il presidente del consiglio nazionale della Dc, l’appartamento al piano rialzato di via Montalcini 8, nella zona Portuense di Roma. C’era arrivato per gradi e per logica, come spesso aveva sostenuto difendendo a spada tratta quella scoperta che tanto faceva e fa ancora infuriare i complottisti. Forse fu sulla scia di quelle polemiche e ancora di più dopo lo choc causato dall’uccisione nell’ottobre del 1983 del fratello sindacalista, ritorsione di alcuni clan camorristici, che Imposimato cambiò gradualmente atteggiamento. Appartiene proprio a questa nuova stagione l’articolo che potete leggere qui sotto (fonte Acs, Migs busta 20): un testo apparso nel 1988 su una pubblicazione di una delle tante correnti della Dc nel quale l’allora giudice istruttore censura chi «rimasto comodamente nell’ombra e al riparo dai pericoli di una guerra spietata e sanguinaria […] con assoluta mancanza di obiettività, frutto di ignoranza dei fatti […] conclude che del sequestro Moro, dei suoi autori e mandanti, della sua dinamica, delle complicità e delle conseguenze politiche non si sa nulla, contribuendo a creare in questo modo nell’opinione pubblica un senso di sgomento, di frustrazione e di sospetti indiscriminato». Nel suo intervento Imposimato, in polemica con gli approcci complottisti, individua in ben altre ragioni i fattori che avrebbero facilitato il successo della lotta armata, come «il ritardo culturale dello Stato rispetto al fenomeno […] la profonda ignoranza di fatti e personaggi che da anni erano sulla scena del terrorismo», per concludere che l’ipotesi di «un “grande vecchio” che abbia ordito e attuato la strategia della tensione e lo stesso sequestro dell’on. Aldo Moro significa proporre una verità di “comodo” che non tiene conto della complessità della situazione del terrorismo di questi anni».
Una posizione molto netta che spinse Imposimato, una volta entrato in politica nel decennio 90 ed eletto parlamentare Indipendente nelle fila del Pci, ad appoggiare anche l’ipotesi di un’amnistia per i reati politici degli anni 70. Nello stesso periodo ebbe anche degli incarichi all’Onu come consulente per la lotta al terrorismo e al narcotraffico. Qui conobbe Louis Joinet, il magistrato francese consulente dell’Eliseo che negli anni 80 fu l’archietto della dottrina Mitterrand e che Imposimato voleva accusare di favoreggiamento della lotta armata quando era giudice istruttore. Eletto presidente onorario della corte di cassazione dopo il 2000 divenne avvocato della famiglia Orlandi e di Maria Fida Moro, la figlia da sempre più irrequieta del leader democristiano ucciso dalle Br, con cui condivise fino al parossismo l’ultima stagione della sua vita che lo portò ad inseguire le paranoie complottiste più estreme, come la denuncia del ruolo che avrebbe giocato il gruppo Bilderberg nelle vicende italiane, da piazza Fontana, al sequestro Moro, alle stragi di mafia. Tesi sostenute in due volumi: Doveva Morire, scritto con Sandro Provvisionato (dietrologo di razza fin dai tempi in cui venne condannato, insieme a Vittorio Feltri, allora direttore dell’Europeo, per una bufala gigantesca sulla vicenda di via Montenevoso) e La Repubblica delle stragi impunite, pubblicazione che ebbe un grande successo di vendite ma lo vide vittima di un clamoroso raggiro, quello di un falso testimone del rapimento Moro, poi incriminato dalla magistratura, che lo convinse come si narra in un capitolo del libro di una mancata irruzione delle forze di polizia nella base brigatista dove era tenuto lo statista democristiano. Ormai senescente ed in guerra anche contro i vaccini Imposimato divenne una delle icone più amate del Movimento 5 stelle che lo candidò alla presidenza della Repubblica. Tuttavia neppure questa sua finale radicalizzazione ultradietrologica l’ha reso ben accetto nella comunità dei complottisti: la terza relazione cha ha chiuso i lavori della seconda commissione Moro lo indica, insieme al suo collega Rosario Priore, a Ugo Pecchioli del Pci, Francesco Cossiga, ministro dell’Interno durante il sequestro Moro e agli apparati di sicurezza, tra i massimi responsabili della «verità negata» sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. L’ultima generazione dei dietrologi sembra aver messo in soffitta il vecchio paradigma del «doppio Stato» e punta l’indice contro il primo Stato, quello un tempo ritenuto la parte sana delle istituzioni. Lapidario l’epitaffio pronunciato da Gero Grassi, membro della commissione Moro, all’annuncio della sua morte: «Per quanto riguarda il caso Moro sono convinto che anche Imposimato, come prima Francesco Cossiga e Ugo Pecchioli si porti via qualche segreto. Che riposi in pace». Decisamente non c’è più gratitudine!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Repubblica delle torture

Lo scorso aprile, il Governo italiano aveva riconosciuto i propri torti ed era pervenuto ad un accordo con sei delle vittime richiuse all’interno della caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001. Accordo che prevedeva un risarcimento di 45.000,00 euro per le torture subite. All’epoca, tale atto – hanno scritto in un comunicato la Giunta dell’Unione camere penali italiane e l’Osservatorio carcere UCPI (leggi qui) – consentì alla Corte Europea di chiudere la procedura intentata da tali ricorrenti, anche per le assicurazioni date dal nostro Paese «a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura e l’impegno a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle Forze dell’Ordine». La condanna odierna, che risarcisce coloro per i quali non si era pervenuti ad alcun accordo, punisce l’inerzia dello Stato italiano, per non aver legiferato in materia e per non aver condotto indagini efficaci.
Oggi il delitto di tortura in Italia c’è, ma la fattispecie – aggiungono ancora le Camere penali – è ben lontana da quella prevista dalle convenzioni internazionali firmate dall’Italia, da oltre 30 anni. Il testo qualifica il reato come «comune» e non come «proprio», slegandolo quindi dall’operato dei pubblici ufficiali. E’ stato cancellato, nel corso dell’iter parlamentare, il termine «reiterate», sostituito con «più condotte». Inoltre il reato non sussiste «nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti», dove la parola «sofferenze», unitamente a «legittime misure» appare palesemente in contrasto.

Senza titoloLa parola tortura è dunque pronunciabile, irrimediabilmente sdoganata anche se i comportamenti che ne configurano il reato appaiono fortemente ridimensionati. Si potrà ora iniziare a raccontare delle torture di questa Repubblica? In un commento apparso sulla rivista Diritto penale contemporaneo, dedicata alla sentenza della corte d’appello di Perugia che il 15 ottobre 2013 aveva riconosciuto la tortura inflitta ad Enrico Triaca, il tipografo delle Brigate rosse romane arrestato nel maggio del 1978, si affermava: «questa sentenza deve piuttosto condurre ad essere meno perentori nel sostenere la tesi, così diffusa nel dibattito pubblico e storiografico (leggi l’Ipse dixit in fondo), secondo cui il nostro ordinamento, a differenza di altri, ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia e del diritto, senza rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali degli imputati e dei detenuti. In larga misura ciò è vero, ma è anche vero – e questa sentenza ce lo ricorda quasi brutalmente – che anche nel nostro Paese si è fatto non sporadicamente ricorso a strumenti indegni di un sistema democratico: è bene ricordarlo, per evitare giudizi troppo facilmente compiaciuti su un periodo così drammatico della nostra storia recente, e sentenze come quella di Perugia ci aiutano a non perdere la memoria».

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_br_copNel volume Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di prinavera, Derive Approdi 2017  (pp. 500-511) si racconta quel che accadde ad Enrico Triaca, preso in consegna da una squadra speciale del ministero dell’Interno esperta nell’uso delle tecniche di tortura per estorcere informazioni, guidata dal funzionario Nicola Ciocia che operava con lo psudonimo di dottor De Tormentis.

«Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare – aveva spiegato Ciocia in una delle interviste rilasciate in precedenza sotto anonimato (Il Secolo XIX, 17 e 24 giugno 2007, Il Mattino di Padova, 17 giugno 2007) – la tortura, se così si può definire, è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti».

Ipse dixit

Sandro Pertini, presidente della Repubblica ex partigiano, teneva molto a sottolineare che non eravamo il Cile di Pinochet:
«In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi»

Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei carabinieri, al Clarin, giornale argentino:
«
L’Italia è un Paese democratico che poteva permettersi il lusso di perdere Moro non di introdurre la tortura»

Domenico Sica, magistrato, in una intervista apparsa su Repubblica del 15 marzo 1982:
«Le denunce contro le violenze subite dagli arrestati fanno parte di una campagna orchestrata dai terroristi per denigrare le forze dell’ordine dopo i recenti clamorosi successi ottenuti»

Armando Spataro, magistrato, su Paese sera del 19 marzo 1982 in polemica con il capitano di Ps Ambrosini e l’appuntato Trifirò che avevano denunciato le torture praticate nella caserma di Padova:
«Un conto è la concitazione di un arresto, un conto è la tortura. In una operazione di polizia non si possono usare metodi da salotto. La tortura invece è un’altra»

Giancarlo Caselli e Armando Spataro, magistrati, nel libro degli anni di piombo, Rizzoli 2010:
«Nel pieno rispetto delle regole, i magistrati italiani fronteggiarono la criminalità terroristica, ricercando elevata specializzazione professionale e ideando il lavoro di gruppo tra gli uffici (il coordinamento dei 36) […] La polizia doveva, anche allora, mettere a disposizione della magistratura gli arrestati nella flagranza del reato o i fermati entro 48 ore e non poteva interrogarli a differenza di quanto avviene in altri ordinamenti….»

La falsa vittima di via Fani

Riceviamo e volentieri riprendiamo questa approfondita e puntigliosa inchiesta sulle ripetute bugie sostenute dal falso testimone primigenio da cui hanno avuto origine tutte le dietrologie sul rapimento Moro. Il 22 maggio 2014, ascoltato come teste informato sui fatti, Alessandro Marini ribadiva ancora una volta davanti al Procuratore generale Luigi Ciampoli la sua mistificata versione di quanto avvenuto in via Fani. Da questa analisi emerge il fondato dubbio che Marini abbia mentito non solo sulla dinamica di fatti ma anche sulla propria posizione al momento dell’assalto brigatista.
Escusso succesivamente dalla Commissione Moro 2 (ma non audito in sede pubblica nonostante la rilevanza delle sue parole. In avvio dei lavori la Commissione aveva sposato la proprio versione dei fatti raccontata da Marini), dopo che erano emerse le prove documentali delle sue menzogne, Marini ha rettificato quanto ripetutamente affermato nei decenni precedenti dutante inchieste e processi. Se le bugie passate sono cadute in prescrizione, quelle reiterate nel 2014 hanno ancora rilevanza penale. Ricordiamo che sulla base delle mendaci affermazioni del teste Marini diverse condanne per un tentato omicidio mai avvenuto sono state emesse contro i brigatisti che hanno preso parte al rapimento di Aldo Moro

Il testimone mendace Alessandro Marini

 

Un testimone per tutti i misteri

di da La pattumiera della storia

Alessandro Marini (nato nel 1942, professione dichiarata ingegnere) ha avuto un po’ più dei proverbiali “15 minuti di celebrità”: è dal 16 marzo 1978 che viene sistematicamente riproposto come IL testimone del sequestro di Aldo Moro. Era sul posto, e da allora racconta che due brigatisti su una moto Honda blu gli spararono una raffica di mitra, che colpì il suo motorino ma non lui. Tutti i brigatisti processati per quei fatti sono stati condannati per tentato omicidio nei suoi confronti. Nessuno tra i numerosissimi inquirenti (polizia, carabinieri, magistrati, giornalisti, ricercatori, detectives dilettanti, ecc.) si è mai preoccuppato di controllare il punto di partenza delle sue dichiarazioni: cioè il fatto che egli fosse sul posto in motorino, il cui parabrezza diceva colpito e rotto dalla raffica, o almeno da un proiettile di questa, partito dalla moto Honda.
L’analisi che è proposta qui si basa su fotografie di dominio pubblico e di larghissima diffusione, e si concentra sulla posizione del motorino e sul quella dichiarata da Alessandro Marini, ed è seguita dall’ipotesi che egli fosse in un punto diverso.

A. Il motorino
È un Boxer della Piaggio, il motorino dell’ingegnere Alessandro Marini. Lo si vede in moltissime fotografie scattate sulla scena del crimine, in via Fani, il 16 marzo 1978. Sta sul cavalletto, sopra il marciapiede, accostato al muro, sotto la lunga insegna bianca con la scritta verticale ‘SNACK BAR’ su un lato e ‘TAVOLA CALDA’ sull’altro (indicazione ‘A’ nelle foto). È il Bar Olivetti sul cui ingresso si erano appostati i quattro finti piloti dell’Alitalia.
Come sappiamo che è proprio quello di Marini? Lo ha ammesso lui stesso, appena 37 anni dopo i fatti. Ha sempre dichiarato di essere arrivato in via Fani col suo motorino.
Da quando è lì quel motociclo? Osservate le fotografie: ai suoi lati sono parcheggiate due autovetture, quasi interamente sul marciapiede, di traverso, con le parti anteriori che arrivano sino al muro. Il motorino è stato messo lì prima del loro arrivo. Si tratta di due auto della polizia, un’Alfasud gialla e un’Alfetta di pattuglia. Sono tra le prime ad arrivare sul posto dopo l’azione, e bloccano interamente il marciapiedi ai due lati del Boxer. L’Alfetta fa da barriera al pubblico su via Stresa, e delimita da quel lato la scena. È impossibile che qualcuno abbia portato lì il motorino dopo il loro arrivo.
Il motorino era lì già prima dell’azione? No, visto che è quello con cui è arrivato l’ing. Marini. Egli si sarebbe trovato esattamente in mezzo al gruppo dei quattro finti piloti nel pieno dell’attacco.
Il parabrezza del Boxer mostra segni di rottura? Il parabrezza mostra chiaramente una lunga striscia di schotch da pacchi che lo attraversa in diagonale. Se una rottura c’è stata, è avvenuta per forza di cose in tempi ben precedenti l’azione. Marini ha mentito dicendo che il parabrezza si ruppe in via Fani, quando gli spararono.
Non ci sono tracce di proiettili? L’impatto di un proiettile (calibro 9 mm parabellum, come quelli usati all’occasione) su un parabrezza di plastica dura, potrebbe produrre una scheggiatura senza perforazione (nel caso arrivasse di striscio), una perforazione con o senza scheggiatura, o una perforazione con rottura. Le foto non mostrano tracce di questo genere, che dipendono dal tipo di proiettile, velocità ed angolo d’impatto. Sono esclusi il rimbalzo e lo sbriciolamento totale o parziale, come quello che si vede sui vetri delle auto colpite. Nulla sul parabrezza richiama in nessuna misura gli effetti dei proiettili ben visibili nelle fotografie degli altri mezzi colpiti. Di più: il motorino resta lì, nel mezzo della scena del crimine, per delle ore circondato da poliziotti, funzionari ed inquirenti di ogni grado e categoria, e nessuno nota nulla. Messo davanti all’evidenza delle foto, Marini sostiene ora che andò a riprenderlo lì, e lo trovò con un pezzo del parabrezza per terra. Nessuna delle foto prese nel corso della giornata mostra il parabrezza senza pezzi, è l’ultima invenzione di Marini.

B. La posizione dichiarata da Marini
Marini racconta di essere stato fermo allo stop, salendo via Fani, all’incrocio con via Stresa, e che lì sarebbe stato bersaglio di una raffica da una moto in fuga, al termine del sequestro (indicazione ‘B’ sulle foto). Se così fu, deve aver portato il Boxer là dove lo si vede (indicazione ‘A’), immediatamente dopo il fatto.
E se il motorino fosse rimasto lì (‘B’) dove Marini ha detto che si trovava?
Se, a quello stop dell’incrocio, ci fosse stato un ciclomotore col parabrezza perforato da un proiettile, sarebbe stato incluso nella scena del crimine, e trattato al pari degli altri veicoli colpiti dalla sparatoria. Sulle foto si vede che il limite (auto di traverso) per il pubblico di curiosi venne posto proprio su quella linea dello stop; l’avrebbero posto più in basso se lì vi fossero state evidenze di un incidente (un motorino per terra, pezzi di parabrezza). In foto scattate più tardi, si vedono delle transenne che delimitano più in basso la scena. Alessandro Marini, pur dicendosi fermo a quell’incrocio, non vede il signor Intrevado, che gli è accanto, fermo nella sua Fiat 500 allo stop. E non vede la brigatista che, armata, in mezzo all’incrocio controlla il traffico, intimando in particolare a quelli che salgono su via Fani, proveniendo da dietro la posizione di Marini, di andarsene. Non la vede al punto di escludere che vi fosse una donna, ‘a meno che non fosse vestita da uomo’, dice, eppure è proprio davanti a lui, tutti gli altri testimoni nelle vicinanze la segnalano. Si veda l’immagine sintetica della Polizia scientifica che mostra la visuale di Marini da quel punto: era la zona d’azione della brigatista del ‘cancelletto inferiore’. Peggio ancora, Giovanni Intrevado non vede né Marini né il motorino che dovrebbero essere di fianco a lui. Immaginiamo la scena. Una persona ferma col suo motorino ad un incrocio sta probabilmente seduta in sella, con uno o due piedi per terra, le mani sul manubrio, tirando con le dita di una mano la maniglia del freno. Assiste ad una scena terribile, alla fine della quale il passeggero di una moto che le sfreccia vicino le spara addosso. Il proiettile colpisce il parabrezza, ma non la persona che le sta dietro, perché istintivamente si era abbassata. La paura già prodotta dalla visione precedente raggiunge il suo apice, il ciclomotorista terrorizzato si fa la pipì addosso (lo racconta lo stesso Marini).
È verosimile che la reazione in un tale frangente sia di lasciare le mani dal manubrio, di sorta che il motorino cada per terra. Non si può però escludere che per reazione la persona resti ancor più aggrappata al motorino, che quindi non rovina al suolo. E poi? Ci si può attendere che subito dopo, la persona si occupi rapidamente di liberarsi del motorino: raccogliendolo e sistemandolo nel posto più vicino possibile, per esempio sul marciapiede, a ridosso del muro che lo costeggia. Liberarsene per poter avvicinarsi a piedi sul luogo del delitto, vedere da vicino cos’è successo, prestare eventualmente soccorso. Dice Marini: «Dopo aver assistito alla sparatoria e alla fuga dei terroristi, ho lasciato il motorino e mi sono avvicinato alle autovetture…». Eppure il motorino non è lì, nella parte bassa dell’incrocio (‘B’). Nel posto in cui si trova (‘A’) è stato portato, come s’è detto, subito dopo l’azione e prima dell’arrivo della polizia. Diciamo che il ciclomotore non è caduto, Marini o rimonta in sella e riparte (il Boxer non aveva accensione elettrica, si metteva in moto con una pedalata forte tenendolo sul cavalletto), o piuttosto lo spinge continuando a tenerlo per il manubrio. E lo spinge in salita, attraverso l’incrocio ora aperto, nel pieno di quella che pochi istanti prima era la zona di combattimento, disseminata di bossoli ed altri oggetti. Passa accanto, se non sopra, il cappello da pilota ed il caricatore di mitra abbandonati dal commando (che non sono ancora stati cerchiati col gesso), spinge ancora il motorino a fargli salire il marciapiede (deve farlo anche se vi arriva con il motore), e solo lì, sotto quel muro, lo parcheggia. Un percorso di una ventina di metri, a occhio, che non ha alcun senso. In nessuna delle sue dichiarazioni Marini fa cenno a una tale azione.
Può avercelo portato qualcun’altro? No. Tutti i presenti sono stati identificati ed interrogati come testimoni, non v’è ragione alcuna per cui chiunque possa aver fatto una cosa del genere nel breve tempo tra l’attacco e l’arrivo della polizia.
Ma se nessuno ha trasportato il ciclomotore dal punto ‘B’ al punto ‘A’, come ci è arrivato lì, perché il Boxer si trovava in quel punto?
Sappiamo solo che è stato Marini a metterlo nel punto ‘A’ (dove poi lo ha ripreso), e che non vi è giunto direttamente dal punto ‘B’. Questo obbliga a definire in ipotesi un posizionamento alternativo di Marini, un punto ‘C’ che appaia compatibile con gran parte degli elementi ‘acquisiti’ della ricostruzione, e al tempo stesso spieghi alcune importanti incongruenze delle testimonianze.

C. La vera posizione di Marini
Su alcune fotografie è tracciato approssimativamente il percorso che avrebbe dovuto fare Marini per parcheggiare il motorino (da ‘B’ ad ‘A’). Ma è marcato anche un secondo percorso, dal punto ‘C’ al punto ‘A’. Il punto ‘C’ è situato su via Stresa, in discesa verso l’incrocio con via Fani, all’angolo del Bar Olivetti.
È lì che si trovava verosimilmente Marini, in sella al suo motorino, molto probabilmente sul marciapiede, e da lì ha seguito la scena di cui ha testimoniato. In questo punto, l’angolo di campo della sua visuale è spostato di 90 gradi rispetto a quello dichiarato. L’attenzione è concentrata sul lato destro, sul commando, che gli dà le spalle. Perciò non nota la brigatista del cancelletto inferiore, perché agisce alla sinistra della sua visuale, mentre lui guarda il convoglio attaccato a destra.
Non vede Giovanni Intrevado, perché non gli è accanto e probabilmente è fuori dal suo campo visivo. E addirittura Barbara Balzarani, la donna del commando, testimonia di non aver visto in quel punto l’uomo col motorino. Intrevado e la brigatista non lo vedono al punto ‘B’, perché lui non è lì, ma al punto ‘C’.
Nella sua precisa disanima delle dichiarazioni di Alessandro Marini, Gianremo Armeni (in “Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro”, TraLeRighe editore, 2015) osserva che al testimone è rimasto impresso nella memoria il volto di uno dei partecipanti all’azione, perché colpito dalla sua somiglianza con l’attore Eduardo de Filippo, e rileva la straordinaria somiglianza tra questi e l’immagine di Alessio Casimirri,

condannato come partecipante all’azione. Marini lo nota in coppia con quello col passamontagna, dicendo che erano sulla moto. A buona ragione, Armeni sostiene che lo abbia effettivamente ben visto, che si trattasse di Casimirri, e che la ricostruzione del resto sia inquinata da diversi fattori; in sostanza Marini, sovrapponendo i ricordi, piazza i due dell’auto su una moto che passa a cose finite. Casimirri, assieme all’unico col passamontagna, agì come ‘cancelletto superiore’, bloccando il traffico e proteggendo l’azione di sequestro, ed al suo termine ripartì con la Fiat 128 girando a sinistra su per via Stresa.
Il punto critico in questa configurazione: se ‘Eduardo de Filippo’ era alla guida non di una moto, ma della Fiat 128, come ha potuto Marini vederlo distintamente in viso?
Dalla posizione ufficiale di Marini (punto ‘B’), dal basso dell’incrocio, vedere un’auto che scende dalla direzione opposta (contromano sulla sua corsia) e gira a sinistra (verso destra rispetto a Marini), significa vederla brevemente di fronte e poi dal suo lato destro. Il guidatore essendo coperto in questa prospettiva dal passeggero seduto accanto, risulta improbabile poterlo distinguere con tanta nettezza in quel poco tempo. Risulta invece assai chiaro se la prospettiva è un’altra, quella del punto ‘C’. Marini lì si trova sul lato sinistro dell’auto che svolta nella sua direzione in via Stresa, proprio faccia a faccia col conducente.

Scena tratta da un film: la 128 gira a sinistra su via Stresa La 500 è quella di Intrevado, lì dice di essere stato Marini

La visuale di Marini nella ricostruzione della polizia scientifica

Scena tratta da un film

Vediamo la scena: Marini arriva all’incrocio su via Stresa quando le auto del convoglio di Moro sono ferme ed assiste alla sequenza del sequestro. Il convoglio dei rapitori parte, la 128 del ‘cancelletto superiore’ scende veloce da via Fani, frena per fare la curva a sinistra su via Stresa e gli passa accanto: lo sguardo di Marini incrocia quello del guidatore ‘Eduardo de Filippo’, che magari gli punta una pistola (non risulta che Casimirri avesse un mitra). Comunque egli lo vede in faccia, si sente minacciato e, spaventato, lascia cadere al suolo il motorino.
Ripresosi, solleva il motorino, lo spinge sul marciapiedi per un paio di metri e lo parcheggia.
Il percorso dal punto ‘C’ al punto ‘A’ è brevissimo, si tratta appena di girare l’angolo sul marciapiedi da via Stresa a via Fani. Sulle foto si distingue l’angolo del muro a poco più di un metro dal motorino parcheggiato. A differenza del percorso da ‘B’ ad ‘A’, questo rappresenta una reazione ed un comportamento ‘naturale’, che chiunque potrebbe avere in circostanze simili. A differenza del percorso da ‘B’ ad ‘A’, questo si compie in pochi secondi, e non offre nessun motivo per gravarsi nella memoria.
Infine questa posizione corrisponde all’espressione che Marini ha costantemente usato nelle sue deposizioni: “Mi passarono a fianco dove io ero fermo col motorino… mi spararono passandomi a fianco, scappando su via Stresa”.
Passare ‘a fianco’, significa sul lato, destro o sinistro che sia, espressione incongruente con la sua posizione dichiarata, dalla quale avrebbe dovuto vederli ‘davanti’, ‘di fronte’, poiché secondo lui gli venivano incontro scendendo da via Fani. A fianco a sé, sul punto ‘B’, Marini aveva solo Intrevado con la sua Fiat 500, nessun brigatista, nessun convoglio, nessuna moto Honda.

 Bugie, menzogne o falsità?

Alessandro Marini mente quando dice che:
– osservò l’azione del sequestro dalla parte bassa di via Fani;
– un uomo gli sparò una raffica di mitra da una moto Honda in corsa;
– lo stesso uomo perse un caricatore all’incrocio di via Fani con via Stresa;
– un proiettile di quella raffica colpì il parabrezza del suo motorino;
– il parabrezza venne rotto dal proiettile;
– lasciò lì, nella parte bassa di via Fani, il suo motorino e andò a piedi dall’altra parte dell’incrocio;
– ritrovò il parabrezza rotto, con un pezzo a terra, quando andò a riprendere il motorino.

Marini non è una vittima di via Fani, nessuno gli ha mai sparato, come provato ormai anche dalla polizia scientifica. Benché non abbia osato procedere come parte civile, diversi accusati sono stati condannati definitivamente per un tentato omicio mai evvenuto. Egli è un testimone mendace, e quali che siano le ragioni delle sue false affermazioni, andrebbe considerato quantomeno inaffidabile.

Di falsità evidenti che non gli sono mai state contestate egli ne ha dichiarate altre ancora, basti pensare al racconto del brigatista che si avvicina a un’auto del convoglio di Moro e ne spacca un vetro, prima che il commando apra il fuoco- una circostanza esclusa da ogni altra ricostruzione e testimonianza-, o alle telefonate anonime che avrebbe ricevuto da brigatisti che lo minacciavano- un atto mai provato e che non trova alcun riscontro in tutta la lunghissima storia delle Brigate Rosse: poi si scoprirà che erano per storie sue private legate a frequentazioni femminili, come se non bastasse aggiunse che a minacciarlo fu anche un avvocato dei brigatisti, in aula, sol perché gli aveva rammentato che il suo difeso era già in carcere quando avvenne l’assalto di via Fani.
In un’intervista trasmessa su RaiTre (Il Rosso e il Nero, 1993, qui un estratto) disse che “dopo la sventagliata di mitra” vide l’edicolante ed un signore con una paletta della polizia: altro falso, venne poi accertato che quel distinto signore non l’aveva mai avuta né tenuta in mano.

È ancora un fatto che, di fronte alle ‘discrepanze’ e ai cambiamenti delle sue successive versioni dei fatti, nessuno s’è mai preso la briga di contestargliele coerentemente, tirandone le conseguenze.
Alessandro Marini è il testimone della ‘madre di tutti i misteri’, ha visto la moto Honda che tutti i brigatisti -per una volta unanimi- negano fosse parte diretta o indiretta del piano d’attacco o fosse in qualche modo legata all’organizzazione clandestina.

Lo statuto di vittima gli viene confermato da numerose sentenze, è in un certo senso un ‘intoccabile’. Anche quando dichiara di aver riconosciuto Corrado Alunni tra i componenti del commando -un falso evidente agli stessi inquirenti- il magistrato Ferdinando Imposimato si limita a ‘non prendere in conto’ la testimonianza per quel punto, e nessuno si interroga sull’attendibilità del teste. Il ritornello è che il tentato omicidio di Alessandro Marini è un ‘fatto’ accertato da sentenze definitive, quasi che una sentenza di un giudizio penale debba corrispondere alla verità storica.
La raffica sul suo parabrezza ormai si fissa nell’immaginario del grande pubblico, si veda la scena tratta dal film di Ferrara (qui la sequenza in fotogrammi del film che però non rispecchia fedelmente le parole di Marini, secondo il quale l’uomo col passamontagna sarebbe stato il passeggero posteriore, salvo invertire le parti in una delle tante deposizioni, e l’uomo col mitra avrebbe tenuto l’arma e sparato col braccio sinistro, dunque effettuando una difficilissima, quanto improbabile, torsione all’indietro).

Quanto basta perché le bugie vengano amplificate e moltiplicate da quelli che si vogliono grandi attori delle inchieste.
L’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato, scrive nel suo libro (“Doveva morire”, con Sandro Provvisionato, Chiarelettere 2008), citato nel lavoro di Armeni: «Il teste Marini è affidabile e i buchi dei proiettili sul parabrezza del suo motorino erano visibilissimi
Più recentemente, scrive Stefania Limiti (in “Complici”, sempre con Sandro Provvisionato, Chiarelettere 2014): «L’ingegnere Marini, che nei giorni successivi a questa deposizione subirà molte minacce e nel tempo sarà addirittura costretto a cambiare città, consegnerà alla polizia il parabrezza del suo motorino con ben evidenti i segni degli spari
Sono falsità ingiustificabili, poiché provengono da personaggi che si pretendono grandi specialisti della materia.
E mente sapendo di mentire Gero Grassi, quando annuncia il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta di cui fa parte:
«-Sentiremo anche l’ingegner Alessandro Marini che fu un testimone chiave, passando con il suo motorino proprio durante l’agguato: fu colpito da alcuni proiettili, parlò di un caricatore che vide gettato in terra e fu poi minacciato di morte. Così Gero Grassi, vicepresidente dei deputati Pd e componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro.» (Comunicato pubblicato sul sito del Gruppo PD della Camera ripreso dalla Gazzetta Meridionale -a discapito del Grassi va ricordato che egli fino a poco prima riteneva morto l’ing. Marini, ora invece l’ha promosso a unico ferito sopravvissuto alla strage).

Le nebbie della Commissione
Dopo siffatto annuncio, niente. Il sito che pubblica tutte le udienze della Commissione parlamentare d’inchiesta, segnalando ogni tanto che ‘si continua in seduta segreta’ e che dunque non saranno esposti i dettagli di tale o talaltra audizione, non riporta più nulla. Fino al momento della Relazione sull’attività svolta, la cui proposta viene discussa il 9 dicembre 2015.
Lì si capisce che Alessandro Marini è stato effettivamente sentito dalla Commissione parlamentare. Come, dove e quando però non si sa. Insomma, ancor più che una ‘seduta segreta’, quando si bloccano le registrazioni di radio e TV e si oscura il verbale dell’audito di turno, qui l’informazione del pubblico viene blindata nel modo più radicale. Tantomeno vien indicato un motivo qualsiasi per un tal procedere. Che si siano decisi, se non a torchiare il bugiardo, a metterlo davanti alle proprie responsabilità?  No, casomai è il contrario. La Commissione, alla faccia della trasparenza, ci fa sapere solo ciò che le garba, in perfetto stile ‘non ti faccio vedere la fotografia, ma ti racconto cosa c’è sopra’. Che di solito è ciò che uno ci ha visto sopra.
In tali nebbie, prende piede il sospetto che il testimone sia sempre trattato coi guanti, che gli si permetta di ‘aggiustare’ le sue contraddizioni.
La Relazione sull’attività svolta del 10.12.2015 non ci libera dal sospetto. Vi si legge (pag. 109-100):

Ad Alessandro Marini sono state mostrate alcune immagini estrapolate da un video dell’epoca, che raffigurano un motociclo verde, modello Boxer, con il parabrezza tenuto unito con dello scotch posto trasversalmente, con una guaina copri gambe di colore grigio, parcheggiato in via Fani, sul marciapiedi, all’altezza del bar Olivetti, accanto a un’Alfasud e a una volante.
Marini, osservando le fotografie, ha riconosciuto senza esitare il proprio motoveicolo e ha affermato che sicuramente lo scotch era stato applicato da lui prima del 16 marzo 1978, come aveva già affermato in occasione di dichiarazioni rese il 17 maggio 1994 dinanzi al pubblico ministero Antonio Marini.

Nota bene, Marini afferma nelle medesime dichiarazioni del 1994:
«Ricordo che quel giorno, in via Fani, il parabrezza si è infranto cadendo a terra proprio in questi due pezzi che ho successivamente consegnato alla Polizia; Dopo aver assistito alla sparatoria e alla fuga dei terroristi, ho lasciato il motorino e mi sono avvicinato alle autovetture coinvolte nella sparatoria.» E prima, stesso verbale: «Comunque io ancora vivo il ricordo della presenza di una mota Honda di grossa cilindrata in via Fani, a bordo della quale vi erano due individui uno dei quali, e precisamente quello che sedeva dietro il conducente, mi ha sparato contro mentre ero fermo a bordo del mio motorino.» E poi ancora, nel medesimo verbale: «Non ricordo quando sono andato a ritirare il motorino che avevo lasciato incustodito all’incrocio con via Fani e via Stresa.»
Continua la Relazione:

Alessandro Marini ha aggiunto di ricordare che il 16 marzo, di ritorno dalla Questura dove era stato portato per rendere dichiarazioni, nel riprendere il motociclo si era accorto che mancava il pezzo superiore del parabrezza che era tenuto dallo scotch e di aver perciò ritenuto che fosse stato colpito da proiettili: «Per il fatto che quel giorno l’ho trovato senza un pezzo di parabrezza, io ho ritenuto che fosse stato colpito dalla raffica esplosa nella mia direzione dalla moto che seguiva l’auto dove era stato caricato l’onorevole Moro. Non ho ricordo della frantumazione del parabrezza durante la raffica; evidentemente quando poi ho ripreso il motorino e poiché mancava un pezzo di parabrezza ho collegato tale circostanza al ricordo della raffica. Tali considerazioni le faccio solo ora e non le ho fatte in passato perché non avevo mai avuto modo di vedere le immagini fotografiche mostratemi oggi, da cui si nota che il parabrezza appare nella sua completezza, seppur con lo scotch». Occorre ricordare che nell’immediatezza dei fatti, il 16 marzo 1978, Marini aveva parlato di una raffica nella sua direzione, ma non del parabrezza colpito; in successive dichiarazioni (al sostituto procuratore Infelisi il 5 aprile 1978, al giudice istruttore Imposimato il 26 settembre 1978, al giudice istruttore Gallucci il 29 gennaio 1979) Marini invece aveva riferito che la raffica dei brigatisti aveva colpito il parabrezza del suo motociclo. Alessandro Marini ha aggiunto di non rammentare la circostanza che uno dei soggetti a bordo della moto aveva perso un caricatore, come invece da lui dichiarato il 16 marzo 1978.

E come dicono nei cartoni animati: That’s all, folks!

La Relazione offre dunque una sola citazione dell’ultima testimonianza di Marini, che, virgolettata, dovrebbe essere testuale.
Davanti alla foto che mostra il suo motorino con il parabrezza intero e attraversato da una striscia di scotch, gli si permette di giustificarsi, affermando il contrario, che era “senza un pezzo di parabrezza”. Gli mancava un pezzo, sulla foto che gli hanno mostrato? Non lo sappiamo, anche quell’immagine è rimasta nelle nebbie. Possiamo presumere che non fosse quella pubblicata sul blog Insorgenze.net, che segnalò il dettaglio, indicando in un primo momento che il motorino era un Piaggio Ciao, mentre era un Boxer, pure della Piaggio. Ma poco importa.
Di foto, ne vedete qui parecchie, e ancor più se ne trovano sul web, scattate da diversi angoli e a diversi momenti della giornata.
Non se ne trova alcuna che mostri il parabrezza in pezzi, o mancante di un pezzo.
E va ricordato che lo stesso Alessandro Marini disse (nel citato verbale del 1994 davanti al pm Antonio Marini) di aver apposto lo scotch prima del 16 marzo non perché il parabrezza fosse rotto, ma perché era “incrinato”. Non erano dei pezzi attaccati insieme dallo scotch, il nastro adesivo copriva un’incrinatura, per tenerlo unito nel caso che una forte sollecitazione o un colpo lo rompessero effettivamente facendolo cadere in pezzi.
Le fotografie che abbiamo visto mostrano che il Boxer di Marini è stato messo sotto l’insegna verticale del Bar Olivetti dopo l’azione ma prima dell’arrivo della polizia, che è rimasto chiuso non solo nella ‘scena del crimine’ (una delle più inquinate che la storia ricordi) ma addirittura tra due auto della polizia che lo rendevano inavvicinabile a qualsiasi passante. Nelle tante foto, in quel punto si vedono solo carabinieri e/o poliziotti, che danno le spalle al motorino.
In questa sua ultima testimonianza segreta, Marini dice che “mancava un pezzo di parabrezza”. Davanti all’evidenza fotografica del contrario, continua a mentire.
Col beneplacito della Commissione d’inchiesta.

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Brigate Rosse, l’ora della storia

Silvia De Bernardinis

caetaniColma un ritardo e un’assenza il volume di Clementi, Persichetti e Santalena, Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla “campagna di primavera” . Nella sterminata bibliografia prodotta negli ultimi tre decenni sulle Br, uno dei paradossi più macroscopici nei quali ci si imbatte è la scarsità di opere storiografiche, a conferma di quanto l’uso pubblico della storia condizioni la ricerca storiografica quando si tratta di vicende che contengono nodi politici irrisolti, come nel caso della lotta armata e più in generale dello scontro sociale degli anni Settanta.

Obiettivo del libro è inserire la storia delle Br nella storia sociale e politica italiana cui appartiene, farne cioè un legittimo oggetto di storia. Perché si possa farlo, è necessario eliminare quei meccanismi di rimozione che, in questo caso, sono posti in atto non con il silenzio/oblio ma attraverso un eccesso discorsivo che schiaccia quell’esperienza su una perenne dimensione cronachistica, ricacciandola così fuori dalla Storia. È questa la funzione della letteratura cospirazionista che negli ultimi trent’anni ha creato e alimentato, mai suffragandoli con prove,ombre e misteri attorno alle Br, volti a inficiarne l’autenticità.

Da qui la scelta degli autori di ricostruire la storia brigatista attorno all’evento più discusso e raccontato della seconda metà del Novecento italiano, il caso Moro, scandagliandolo con puntiglio e rigore metodologico, e la scelta di confrontarsi sul terreno dietrologico oggi dominante, smontandone le argomentazioni con gli arnesi propri della ricerca storiografica. L’aspetto più interessante e innovativo del testo sta però nella sua capacità di delineare un quadro d’insieme della storia italiana, perché insieme alla storia delle Brigate Rosse si ricostruisce anche quella dello Stato e dei partiti politici nella loro azione di contrasto alla lotta armata, nel contesto di una società in profonda trasformazione e attraversata da un’acuta conflittualità sociale.

Organizzato in tre parti scandite e strutturate attorno all’“operazione Fritz”, il libro si apre con l’epilogo di Via Caetani per poi riattraversare a ritroso il percorso politico della formazione armata, ricostruendo il quadro storico e il contesto che hanno reso pensabile e possibile l’azione di Via Fani e, analizzandole dalla prospettiva brigatista, le ragioni che non hanno permesso un diverso esito finale dell’operazione. Con uno sguardo dall’interno delle Br, attingendo dalla memorialistica prodotta dai suoi militanti, dai documenti dell’organizzazione e dalle fonti orali, il libro ricompone i principali passaggi della storia brigatista: le radici nelle fabbriche milanesi della fine degli anni Sessata, cuore dello scontro capitale-lavoro nel momento della crisi fordista; il percorso teorico-pratico dell’organizzazione, dai primi documenti alla formulazione dell’attacco al cuore dello Stato, con le risoluzioni del 1975 e 1978 e il relativo dispiegarsi della propaganda armata, dalle prime azioni al sequestro Sossi, riletto alla luce dell’operazione Moro; il ruolo dei prigionieri politici e il processo guerriglia, un’impasse che la magistratura sbloccherà solo mutando le norme giuridiche.

Al contempo, usando le nuove fonti desecretate provenienti dallo Stato Maggiore dei Carabinieri, dal Ministero degli Interni e dalla Presidenza del Consiglio, gli autori esaminano l’azione dello Stato rispetto al fenomeno brigatista. I numerosi rapporti degli apparati di sicurezza rivelano come essi avessero colto con chiarezza, almeno a partire dal 1974, la natura politica delle azioni brigatiste e le ragioni sociali e politiche che le avevano originate, indicandole a un mondo politico distante e indisponibile a rispondere con gli strumenti della mediazione appunto politica. Altri importanti dati riguardano le trasformazioni del sistema carcerario, a fronte delle rivolte dei prigionieri politici e del processo di politicizzazione dei detenuti comuni, che condurrà alla creazione del circuito dei carceri speciali; l’uso della tortura, l’azione di repressione attuata dal nucleo guidato da Dalla Chiesa, dietro il quale si delinea anche l’idea di un preciso modello di società. Infine il ruolo dei partiti politici, della Dc ed in particolare del Pci: di cui si riporta, tra l’altro, il dibattito interno nei 55 giorni del sequestro Moro, dal quale emerge un’immagine diversa e meno edificante rispetto a quella propagandata ufficialmente e posteriormente. Soprattutto emerge un partito stretto tra la necessità di legittimarsi come forza di governo affidabile e di affermarsi come unico legittimo rappresentante della sinistra, negando nel nome della legalità l’autenticità del conflitto sociale aperto alla sua sinistra, e le ragioni di quel conflitto.

Un volume necessario, che ricorda e fa proprio l’appello polemico di Marc Bloch agli storici affinché forniscano strumenti atti a comprendere, piuttosto che esporre tesi precostituite disancorate dai fatti e giudizi moraleggianti: “Robespierristi, antirobespierristi, noi vi chiediamo grazia: per pietà, diteci, semplicemente, chi fu Robespierre” .

Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elena Santalena

Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla “campagna di primavera”

Derive Approdi, 2017, 550 pp., € 28